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pubblicato 5 mesi fa in Letteratura

Insoddisfazioni flaubertiane: “Madame Bovary” e “Un cœur simple”

Insoddisfazioni flaubertiane: “Madame Bovary” e “Un cœur simple”

Anche se naturalmente il tema dell’insoddisfazione attraversa le letterature di tutti i tempi, è soprattutto con l’età contemporanea che assume una forma nuova.

Questo, per quanto mi riguarda, è riconducibile a tre fattori fondamentali: uno storico-sociale, perché dopo la Rivoluzione francese e quella industriale aumenta la mobilità sociale e, di conseguenza, il desiderio di affermazione individuale; uno religioso, dal momento che ci troviamo negli anni immediatamente posteriori all’Illuminismo (tanto che a fine secolo qualcuno dirà che Dio è morto); uno letterario, perché nell’Ottocento il romanzo diventa il genere che domina l’Europa e che offre diversi strumenti per la rappresentazione  dell’interiorità dei personaggi.

Per Leopardi, ad esempio, l’insoddisfazione è naturalmente radicata nell’animo umano; in alcuni passi del suo Zibaldone, sostiene che il desiderio è l’essenza dell’uomo, un fatto congenito all’esistenza e che quindi si smette di desiderare solo quando si smette di vivere. Il problema è che l’uomo non desidera che un piacere astratto e illimitato, impossibile da raggiungere, anche quando ambisce a qualcosa di materiale («Se tu desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come cavallo e come un tal piacere, ma in fatti lo desideri come un piacere astratto e illimitato. Quando giungi a possedere il cavallo, trovi un piacere necessariamente circoscritto e senti un vuoto nell’anima, perché quel desiderio che tu avevi effettivamente non resta pago») e per questo l’insoddisfazione è inevitabile.

Anche secondo Schopenhauer l’uomo è naturalmente insoddisfatto: «Già nella natura incosciente, costatammo che la sua essenza è una costante aspirazione senza scopo e senza posa; nel bruto e nell’uomo, questa verità si rende manifesta in modo ancor più eloquente. Volere e aspirare, questa è la loro essenza; una sete inestinguibile» (Il mondo come volontà e rappresentazione). .

È bizzarro che le parole di Schopenhauer descrivano perfettamente la protagonista dell’esempio letterario che è diventato per antonomasia il libro dell’insoddisfazione, Madame Bovary. Mœurs de province.

Emma si indebita fino al collo per rincorrere uno stile di vita che è fuori dalla sua portata, influenzata dalle letture giovanili e dal mito cittadino; si tuffa a capofitto in amori adulteri, aggrappandosi senza remore alla «menzogna romantica» (Girard), pur di non cedere alla desolazione di una vita provinciale sempre uguale a sé stessa; si toglie la vita quando comprende che non c’è più niente da fare. Ma se il suo personaggio può essere interpretato come la personificazione del capriccio e della vanità, dell’ennui bourgeoise, e dunque come il figlio legittimo della cultura del tempo, chi ha letto il capolavoro flaubertiano comprende bene che il malessere della protagonista non riguarda solo gli aspetti esteriori, tangibili, culturalmente determinati dell’esistenza.

Il tormento di Emma è la forza motrice dell’intero romanzo, così radicato negli anfratti della sua essenza da contraddistinguerla come personaggio. Per ogni desiderio appagato c’è un vuoto che si crea al suo posto e, naturalmente, per ogni vuoto un desiderio, costituendo un circolo vizioso che si spezza solo attraverso la morte (o la fine del racconto). L’eccitazione che all’inizio prova alla presenza di Charles la convince ad accettare di sposarlo, ma, subito dopo il matrimonio, subentra in lei la monotonia dell’abitudine; l’innamoramento per Leon si trasforma in autocompiacimento non appena il ragazzo le confessa i propri sentimenti; l’euforia di diventare madre muta in  rancore per la figlioletta appena nata; la passione che nutre per Rodolphe in malattia quando prende coscienza che in realtà ama l’idea, il simbolo che quell’uomo incarna. L’insoddisfazione di Emma scandisce l’evoluzione del racconto, le tappe necessarie allo sviluppo della storia, ma soprattutto il susseguirsi delle sue aspettative che, puntualmente, vengono deluse.

