Marco Miglionico
pubblicato 4 mesi fa in Letteratura

In nova corpora.

Breve analisi strutturale delle Metamorfosi ovidiane.

In nova corpora.

Arrampicandosi sul davanzale vi si sporgeva puntellandosi contro la poltrona;

era ovviamente per lui un modo di ricordare il senso di liberazione

che prima gli aveva sempre dato il guardare fuori dalla finestra.

Kafka – La metamorfosi

 

Da sempre qualsiasi processo trasformativo ci affascina per la semplicità con cui le cose mutano in forme diverse da quelle di partenza. Qualsiasi sistema, reale e non, nella cui unità si compie una metamorfosi è capace di sconvolgerci; muovendosi nel registro del verisimile, la trasformazione è potente al punto da destare in noi un’attonita meraviglia.

Spesso un fine simile è possibile da raggiungere proprio perché le cose, qualsiasi cosa, sono formate da unità essenziali, le medesime per ciascun oggetto che appartiene allo stesso sistema. E questo da alcuni autori è reso anche solo con un attributo: l’aggettivo condensa in sé la caratteristica essenziale dell’oggetto e, cambiando, determina una mutazione dell’oggetto stesso. Allora, un tratto -enucleato nell’aggettivo attributivo- da irripetibile diventa incontrovertibile. E questo crea stupore.

Quando Bacco ebbe trasformato i marinai del Tirreno in delfini (Ovidio, met. III, 671-678)

“… per primo cominciò a diventare nero Medone, e la sua colonna vertebrale prese decisamente a incurvarsi. Licabante gli disse: “In quale cosa prodigiosa ti stai mutando?” e mentre parlava la bocca gli diveniva larga, il naso ricurvo mentre la pelle, già indurita, si copriva di squame. Libi, che vuole muovere in senso contrario i remi immobilizzati, vede le proprie mani accorciarsi rapidamente, ormai non più mani ma pinne”. Ovidio, nel processo metamorfico, isola le caratteristiche essenziali e ne fa i tratti distintivi. La trasformazione prende quindi la via più breve, perché sono immediatamente connessi fra loro i tratti caratteristici dell’uomo e quelli del delfino. “Il processo della trasformazione -questo fenomeno inverosimile e fantastico- si riduce a una successione di processi assai semplici e piuttosto reali” (Ju. K. Ščelgov, Alcuni tratti strutturali delle Metamorfosi di Ovidio).

I confini della percezione vengono dilatati dal poeta latino, perché la mutazione, l’accrescimento, la varietà delle forme sono tutti processi che si muovono sul “primo piano”, quello delle caratteristiche essenziali. In tal modo anche le trasformazioni più evidenti (leggiamo stravolgenti) sono quelle che avvengono in maniera semplice: l’impossibile diventa possibile nell’orizzonte di senso della verosimiglianza.

In Ovidio le metamorfosi non si esauriscono solo nei tratti semplici, ma spesso sono di portata cosmica (egli parte dalla descrizione della creazione dal Caos infatti). Nel “mondo ovidiano” anche il tutto è un insieme di fette scomponibili, di leggi essenziali: le unità elementari del mondo diventano le cose in sé. Ovidio, analitico al punto da essere scientifico, divide il mondo per campioni e nel suo dizionario cosmologico vengono a essere uguali la montagna, il bosco, il fiume, la costa del fiume, la riva del mare, la grotta, il mare, perché essi si trovano all’interno dello stesso campione. Il materiale naturale diventa maneggevole, facilmente flessibile, e dalle sue combinazioni originano nuove forme, spesso inusuali. Questa “plasticità” ha il suo segreto nell’assoluto nitore delle immagini scelte dal poeta: ancora una volta, gli attributi sono il materiale essenziale che pone unità  fra le parti. Il diluvio (met. I, 291-292) è tale perché -così lo descrive- “omnia pontus erant, deerant quoque litora ponto” (tutto era mare e il mare era anche senza sponde). Al Sulmonese basta eliminare gli argini del mare e dare un’immagine nitidissima del diluvio, della sua incontinenza.

Lo strabiliante e cangiante mondo ovidiano è un sistema preciso dove il contadino, poiché segretamente malevolo, è trasformato in una pianta dall’amaro succo; Aracne, che sfidò Minerva nell’attività di tessitura della lana, diventa un ragno; Giacinto, ferito in volto dal disco di Apollo, un fiore purpureo come il sangue effuso. Analizzata però il tramite dei cambiamenti, che giustifica la natura delle trasformazioni, qual è invece la spinta che determina affinché qualcosa cambi in altra natura?

Spesso tali trasformazioni generano da episodi infelici, cui i protagonisti giungono di conseguenza ai propri difetti, morali e fisici. Simili “distorsioni” si oppongono al principio di equilibrio che, come in tutta la classicità, regna anche nel “mondo ovidiano” gestito dagli dèi, i quali devono intervenire per restituire un equilibrio cui gli uomini attentano continuamente. Giacché l’uomo difetta, col suo essere maligno, querulo, duro, tracotante, egli assimila caratteristiche che per Ovidio non corrispondono alla sua reale natura, ma che sono ascrivibili alla categoria “animali e/o cose” in cui allora gli uomini verranno trasformati senza perdere le caratteristiche, ma adeguandole alla figura altra in cui muteranno.

In questa dimensione cosmologica Ovidio lascia spazio anche alla morte. Per lui essa non è una trasformazione, anzi viola il principio del divenire, che è proprio delle metamorfosi, ne è una “distorsione”. La morte rompe l’equilibrio che invece domina la vita pensata dal poeta, dove non è riservato alcuno spazio d’azione all’imprevedibilità.