Alice Figini
pubblicato 5 mesi fa in Letteratura

Il processo a “L’amante di Lady Chatterley” di D.H. Lawrence

Il processo a “L’amante di Lady Chatterley” di D.H. Lawrence

Si tratta del caso più eclatante di censura della storia letteraria; ancora oggi non si può nominare il titolo L’amante di Lady Chatterley senza ritenerlo in qualche misura sconveniente o controverso. È un romanzo che porta su di sé la patina del proibito, una sorta di condanna sopravvissuta ai secoli che ne accompagna la fama ponendola in simbiosi con un’oscura perversione. Nel 1960 si apriva in Inghilterra il processo che poneva sotto accusa l’opera di David Herbert Lawrence, nonostante fossero passati quasi trent’anni dalla morte del suo autore.

Lady Chatterley’s Lover era il libro incriminato, posto sul banco degli imputati in un’edizione Penguin da tre scellini e mezzo spietatamente dissezionata dai commenti di Lady Dorothy Byrne, moglie del giudice incaricato di presiedere l’udienza. «Permettereste a vostra moglie di leggere un libro simile?» aveva domandato il Pubblico Ministero Griffith-Jones alla giuria in un’arringa epica; e a quanto pare venne preso in parola da Sir Lawrence Byrne che lo sottopose al giudizio insindacabile della sua signora.

Proprio lo scorso anno, in occasione del quarantesimo anniversario del processo, la copia da due soldi vergata da Lady Byrne fu venduta all’asta con un prezzo di partenza di 15mila sterline – una volta divenuta la prova testimoniale di un verdetto storico il suo valore si era miracolosamente quintuplicato.

L’amante di Lady Chatterley è ormai considerato uno dei capolavori del Novecento; tuttavia il suo valore non si limita all’indiscutibile merito letterario, travalica lo splendore della prosa per intrecciarsi a un discorso sulla libertà in grado di sferrare un duro colpo alla morale puritana della Gran Bretagna di inizio secolo. Si tratta di un libro raro e prezioso, poiché rappresenta la prova storica che la letteratura può farsi diretta promotrice del cambiamento sociale.

Esiste un prima e un dopo la pubblicazione di L’amante di Lady Chatterley: il libro della discordia, che ha determinato una rivalutazione del concetto di morale, proprio come il fatidico morso al frutto proibito ha provocato la cacciata dell’uomo dal Paradiso Terrestre.

Come è risaputo, tutte le grandi riforme sociali si ottengono attraverso un piccolo atto di infrazione. Soltanto un anno prima il libro era stato protagonista di un analogo processo, negli Stati Uniti, che vedeva sul banco degli imputati la casa editrice americana Grove Press, accusata di pubblicazioni oscene. L’assoluzione non era bastata a impedire che un secondo processo si svolgesse nel Regno Unito, stavolta contro la Penguin Books che malauguratamente aveva deciso di ripubblicare tutte le opere di D.H. Lawrence in occasione del trentesimo anniversario dalla morte dell’autore, offrendo per la prima volta al pubblico l’edizione integrale di Lady Chatterley’s Lover.

Il romanzo era stato pubblicato per la prima volta a Firenze, nel 1928, dall’editore Giuseppe Orioli in un’edizione semi-clandestina di appena mille copie. Per l’occasione, la copertina venne realizzata da Lawrence stesso: rappresentava una fenice in fuga da un nido in fiamme, vi si poteva leggere una chiara allusione alla forza prorompente del libro destinato a risorgere dalle proprie ceneri malgrado i tentativi governativi di censurarne il contenuto.

D.H. Lawrence scrisse le tre stesure nella residenza fiorentina di Villa Miranda, e proprio in terra toscana vide la luce la prima edizione stampata del libro, sfuggendo così alle maglie della censura inglese. Nonostante fossero state prese le dovute precauzioni, le copie in circolazione vennero sequestrate più volte e ne fu proibita l’esportazione nel Regno Unito. In seguito alla morte di Lawrence, il romanzo venne diffuso in alcune versioni censurate, e nel 1947 persino tradotto in lingua italiana da Manlio Lo Vecchio Musti, che omise tutti i vocaboli ritenuti osceni attraverso un’opera di traslitterazione che ne edulcorava il contenuto.  Così «fuck» divenne «baciare»; «cock» divenne «coda» e tutti i riferimenti agli organi genitali furono tradotti con espressioni metaforiche, astratte, che creavano un’inevitabile ambiguità nella lettura.

