Culturificio
pubblicato 4 mesi fa in Letteratura

Herta Müller e “Il paese delle prugne verdi”

il racconto delle minoranze etniche nella Romania di Ceaușescu

Herta Müller e “Il paese delle prugne verdi”

La paura diventa una fedele compagna se si sposa con la paranoia. Ti prende la mano e silenziosamente ti accompagna nell’intimo della tua solitudine. Nello studentato, in fabbrica, in campagna, con gli amici. Nella morte. Questo lo scenario del romanzo di Herta Müller, Premio Nobel nel 2009 proprio con Il paese delle prugne verdi. In Italia il libro uscì per Keller l’anno precedente, tradotto da Alessandra Henke. Una lettura ermetica, di difficile interpretazione, che solca la superficie della carta con una prosa al confine con la lirica, pregna di poeticità e caratterizzata da richiami metaforici alla vita campestre.

La protagonista e voce narrante è una giovane appartenente agli Svevi del Danubio, una minoranza tedesca emigrata in Banato.

Insieme ai suoi tre amici, con cui condivide le origini, vive il tormento della dittatura di Nicolae Ceaușescu nella Romania degli anni ’80. Un mondo avvolto da una costante paura alimentata dall’onnipresenza della Securitate, che sembra avere occhi ovunque. «In una dittatura non ci possono essere città, perché tutto rimane piccolo quando viene sorvegliato».  

Il filo che lega la voce narrante (di cui non conosceremo mai il nome) Edgar, Georg e Kurt è Lola: arrivata dal Sud per studiare, vive insieme alla protagonista nel “quadrilatero”, la stanza dello studentato.

Il suo suicidio unirà i personaggi in una lotta contro il capitano di polizia Pjele e i suoi segugi, dietro cui potrebbero celarsi anche volti noti di cui mai sospetteremmo. Dalla prima goccia di diffidenza verso ogni essere umano, si passa presto a un oceano di terrore in cui i nostri protagonisti boccheggiano senza nessun appiglio. «La paura svicola. Quando si domina il proprio volto, sguscia fuori nella voce. […] Sfugge persino dalle dita. Trapassa la pelle. Gira libera, la si vede negli oggetti che stanno nelle vicinanze».

In questo racconto, la paura è un fatto collettivo, la casa in cui si rifugia «il proletariato delle pecore di latta e dei meloni di legno» (così vengono definiti rispettivamente gli individui che lavorano nella metallurgia e nell’industria del legno). E se la paura sembra un luogo recondito in cui rifugiarti, il Capitano Pjele lo scoverà, denudandoti di ogni tuo avere, scarnificando il tuo essere:

1 giacca, 1 camicetta, 1 paio di pantaloni, 1 paio di scarpe, 1 paio di orecchini, 1 orologio da polso. Ero completamente nuda, dissi. 1 agenda, 1 fiore di tiglio pressato, 1 foglia di trifoglio pressato, 1 penna a sfera, 1 fazzoletto, 1 mascara, 1 rossetto, 1 cipria, 1 pettine, 4 chiavi, 2 francobolli, 5 biglietti per il tram. 1 borsetta. Tutto era annotato in rubriche su un foglio. Tutto tranne me stessa, che il Capitano Pjele non riuscì a registrare. Mi metterà dentro. Nessun elenco dirà che, quando arrivai qui, avevo 1 fronte, 2 occhi, 2 orecchie, 1 naso, 2 labbra, 1 collo.

Nulla a cui aggrapparsi se non la poesia, speranza per la sopravvivenza della persona come unica, e dunque rara, esistenza.

E pensai tra me che tutto ciò che danneggia i fautori di cimiteri è utile a qualcosa. Pensai che Edgar, Kurt e Georg, poiché scrivono poesie, scattano fotografie e intonano un canto qua e là, accendono l’odio in coloro che fanno cimiteri. […] Che pian piano quest’odio farà perdere la testa a tutte le guardie e infine anche al dittatore.

