Federico Musardo
pubblicato 2 anni fa in Letteratura

Inquietudini filologiche

Pessoa e il fraintendimento del suo Livro

Inquietudini filologiche

Ognuno è un mondo; e come in ogni fonte
una divinità veglia, in ogni uomo
perché non dev’esserci
un dio solo per lui?

Nell’occulta successione di cose,
solo il saggio sente, che non fu altro
che la vita che lasciò.

(F.Pessoa, Ognuno è un mondo, senza data)

Senza la filologia avremmo una conoscenza parziale e errata dei testi, sia antichi che moderni. L’esistenza degli studi filologici è tuttavia quasi sconosciuta a chi non studia materie umanistiche. Insieme a figure altrettanto fondamentali come il traduttore, il correttore di bozze e insomma tutti quei lavori le cui competenze contribuiscono a dare al libro una forma, senza le quali cioè un’opera non potrebbe esistere, anche il filologo vive purtroppo troppo spesso all’ombra dell’autore e del testo.

Con la filologia, si cerca soprattutto di ricostruire un testo per avvicinarsi il più possibile alla volontà dell’autore. È quello che bisognerebbe fare, per esempio, con Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa (Livro do Desassossego, 1982 – dopo più di cinquant’anni dalla sua morte). I frammenti di questo libro non sono stati ordinati sistematicamente dall’autore e quindi, in assenza di una sua volontà esplicita, i curatori e gli editori hanno cercato le loro soluzioni. Nella storia delle pubblicazioni postume, purtroppo, non è raro che venga ignorata la volontà dell’autore, qualora esista, oppure che i critici si sostituiscano all’autore senza segnalare i criteri di ordinamento, cronologici o espressivi, di una determinata opera.

Quasi tutta l’opera di Pessoa rimase inedita e fu pubblicata postuma. Fino alla sua morte aveva pubblicato solamente alcuni testi in inglese (Antinous e 35 Sonnets, entrambi del 1918, English Poems del 1922) e il poema Mensagem (1934), oltre che diversi contributi su rivista. Moltissimi fogli sparsi, manoscritti e dattiloscritti, ritenuti dall’autore ancora prematuri per una pubblicazione, furono quindi soggetti alla mercé dei primi suoi editori, intellettuali amici degli eredi del poeta che non si fecero problemi ad alterare arbitrariamente l’ipotetico ordine che il poeta avrebbe voluto per le sue carte. Quest’ultime, scritte in una grafia che Pessoa stesso non esitò a definire «illegibile», erano inoltre compromesse dalla presenza di lezioni spesso plurime, giustapposte, glossate a margine con la matita che si sbiadisce. Negli anni Cinquanta, furono Gaspar Simões e Luís de Montalvor, critici letterari autorevoli benché irrispettosi della filologia. Entrambi infatti si sostituirono al poeta e scelsero al suo posto. Il loro Pessoa è artificioso e scarnificato, perché vollero renderlo pubblicabile anche a costo di privarlo di tutte le incertezze proprie di quegli scartafacci, preferendo alla densità semantica un testo piano anche se eterodiretto. Quando le carte di Pessoa divennero di dominio pubblico, altri editori si impegnarono per approntare edizioni più fedeli all’originale, coerentemente con i manoscritti, senza tralasciare i molti luoghi in cui Pessoa aveva lasciato in sospeso la scelta della parola giusta, introducendo quindi nelle varie edizioni anche le diverse alternative possibili. Ciascun editore propose le sue congetture ed emersero progressivamente diversi Pessoa, tutti più o meno divergenti dal poeta che stava diventando emblema di una nazione.

Il Libro dell’inquietudine aveva assorbito l’intera esistenza del poeta, dai primi frammenti editi su rivista a pochi anni prima della morte, quando egli in una lettera a un amico inserì idealmente quel libro in un piano di pubblicazione delle sue opere. Tutti gli editori che si sono succeduti hanno purtroppo giustapposto i vari frammenti e sarà difficile, se non impossibile, scoprire un giorno ciò che Pessoa avrebbe voluto per quest’opera a cui teneva così intimamente. A proposito del Livro, scrive così Giulia Lanciani:

Un abbozzo di libro, un progetto di libro. Per Pessoa, il sogno di un libro. Per gli editori, non un’ipotesi di libro, ma il libro.

In conclusione, il brano sintomatico di uno scrittore lusitano, riportato ancora dalla studiosa italiana:

Sappiamo oggi che quella lettura [il riferimento è alla prima edizione postuma, pubblicata dalla Ática] conteneva numerosi errori, tanti che, in molti casi, quel che conoscevamo di Pessoa e che ci aveva indotto ad ammirarlo (perché lo abbiamo ammirato attraverso l’errore) non era suo […] Alcuni versi che avevamo imparato a memoria, che ci avevano emozionato, che avevamo ritenuti sublimi, non erano suoi. […] Qual è il vero Pessoa?, ammesso che mi interessi conoscere il “vero” Pessoa e non mi contenti invece di un qualsiasi Pessoa resistente a tutti gli errori?.


 

Le informazioni di questo articolo provengono da un meraviglioso saggio di Giulia Lanciani, «Sulla traducibilità: il ‘caso’ Pessoa», in Quaderno del Dipartimento di Letterature Comparate, Università degli Studi Roma Tre, n. 3, 2007.