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Intervista a Ermanno Cavazzoni

Intervista a Ermanno Cavazzoni

«Diceva che il mondo precipita continuamente nell’inesistenza, cioè c’è l’adesso, come un lampo di luce, e tutto il resto è già perduto, non solo i fatti osservati di quella che si chiamerebbe realtà, ma anche tutti quelli sentiti dire, immaginati, fantasticati, che quelli pure sono realtà, come anche i sogni. Il rimedio è scriverli».
Scrivere qualche riga di introduzione a un botta e risposta con Ermanno Cavazzoni non è una cosa che capita tutti i giorni. Il pretesto per questa intervista è l’uscita di Storia di un’amicizia (Quodlibet, 2026), in cui lo scrittore ripercorre il suo rapporto con Gianni Celati attraverso digressioni, aneddoti e ricordi. Ringraziamo di cuore Cavazzoni per i suoi libri e per averci concesso questa chiacchierata.


Bologna, 15 aprile 2026

La prima domanda che le faccio non ha niente a che fare con la letteratura, diciamo che è più una visione generale. Perché secondo lei, visto che qualcuno dice ancora che ci sia, ci ostiniamo ancora a cercare un senso della vita? Forse siamo forse tutti un po’ cretini?

Me lo chiedo sempre anch’io, e più vado avanti con l’età più me lo chiedo, che senso ha questa comparsata che mi sembra sempre più la vita, che uno viene buttato su questo pianeta e poi, dopo, a un certo punto finisce lo spettacolo. È davvero una cosa incomprensibile per noi, un animale non ha questa percezione probabilmente.

Infatti mi piace moltissimo un film – l’avrà visto di sicuro –, Blade Runner, un meraviglioso film, l’ho visto tre, quattro, cinque volte, con questi androidi che tornano sulla Terra proprio per chiedere quanto tempo di vita abbiamo ancora e se non si può prolungare. Ha qualcosa di struggente questa dimensione, perché non c’è risposta (loro sì, ce l’hanno la risposta, che sono a termine, come d’altronde noi). Legato a questo argomento, è che ho molto dispiacere del fatto che morirò – come tutti muoiono – e non avrò saputo perché c’è l’universo. E i fisici non me lo sanno dire. Sì, dicono che c’è all’origine una fluttuazione quantistica che si è espansa, ma perché c’è? Perché si è formata così, in questa forma? Nessuno lo sa, tutto è arredato di pianeti, di soli e non ne sappiamo proprio niente.

E questo mi dispiace, morire senza sapere qualcosina, ecco. Il senso della vita, poi, questo meno ancora. Il senso della vita è la letteratura. La letteratura da sempre si è sforzata di raccontare storie che diano un’apparenza di senso alla vita, ma se ne possono raccontare all’infinito, perché è un argomento inesauribile. E quindi è come se fossimo sempre alla ricerca di questo senso, osservando le cose, raccontandole. Cosa che ho fatto anch’io nel mio libro, di cercare un po’ un senso, ma senza trovarlo.

Quello che mi dice ha a che fare con l’idea dell’accettare che siamo a termine, e dello scomparire, dell’essere dimenticati. Forse i libri ci possono aiutare, oltre che a stare al mondo, anche a prepararci all’idea di scomparire e di essere dimenticati?

Beh, i libri sono l’unica cosa che fa sopravvivere.

Le vite, quante migliaia e milioni di vite ci sono state nel mondo, a cominciare dalla Preistoria, miliardi e miliardi, e sono tutte evanescenze. Le opere d’arte, e i libri, in particolare, che usano proprio la lingua, che è la nostra caratteristica umana, fanno vivere un po’ di più nel senso che l’anima di ciascuno – per “anima” intendo poi la mente, questo complesso vastissimo che è la mente –, continua in un libro, in libri di narrativa in particolare, o di poesia anche, continua e si deposita, e quindi può chiacchierare, parlare con altre persone che verranno dopo, e quindi un po’ vive. Certo, è una vita monca, però se uno pensa che l’umanità è anche un fenomeno non tutto attuale, ma anche disteso nel tempo, allora uno facendo dei libri è come se rimanesse aggrappato a questo succedersi di vite.

Forse non c’entra niente, ma mentre parlava mi è tornata in mente una fenomenale poesia di Raffaello Baldini (anni fa sentii proprio lei leggere delle poesie di Baldini in un vecchio centro sociale di Bologna) che si intitola “Guidare”. Mi è venuto in mente che anche in quella poesia la voce finiva angosciata dal fatto di dover “finire”, del non poter più andare, proseguire, vivere insomma, e negli ultimi versi diceva che però «poi tutte le cose che non ho fatto, che non ho visto, sono un modo come un altro per allungare la vita».

