Sara Calagreti
pubblicato 4 anni fa in Letteratura

Il vizio che uccide la fama

luci e ombre di Edgar Allan Poe

Il vizio che uccide la fama

Nella Londra del 1844 uscì il romanzo Le avventure di Arthur Gordon Pym, ma è solo due anni dopo, con l’uscita de Il Corvo, che la fama di Edgar Allan Poe (Boston, 19 gennaio 1809 – Baltimora, 7 ottobre 1849) cominciò a diffondersi.

La celebre poesia ebbe fama, dall’America all’Europa, anche e soprattutto per l’analisi che Poe ne fece nella Filosofia della composizione.
Lo stesso Pavese annotava ne Il mestiere del poeta nel novembre 1934:

Le riserve del Poe sul concetto di poema reggono ancora, anche se vanno integrate da considerazioni di carattere contenutistico.

Lo stesso Poe scrive:

[…] il suono del refrain, fu necessario scegliere una parola che incarnasse questo suono e allo stesso tempo conservasse il più possibile quella malinconia che avevo predefinito come il tono della poesia. In un tale ricerca sarebbe stato assolutamente impossibile ignorare la parola Nevermore.”
Malgrado il successo, l’immagine del poeta-ubriacone rimase l’idea dominante per vari decenni, alimentata dalle testimonianze ostili del poeta Griswold, nemico dello scrittore a cui andò la cura degli scritti dopo la morte di Poe. Un’immagine che nemmeno l’amico Charles Dickens riuscì a difendere.

Basti pensare che per almeno un cinquantennio dalla sua morte Poe non ebbe una grande fortuna. Le prime voci che tumblr_mmdq7ztqaj1qf3baro1_1280si alzano in difesa del genio di Poe sono quelle di Stevenson in un articolo pubblicato su Academy, focalizzando sull’influenza che ebbe su i letterati della sua epoca.
Altro autore fu Oscar Wilde che ne subisce una vera influenza per quel che concerne l’immagine di Dorian Gray.

Conan Doyle nel dicembre 1887 si trova a scrivere Uno studio in rosso, ma fu solo dopo quattro romanzi e 56 racconti che l’autore si sbilanciò, arrivando a definire Poe non solo il migliore interprete dei romanzi polizieschi ma anche il suo grande maestro: basti pensare a La lettera rubata e al commissario Dupin, l’eroe preferito del piccolo Conan Doyle.

Ma è la Russia la prima nazione dove vengono tradotte e pubblicate le prime opere di Poe, nel lontano 1839. L’opera di Poe incontra il genio di Fëdor Dostoevskij, nella figura di Raskol’nikov di Delitto e Castigo, un personaggio tormentato ed ossessivo, che come il protagonista de Il cuore rivelatore arriva a confessare le proprie colpe.
Così Goljadkin de Il Sosia che sfida a duello il suo doppio ha molti echi di William Wilson.

Se l’influenza in Germania è lenta, forse per la figura di Hoffmann che si eleva a modello insuperabile del romanzo gotico, in Italia invece le prime traduzioni de Il Corvo arrivano a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento.
Ma fu la Foscarina, eroina de Il fuoco alla quale D’annunzio farà pronunciare la celebre frase: “more than love” (tratta da Annabel Lee).

In tutto il Novecento di Poe si ebbe una continua riconsiderazione.
Cadono così le barriere che per circa un cinquantennio la critica aveva innalzato intorno alla sua opera, ed oggi di Edgar Allan Poe si conosce la pienezza artistica e la profondità di tensione interiore. L’angoscia, il dolore e la disperazione si stacca no dall’immagine di un poeta vizioso, divenendo la luce e l’ombra di uno dei maggiori esponenti del Romanzo nero.