Tuttavia, si tratta di parole che devono necessariamente rimanere nascoste nella casa estiva o in qualche scatola, altrimenti, nel migliore dei casi, si finisce morti ammazzati. Perché anche canticchiare un canto popolare, se non permesso dal regime, è vietato. Esprimersi significa morire. Eppure, questi quattro ragazzi vogliono vivere. E se Lola è la prima occasione di questa amicizia, le altre sembrano trovarsi in una poesia dell’artista romeno Gellu Naum:

Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola

così è infatti con gli amici dove il mondo è pieno di terrore

anche mia madre diceva è del tutto normale

non mettere in discussione gli amici

pensa a cose più serie.

Sono questi pochi versetti ad aizzare il capitano Pjele contro i giovani personaggi, poiché si tratta di una poesia che incita alla fuga, di un canto che il popolo romeno non canta più. Agli interrogatori seguiranno intimidazioni, minacce e percosse dai servizi segreti, addetti alla manipolazione delle informazioni e alla diffusione delle dicerie sulle malattie del dittatore «per indurre la gente alla fuga e incastrarla […] A loro non basta incastrare la gente mentre ruba carne o fiammiferi, mais o detersivo in polvere, candele o viti, forcine o chiodi o assi».

Il nucleo della vicenda è tutto concentrato qui, nell’immobilismo dettato dal panico di questi giovani, ma anche nel tentativo del regime di escluderli, annullarli come individui: l’espatrio rimane l’unica via d’uscita. Tuttavia, nonostante la fuga di alcuni di loro in Germania, avranno luogo misteriosi accadimenti, vissuti con estremo dolore dalla voce che ci racconta questo viaggio, intervallato spesso da richiami alla sua infanzia vissuta in campagna, tra gli alberi di prugne.

Curiosa la scelta di tradurre il romanzo con Il paese delle prugne verdi. Il titolo originale è Herztier, un neologismo creato dalla stessa Müller e tradotto dai termini romeni ‘inimă’ (cuore) e ‘animal’ (animale). La nostra protagonista, inerte nella sua disperazione, considera il suicidio. Ma una piccola parte di lei non riesce a compiere il gesto. E come sosterrà lei stessa, «forse era la bestia del cuore». Una donna, quindi, che nonostante tutto propende per la vita. Tradurre Herztier con Il paese delle prugne verdi sembra invece suggerire un’inversione a U: «Non bisogna mai mangiare prugne verdi, il nocciolo è ancora tenero e s’ingoia la morte. Nessuno ti può aiutare, allora si muore e basta», le avevano detto da bambina. La Romania di Ceaușescu è il paese della morte, così come è stata la Germania di suo padre, ex SS in seguito rimpatriato:

Il padre tiene i cimiteri in fondo alla gola, dove tra il bavero della camicia e il mento c’è la laringe. La laringe è appuntita e chiusa. In questo modo i cimiteri non possono mai affiorare alle labbra. La sua bocca beve grappa ricavata dalle prugne più scure e le sue canzoni per il Führer sono pesanti ed ebbre.

Singolare anche la scelta di lasciare la nostra voce narrante senza nome. Probabilmente non si tratta di distacco emotivo, nonostante l’angusto linguaggio sembri suggerirlo. Potrebbe darsi che la donna del racconto sia proprio Müller, auto-personificata come narratore per poter raccontare (segretamente, come se fosse abituata a farlo) alcuni particolari della sua vicenda privata e del dolore vissuto. Del suo paese patriarcale e maschilista, in cui si avverte pesantemente il distacco tra campagna e città, tra genitori e figli, plasmato dai molti Pjele che lo abitano.

È amara, sul finale, l’umanizzazione dello stesso capitano Pjele, presentato come un semplice nonno che compra la torta per il nipotino. Come fa un uomo il cui intento è solo quello di creare cimiteri a possedere un lato umano, una bestia del cuore?

Difficile immaginare il futuro della giovane donna narratrice, esule e per sempre esclusa. Una vita su cui ha gravato l’assenza di libertà politica, la folle corsa all’industrializzazione, la perdita di persone care e amici che sempre porterà in un «pezzetto di nuvola». Una vita fatta di sacchi, cinture, finestre, cappi e suicidi.   

E nonostante il leitmotiv oscilli tra malattia e morte, per Herta Müller la lotta per la vita e la sopravvivenza dell’unicità umana rimane indissolubilmente sacra.

di Federica Nardiello