Alessandro Di Giacomo
pubblicato 2 mesi fa in Storia

Il folle volo di Mathias Rust tra Glasnost’ e Perestrojka

Il folle volo di Mathias Rust tra Glasnost’ e Perestrojka

Tra le pagine della Storia, a volte, è possibile trovare vicende che riguardano individui meno noti ai più, che risultano difficili da analizzare ma che furono importanti per lo svolgersi degli eventi così come li conosciamo oggi.

Una di queste storie riguarda un diciannovenne della Germania Ovest che, la sera del 28 maggio 1987, in piena guerra fredda, atterrò con un piccolo aereo da turismo in un luogo piuttosto insolito e, per l’epoca, decisamente pericoloso: la Piazza Rossa di Mosca. Questa è la storia del folle volo di Mathias Rust e di come il suo gesto, apparentemente fine a se stesso, abbia portato alla caduta del Muro di Berlino e del blocco Sovietico.

Mathias Rust nasce a Wedel, città sul fiume Elba, nei pressi di Amburgo, il 1 giugno del 1968. Della sua giovinezza si sa ben poco non essendo, realmente, un personaggio storico con una specifica bibliografia.

Ciò che è certamente noto è che, il 13 maggio 1987, ancora diciannovenne, già in possesso del brevetto di volo, decise di affittare un piccolo aereo da turismo, un Cessna 172, ad Uetersen, un piccolo aeroporto a 25 chilometri da Amburgo. Partì verso l’Islanda e seguì la rotta nordica, tra la Norvegia e la Finlandia. Giunto ad Helsinki, consegnò alle autorità locali un falso piano di volo, che fu ovviamente approvato e, dopo aver fatto credere ai radar di andare in Svezia, come previsto dal documento, eseguì una virata verso Est e si diresse, illegalmente, verso l’Estonia.

Per evitare di essere rintracciato e fermato, dopo aver dato l’ultima comunicazione radio all’aeroporto di Helsinki, spense la radio e scese sotto l’altitudine di 600 metri (i radar più tecnologici dell’epoca non potevano rintracciare un velivolo così in basso e senza radio accesa) e scomparve dai monitor internazionali all’altezza di Sipoo.

Il primo pensiero della torre di controllo fu, ovviamente, che l’aereo di Rust fosse precipitato e, dopo aver lanciato l’allarme, venne avviata un’imponente missione di salvataggio. Il giovane Rust, invece, stava viaggiando tranquillamente verso l’Unione Sovietica, inconsapevole dell’enorme rischio cui si stava per sottoporre.

Pochi mesi prima, infatti, i rapporti tra la superpotenza comunista e gli Stati Uniti si erano improvvisamente raffreddati, dopo l’incontro di Reykjavik tra il Segretario sovietico Michail Gorbačëv e il Presidente Ronald Reagan: sorvolare senza permesso lo spazio aereo sovietico, poteva essere equiparato a crimini gravissimi come lo spionaggio o il terrorismo, per i Russi, o il tradimento per il blocco occidentale.

Rust fece qualche errore di manovra e salì di quota, rendendosi improvvisamente visibile ai radar sovietici.

Alle 14.29 del 28 maggio, i tecnici della torre di controllo contattarono immediatamente le autorità militari che, senza esitazione, allertarono gli addetti alla contraerea e inviarono due Caccia da battaglia MiG per avere un contatto visivo con quel presunto terrorista. Rust racconta così l’esperienza incredibile (e terribile) di veder arrivare un MiG, uno degli aerei più letali della storia aeronautica, nella propria direzione:

Davanti, lontano qualche chilometro, mi apparve velocissimo e luminoso un oggetto argenteo, e puntava su di me. Era un MiG della PVO, la temuta difesa aerea sovietica. Eccolo, fu il mio primo incontro con ‘loro’. Un colpo al cuore. Fu duro tenere i nervi sotto controllo. Furono pochi minuti, ma tremendi. […] Il MiG mi raggiunse, virò strettissimo, mi si mise dietro, poi mi affiancò. Era molto più veloce di me. Indovinai appena gli occhi del pilota sotto il casco. Mi seguì per un po’, poi accelerò ancora e sparì nel nulla. Pochi minuti, mi sembrarono eterni. E restai in preda a nuovi sentimenti misti. Sollievo, perché non aveva sparato. Dubbio e angoscia, per la certezza che sapevano che ero in volo su di loro …