La comprensione che il narratore riserva alla sua eroina lascia trapelare uno spazio più o meno circoscritto di identificazione da parte dell’autore (potrei utilizzare la leggendaria frase «Madame Bovary c’est moi!» a sostegno di quello che dico, se solo fosse attestata da qualche parte!); e anche se, come scrive Auerbach in Mimesis, a partire da Flaubert l’arte «non si deve più curare dei fatti pratici, degli insegnamenti morali o politici», il suicidio di Emma suona proprio come la consapevolezza, e l’ammonimento, da parte di chi scrive che l’appagamento totalizzante, la piena soddisfazione, la felicità eterna non possono esistere. D’altra parte, però, un’ulteriore chiave di lettura del finale, sulla scia delle interpretazioni che vedono l’opera come una mera denuncia dell’ipocrisia borghese, potrebbe consistere nella castigazione del soggetto che si lascia sopraffare dall’insoddisfazione. Emblematico, a tal proposito, che l’autore scelga per la sua protagonista un avvelenamento; in un certo senso Flaubert si fa giudice infernale e punisce Emma per contrappasso.

È interessante mettere a confronto questo romanzo con un altro testo flaubertiano, posteriore di vent’anni: Un cœur simple. La protagonista Felicita, dopo aver vissuto un’infanzia e un’adolescenza di sofferenza e stenti, diventa la serva della signora Aubain, vedova e madre di Paolo e Virginia. Questi due bambini costituiscono per lei, insieme al nipote Vittorio, il fulcro della sua tensione affettiva. Dopo la perdita dei suoi tre pupilli trova conforto in un pappagallo, Lulù, che tratta e ama come un figlio, fino a farne impagliare il corpo quando viene a mancare. Felicita esalerà il suo ultimo respiro col sorriso sulle labbra, associando l’immagine di Lulù a quella dello Spirito Santo.

Nel racconto si sottolinea sia esplicitamente che implicitamente la condizione umile e analfabeta della protagonista: il narratore afferma che la spiegazione della geografia illustrata che Paolo le fa rappresenta «toute son éducation littéraire»; allo stesso modo apprendiamo che la sua istruzione religiosa è merito del catechismo di Virginia. Paradigmatico è l’episodio dell’atlante, in cui il signor Bourais mostra a Felicita dove si trova l’Avana (avevano mandato lì il nipote) e lei, in tutta risposta, gli chiede di indicarle sull’atlante la casa di Vittorio; o il fatto che, immaginando lo Spirito Santo, se lo raffiguri come il ritratto spiccicato del suo pappagallo Lulù. Quello che manca al suo patrimonio intellettuale, però, viene compensato dalla purezza e dalla bontà del suo animo. Su questo aspetto si insiste molto nel testo, a partire dal titolo: Felicita è sempre pronta a mettere gli altri avanti a sé stessa, a dare senza pretendere nulla in cambio, a porgere l’altra guancia. Ma questa bontà non è mediata (in senso girardiano) da principi cristiani, così come la sua religiosità non è rigidamente indottrinata; è tutto, come dire, naturale e, ancora, autentico. Sul sorriso appagato della morta, però, si può leggere la schiacciante vittoria che Flaubert riconosce alla natura sulla cultura.

Tralasciando le (abissali) differenze formali, quello che mi interessa sottolineare è la relazione di reciprocità esistente tra le due opere a livello di contenuto: entrambe narrano la vita e la morte di una donna, entrambe consegnano ai posteri un messaggio che implica una medesima visione delle cose, ma in maniera antitetica. Emma e Felicita sono due figure speculari, appartengono a due condizioni sociali differenti, i loro caratteri sono agli antipodi, le loro reazioni, sia alla gioia che al dolore, divergono nettamente; eppure sono entrambe necessarie alla costruzione di significato del binomio soddisfazione/insoddisfazione, perché ne mettono in luce un altro: quello che oppone la coscienza alla spontaneità. Se è vero che Emma è la cultura, il desiderio, l’insoddisfazione, e Felicita la natura, il bisogno, la soddisfazione, è anche vero che Emma ci appare cosciente della sua esistenza, soggetto attivo che rincorre qualcosa che probabilmente non esiste o che, una volta raggiunto, non la appagherà; mentre Felicita ci dà l’idea di subire la sua stessa vita, di essere in balia degli avvenimenti che qualcun altro le ha destinato, di accettarli genuinamente, senza averne  la benché minima percezione. E se nel caso della prima l’insoddisfazione costituisce l’impulso stesso dell’esistenza, per la seconda la soddisfazione è il punto d’arrivo di una vitale inconsapevolezza. Quindi non ci arricchisce più individuare l’origine dell’insoddisfazione, bensì la funzione che essa esercita, nella letteratura come nella vita. È anche per questo, secondo me, che il lettore è maggiormente disposto a identificarsi con Emma che con Felicita; perché, seppur insoddisfatti, siamo attaccati all’illusione di essere padroni dei nostri destini.

di Ornella Tomasco