Negli anni Sessanta una delle ragioni che posero l’opera nella posizione scomoda di essere processata pare fosse dovuta proprio all’irrisorio prezzo di copertina della nuova edizione tascabile Penguin, che l’avrebbe resa apertamente fruibile alle masse; una narrazione tanto sconveniente doveva rimanere assoluto privilegio dell’élite, come un sacro segreto da custodire, non poteva certo essere divulgata al popolo. Nel 1959 in Inghilterra era entrato in vigore l’Obscene Publications Act, il cui ordinamento stabiliva che un’opera fosse da considerarsi oscena solo se il suo effetto era «tale da tendere a depravare e corrompere le persone.» La prima vittima della legge appena approvata dal Parlamento fu proprio il romanzo di D.H. Lawrence, definito dalla società benpensante «volgare»; «disgustoso»; «osceno», come riportano le cronache di età vittoriana: «Un affronto disgustoso e volgare al comune senso del pudore».

Un processo letterario che può vantare un precedente illustre, quello affrontato da Gustave Flaubert in seguito alla pubblicazione di Madame Bovary, nel 1857. A un secolo di distanza le cose non sembravano affatto cambiate: se Flaubert aveva dovuto rispondere all’accusa di immoralità, a Lawrence – o meglio, alla sua opera postuma – spettava l’imputazione di oscenità. I romanzi risultavano accomunati dalla medesima caratteristica colpevolizzante: davano voce a una donna che praticava adulterio e si poneva in aperta sfida contro la società.

Entrambe le opere rappresentavano un manifesto contro l’ipocrisia borghese: Flaubert mostrava, senza finzioni né abbellimenti, la vita asfissiante nella provincia francese e una donna che vi si ribella nel tentativo di non soccombere; mentre Lawrence dava voce, attraverso la sua protagonista, a una storia d’amore illecita pervasa di sensualità. Constance Chatterley, proprio come Emma Bovary, è colta e piena di vitalità, imprigionata nella monotonia irriducibile di un matrimonio infelice, e alla disperata ricerca di una via di fuga.

Non era la descrizione – peraltro aggraziata – degli amplessi sessuali a rendere scandaloso il romanzo di Lawrence, piuttosto il fatto che a praticare adulterio fosse una donna – di alto rango, per giunta – che tradiva il proprio nobile marito nientemeno che con un guardiacaccia, quindi un individuo di classe sociale inferiore. La storia narrata in L’amante di Lady Chatterley, a giudizio dell’accusa, rischiava di influenzare negativamente altre donne di buona famiglia, conducendole sulla strada della depravazione e dell’immoralità. A rendere il libro tanto scandaloso per i lettori dell’epoca era l’atteggiamento controcorrente della sua protagonista: Lady Chatterley, di fatto, si oppone alle condizioni opposte dalla sua condizione nobiliare e al potere maschile. In questa veste Connie, proprio come Madame Bovary, è un’eroina ante-litteram che appare in rivolta contro l’intera società, simbolo illuminante del risveglio culturale femminile che pervade l’Europa degli anni Trenta.

Il rapporto carnale per Connie rappresenta una riscoperta di sé, una totale aderenza all’istinto vitale, un mezzo per affermare la propria forza di volontà e lo stretto connubio tra mente e corpo. È giusto tuttavia osservare che il soggetto principale del romanzo non sono i rapporti sessuali tra i due protagonisti, ma l’analisi di un’intera società: Lawrence ci fa respirare l’atmosfera della provincia inglese, focalizza la propria attenzione sulle condizioni di vita dei minatori, sullo sfruttamento da parte dei nobili della manodopera contadina, sul rapporto artificiale tra uomo e natura conseguente allo sviluppo dell’industria; il tutto narrato nella prosa raffinata e dettagliatamente descrittiva, degna di un grande classico. L’amante di Lady Chatterley è un romanzo che offe innumerevoli spunti di riflessione, ancora oggi attualissimi, che di certo non meritano di essere svalutati per la fama quasi pornografica che l’opera ha assunto in seguito alle sue vicissitudini storiche.