Il pilota russo descrisse forma e dimensioni dell’aereo di Rust alle autorità e chiese il permesso di abbatterlo. In diverse circostanze il permesso sarebbe stato concesso senza esitazioni ma a “salvare” Rust fu un evento avvenuto solo quattro anni prima: l’Unione Sovietica, sentendosi minacciata, aveva abbattuto un aereo coreano che aveva erroneamente superato i confini russi senza permesso. L’aereo in questione era il volo 007 della Korean Air Lines, un aereo di linea civile con 269 persone a bordo che perirono tutte, sottoponendo Mosca alle critiche e alla pressione internazionale. Onde evitare un caso simile a quello del volo KAL 007, Mosca decise di non abbattere il Cessna. Nel frattempo, a quota 600 metri, Rust fu nuovamente perso dai radar.

Un’ulteriore serie di concause permise a Rust di non essere più raggiunto dalle forze aeree sovietiche: innanzi tutto, la PVO era stata riorganizzata da poco e divisa in vari distretti, mal collegati tra loro e, vicino Toržok, il velivolo, a causa della bassa velocità, venne erroneamente identificato come “amico”e scambiato per uno degli elicotteri impegnati per il soccorso in un incidente aereo, avvenuto il giorno precedente. Il colmo si verificò quando Mathias raggiunse l’aeroporto di Mosca-Šeremét’evo, ovviamente con strumentazioni radar speciali per la bassa quota, e il caso volle che le difese aeree fossero spente per un’esercitazione programmata da mesi. Rust raggiunse quindi i cieli moscoviti intorno alle 19.00 e cominciò a cercare dei punti di riferimento per atterrare davanti al Cremlino, suo primo obiettivo.

Quando sorvolò l’edificio, si rese conto di non avere spazio sufficiente per atterrare: decise perciò di cambiare luogo e tentare un impensabile avvicinamento alla Piazza Rossa! Le difficoltà maggiori nell’atterraggio furono legate alla presenza della folla che, apparentemente solo incuriosita, seguiva l’aereo per capire cosa stesse accadendo, rendendo però l’atterraggio più complesso del previsto.

Alla fine, l’aereo atterrò sul Bol’šoj Kamennyj Most, un maestoso ponte stradale a sei corsie, rullò davanti la Cattedrale di San Basilio e raggiunse la folla al centro della Piazza Rossa. Fu accolto con stupore e ammirazione dai cittadini di Mosca, che credevano si trattasse di un pilota alleato della DDR, e ricevette pane e sale (tipica usanza russa verso gli ospiti).

La polizia giunse sul posto e, dopo aver controllato i documenti, disse al giovane pilota che, non avendo armi a bordo, l’irregolarità più grave era, paradossalmente, l’assenza del visto turistico! Poco dopo, però, giunsero sul posto auto scure, con uomini in giacca e cravatta a bordo: erano ufficiali del KGB, chiaramente allertati dalla situazione. Rust non capiva chi fossero e accettò senza remore l’invito a discutere di ciò che era accaduto in «un luogo più adatto ad un colloquio … ».

Mathias fu condotto nel carcere centrale di Lefortovo dove, con metodi sempre meno gentili, fu interrogato dalle autorità russe circa le sue “reali” intenzioni. A salvarlo fu la tranquillità con cui rispose alle domande, ancora ignaro della delicatissima situazione in cui si trovava. Alla fine fu incarcerato e, con l’isolamento, comprese realmente come stesse evolvendo la situazione: ebbe un crollo psicologico e perse pericolosamente peso. Vedendo le sue condizioni precarie, fu tolto dall’isolamento e messo in cella con un detenuto che parlava tedesco, dal quale si fece tradurre i titoli principali della Pravda e comprese, finalmente, quelle che erano le sue condizioni di prigioniero politico.

Rust venne processato a Mosca il 2 settembre 1987, ricevendo una condanna a quattro anni di prigionia, in un campo di lavoro, per vandalismi, infrazioni alle leggi sull’aviazione e varco di confine non autorizzato. In seguito entrò in confidenza con il direttore del carcere, Petrenko. Quest’ultimo fece in modo che Rust non fosse mandato in Siberia dove, oltre a condizioni di vita più dure, avrebbe potuto subire minacce, o peggio essere assassinato, da uno degli oltre 2000 addetti alla sicurezza aerea, condannati ai campi di lavoro per non aver saputo gestire la crisi legata al suo sorvolo illegale.