Non so che edizione ha di Baldini, se è l’edizione bianca Einaudi, che è bellissima (peccato che abbiano fatto quella traduzione “invisibile”). Se lei ci bada, ogni libro che ha fatto finisce con «l’aldilà», tutti. O è l’aldilà di uno che va a teatro e incomincia a salire l’acqua, e si trova in un altro mondo; oppure di quando nevica, nevica e non smette più, che sembra proprio la fine del mondo e uno si trova in questo aldilà abbacinante di neve bianca; oppure di uno – questa è proprio una commedia, un monologo, In fondo a destra – che si trova nella metropolitana di Milano, e cammina all’infinito, e tutti camminano all’infinito, ed è una specie di aldilà (non à la Dante Alighieri) dove uno è perduto in un mondo che non somiglia più neanche a questo. Ed è un tema costante in Baldini, e lo mette sempre, come se ogni libro fosse un percorso di vita attraverso i personaggi, attraverso tutte le cose, anche buffe spesso, che gli fanno ridere, che racconta; e finisce in questo aldilà immaginato come se uno andasse in un altro mondo, che però è solo sul posto. E probabilmente la sentiva molto, Baldini, per usare un termine filosofico, la nostra finitudine.

Qui mi ha fatto venire in mente un’altra immagine ancora, un racconto proprio di Gianni Celati, che era il racconto del professor Tritone [“Un episodio nella vita dello scrittore Tritone”, in Costumi degli italiani, II, NdR]: l’inizio della storia è che il professor Tritone, che fa lo scrittore, sente il chiacchiericcio di un ragazzo e questo lo mette in crisi, perché il ragazzo è un suo studente e ha appena criticato il suo ultimo libro; e in una nottataccia particolare Tritone comincia a vedere attorno a sé alberi che vomitano libri, cespugli che vomitano libri, libri che cadono dal cielo e alla fine i libri che ricoprono ogni cosa.

Anche questo è una specie di aldilà, di incubo, perché anche quelli di Baldini sono incubi, incubi di un mondo che non si capisce più. Ma anche quel film di Fellini a cui ho collaborato, La voce della Luna, che ha molto trasformato il mio libro – giustamente, perché Fellini ha fatto il suo –, è un film sull’invecchiare e sulla fine che è laggiù che aspetta.

Torno al canovaccio. Lei oggi è probabilmente uno degli scrittori italiani più importanti (in un’altra intervista ha detto che questa parola la mette in imbarazzo, ma non abbiamo trovato un’alternativa abbastanza efficace). Se ci pensa, di essere uno degli scrittori più importanti in Italia, le viene un po’ d’ansia?

No, no, lo prendo come un complimento. È come dire a uno «lei è molto bello», sono quelle cose che fanno piacere, ma che svaporano subito. Io come tutti ho una libreria nella casa di campagna, con tutti i libri di mia prozia, di mio nonno, degli anni Venti, dell’inizio secolo: li guardo d’estate quando ci vado, ed erano libri che vendevano parecchio, libri con ristampe… Se le faccio nomi come Lucio D’Ambra, lei lo conosce? Ne posso nominare decine che ricordo, ma chi è che sa chi sono? Erano autori estremamente in voga, e ce n’erano decine di decine. E quando li guardo mi dà un senso di struggimento, proprio perché con la letteratura uno in fondo spera di esistere anche dopo, però che uno poi riesca a esistere e resistere, è anche quello molto improbabile. Quindi questa idea dell’essere un grande scrittore mi fa un po’ sorridere, mi fa piacere come complimento, ma nello stesso tempo è più la parola “scrittore” che mi dà noia.

Con Celati ne parlavamo e dava noia a tutti e due, perché essere scrittore è uno di quei mestieri che non sono mestieri, perché implica una riuscita. Uno è scrittore se tiene un diario segreto che non verrà mai pubblicato? Oppure pensi a Kafka: in vita sua non ha mai pubblicato, se non delle cosette piccolissime, quindi in vita sua non era scrittore, oppure lo era ma in segreto, e quindi lo era o non lo era? Non si può dire. Certo, la sua grandezza, il successo enorme che oggi ha, che è uno dei maggiori autori del Novecento, lo fa essere scrittore, però è una cosa molto labile, perché dentro la parola “scrittore” c’è anche la parola implicita di “successo”, avere successo. Quindi se uno scrive una meraviglia ma da un piccolissimo editore che gli tira solo cento copie, è scrittore?