Flaubert venne assolto da ogni accusa tramite lo stratagemma del «discorso indiretto libero» che poneva in luce la distinzione sottile tra voce narrante e personalità autoriale; nel caso dell’opera di Lawrence la faccenda si presentava più controversa poiché a essere posto sotto accusa non era l’autore in prima persona ma il contenuto “disdicevole” del libro.

Il caso giudiziario di L’amante di Lady Chatterley pose in discussione il concetto di censura in epoca moderna, un fatto di per sé eclatante nei primi anni Sessanta quando l’Era dell’Indice dei Libri Proibiti doveva teoricamente essersi conclusa da un pezzo.

Il processo durò ben sei giorni e vide avvicendarsi sul banco dei testimoni tutta l’élite letteraria dell’epoca, da E.M Forster a Rebecca West. La giuria stessa fu chiamata a valutare il romanzo leggendolo ad alta voce nel corso dell’udienza. Furono tenute oltre trentasei deposizioni da parte di esperti, scrittori, accademici e persino uomini di chiesa. Il Pubblico Ministero Mervyn Griffith-Jones si dimostrò particolarmente agguerrito, mantenne una linea d’accusa molto netta che ancora oggi viene ricordata in alcuni manuali processuali. Jones lesse le parti più scabrose del romanzo in aula, ponendo l’accento sui termini giudicati osceni, e interpellò direttamente la giuria con frasi minacciose: «Fareste leggere questo romanzo ai vostri figli? Alle vostre mogli?». Determinanti per l’assoluzione dell’opera furono le testimonianze degli scrittori e, in particolare, di un cardinale che affermò pubblicamente la sacralità dell’amore tra Connie e il guardiacaccia Mellors, ribadendo l’importanza dell’amore carnale tra esseri umani.

Il processo si concluse il 2 novembre 1960 con un verdetto inatteso; il giudice Byrne giudicò il contenuto del libro accettabile per la società dell’epoca sancendo così la fine del moralismo vittoriano. In seguito alla sentenza, l’opera di D.H. Lawrence fu esposta in tutte le librerie e vendette tre milioni e mezzo di copie. Alla fine dell’anno la casa editrice Penguin venne addirittura quotata alla borsa di Londra.

La pubblicazione di L’amante di Lady Chatterley rappresentò una clamorosa vittoria sociale, ebbe il merito indiscusso di ridefinire il concetto di «tabù»: la sessualità non era dunque più da considerarsi alla stregua di un atto segreto o osceno, faceva parte della vita e in quanto tale poteva essere raccontata senza censure.

Un’importante battaglia era stata vinta. La letteratura, attraverso la sua peculiare capacità di nominare l’indicibile, aveva comportato una ridefinizione del senso di pubblico pudore. Il verdetto di assoluzione di Lady Chatterley’s Lover assunse un valore emblematico: era l’inizio di una nuova Era di liberalizzazione dei costumi e della morale.

Gli anni Sessanta avrebbero in seguito portato molte altre innovazioni sulla strada dei diritti: sarebbero stati l’epoca della prima pillola contraccettiva, della legalizzazione dell’aborto, della depenalizzazione dell’omosessualità. È bello pensare che il cammino verso la modernità sia iniziato grazie a un romanzo: la gente lo leggeva ovunque, sulle panchine del parco, durante le pause in ufficio, in metropolitana, scoprendo un senso di rinnovata libertà. Lady Chatterley’s Lover ha rappresentato la necessità dello scandalo in letteratura: l’importanza di dire, di affermare, di nominare perché solo l’arte può valicare il confine del proibito e rendere l’osceno accettabile.  Come ha notato il premio Nobel J. M. Coetzee in un saggio dedicato all’opera di Lawrence: «Ogni volta che il libro viene riaperto, in epoche successive, anche quando i tabù hanno perso la loro forza, ogni volta che il libro viene riletto quei tabù si rianimano e riassumono la loro cupa forza.»

Leggere L’amante di Lady Chatterley oggi è un privilegio, una libertà conquistata, e ogni volta che sfogliamo questo libro – malgrado le tematiche trasgressive ci appaiano ormai superate alla luce della contemporaneità – dovremmo ricordarci l’importanza benefica dello scandalo, l’urgenza di nominare le cose per conferir loro il diritto di esistere.

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