Occorre a questo punto lasciare, per un momento, la vicenda personale di Mathias e analizzare con maggiore attenzione la situazione sovietica di fine anni ’80. Il Segretario Michail Gorbačëv stava cercando di imporre i programmi politici della Perestrojka e di Glasnost’, volti ad una maggiore libertà d’informazione, ad una nuova attitudine a discutere con “trasparenza” i problemi nazionali (“Glasnost’” in russo significa proprio “trasparenza”) e al tentativo di ridurre la corruzione nelle alte sfere del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) che, in quegli anni, stavano abbandonando l’ideale comunista puro delle origini rivoluzionarie. Mettere in pratica questi programmi, però, era estremamente complesso soprattutto perché significava andare contro la quasi totalità dei rappresentanti “conservatori” del PCUS.

A Gorbačëv serviva una motivazione valida per sostituire questi rappresentanti con altri suoi fedelissimi e, in modo del tutto inaspettato, fu proprio quel giovanissimo aviatore occidentale ad aiutarlo: “grazie” agli errori commessi dalle difese aeronautiche fu possibile allontanare ministri e autorità militari contrarie alle riforme, prontamente sostituiti con altri vicini alle posizioni del Segretario. Non è un caso se il 9 novembre 1989, soltanto due anni dopo, cadde il Muro di Berlino e se, nel 1991, l’intero blocco orientale si sciolse come neve al sole.

Il volo di Mathias fu determinante a tal punto che ufficiali militari contrari alla Glasnost’, come il Generale Petr Dejnekin, comandante delle difese aeree russe dal 1991 al 1997, sostennero apertamente l’opinione che, alle origini di quel volo, ci fosse un presunto complotto, organizzato dalle forze occidentali, alleate del segretario Gorbačëv:

Non ci sono dubbi che il volo di Rust abbia rappresentato una provocazione meticolosamente pianificata dai servizi segreti occidentali e che la cosa più importante stia nel fatto che essa fu portata a segno d’accordo con taluni membri della dirigenza sovietica di allora …

Dopo 432 giorni di prigionia, Mathias Rust fu rilasciato per amnistia e ottenne il permesso di tornare a casa nella Germania Ovest. La sua vita, dopo il ritorno in Germania, è caratterizzata da una serie di situazioni complicate e spiacevoli. Nel 1988, gli venne presentata una multa di oltre centomila dollari per l’inutile missione di soccorso organizzata dopo la sua “scomparsa”, venne più volte arrestato o multato per piccoli furti o per altri crimini di piccola entità, perse il brevetto di volo per l’immagine generale che i Media diedero di lui: quella di un folle, di una minaccia alla pace mondiale.

Oggi Mathias ha 51 anni e vive a Berlino, lavora come analista finanziario per una Banca di Zurigo. Il Cessna 172, sul quale ha compiuto la sua impresa, è conservato nel Deutsches Technikmuseum di Berlino Non è dato di sapere quali fossero le reali intenzioni di Mathias perché la sua immagine risulta spesso controversa nelle idee e nei comportamenti. È tuttavia meraviglioso ascoltare le sue parole a riguardo e credere che fosse realmente questa l’intenzione di quel sognatore diciannovenne con il brevetto da pilota:

Avevo diciannove anni, la guerra fredda divideva il mondo. Col mio piccolo Cessna decisi di vivere e far volare il mio sogno: un volo dall’Occidente alla Piazza Rossa. Come gesto di pace: un volo come un ponte simbolico tra i due mondi. Lo rifarei: a volte anche un po’ d’incoscienza giovanile serve a svegliare il mondo, giova alla realtà.

Le Fonti Collegamenti esterni:

https://www.ilpost.it/2012/05/28/il-volo-di-mathias-rust-25-anni-fa/2/ https://ilpoltronauta.com/2018/11/12/mathias-rust-e-il-volo-piu-pazzo-di-sempre/ https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/09/13/storia-di-mathias-rust-svitato-ragazzo-tedesco.html

Video: https://www.youtube.com/watch?v=Wue02Y0lS38