Sono quelle parole un po’ pretenziose. Certo, mi ci sono abituato anch’io perché poi per tutta la vita non ho fatto altro, però se mi presentano: «Ecco, qua c’è lo scrittore Cavazzoni», mi sono abituato ma mi verrebbe da arrossire un po’, come se – faccio sempre questo esempio –, se io le presentassi uno dicendo: «Ecco, questo signore è un santo!» Quando è che uno è un santo? Quando fa un miracolo? Oppure è uno che in segreto fa dei miracoli? Più che mestieri sono delle qualificazioni legate all’opinione degli altri. Se uno fa l’avvocato ha un riconoscimento dello Stato, ha una laurea apposita, ma come scrittore non esiste, non c’è un’ufficialità.

Sì, se uno vince lo Strega forse, ecco, è scrittore per un po’. Per un regista è la stessa cosa: quando è che uno è un regista? Uno può fare un documentarietto così: è un regista? Sì, un po’ lo è, poi se vince a Hollywood diventa come diceva Totò di Fellini; me l’ha raccontato Fellini, che aveva incontrato Totò che gli aveva detto in napoletano: «Lei è diventato un registone». Bellissima la parola, è più bella che regista: vuol dire un regista riconosciuto, un registone.

Insieme a Celati avevate trovato un’alternativa, alla parola “scrittore”?

No. Poi anche Celati si era abituato e quindi se l’era messo sulla carta d’identità. Quando gli han chiesto in Comune «mestiere» lui ha messo: scrittore. E quindi quella diventa una specie di ufficialità.

Se lo scrittore di oggi potesse dire qualcosa al sé stesso di allora, quello del “Poema dei lunatici” o dei racconti pubblicati su «il verri», che cosa gli direbbe?

Ah, li conosce, ma guarda. Sì, quelli sono raccontini brevi, ma allora ancora pensavo che avrei fatto il docente universitario, principalmente, magari sarei andato avanti nella cosiddetta carriera universitaria; poi a un certo punto è prevalso invece il piacere di scrivere la narrativa, le cose di invenzione.

Infatti questi primi raccontini erano a metà tra il finto saggio e l’invenzione, sono due o tre che avevo fatto; me li aveva pubblicati Anceschi, che era il mio professore d’università, mi aveva pubblicato facendomi lodi, cosa che mi aveva molto incoraggiato nel fatto che mi riconoscesse una capacità; allora leggevo molto i classici, anche classici dell’Ottocento-Novecento più che i romanzi dell’attualità immediata, e leggevo parecchio. Ho passato dai tredici, quattordici anni, anche da prima, con David Crockett, oppure Verne, oppure Salgari, ho letto moltissimo in quell’età e ammiravo molto forse questa idea di essere scrittore… Mi ricordo ancora la lettura di Martin Eden di Jack London, libro che mi aveva enormemente colpito quando l’ho letto, ero poco più che adolescente. Avevo un’ammirazione per questa cosa un po’ strana, inafferrabile. Il poema dei lunatici è venuto fuori un po’ da solo, avevo scritto il primo capitolo più o meno così come poi è stato, e l’avevo scritto per far bella figura in un piccolo convegno dove ho conosciuto Celati – nel libro lo racconto. Avevo scritto quello che poi sarebbe diventato l’inizio proprio per far bella figura davanti a Celati, perché avevo letto un suo libro ed ero rimasto estasiato, e quindi siccome c’era anche lui in questo convegno e avrei dovuto parlare anch’io, avevo fatto questo racconto per far bella figura, non so come altro dirlo. In effetti poi ho fatto bella figura, almeno davanti a Celati, al quale è piaciuto molto questo racconto, ed è stata una spinta grossa a continuarlo, però senza l’idea che sarei diventato scrittore.

È proprio un piacere particolare mettersi lì e inventare, inventare e andarci dietro, un po’ come immagino tanti sport, tante attività umane; ma anche un imprenditore penso che abbia piacere a far crescere l’azienda, non solo per i soldi che guadagna, ma anche perché magari gli piacciono le mattonelle.

Quindi lei le rincorre un po’ le sue storie? Cioè arriva un’immagine e la segue, in qualche modo?

Io credo che sia una disposizione cerebrale. Cioè, uno impara poco a poco che se mette il cervello in una certa posizione, non so, come quando viene sonno e allora si cerca una posizione comoda, dopo pian piano il sonno viene, i pensieri si sfrangiano e il sonno viene da solo. Ecco, è una specie di sonno. Detto così sembra una cosa mistica, ma è un atteggiamento molto visivo. Che uno si mette lì, incomincia a notare delle cose e dopo un po’ è come in uno stato di leggero sonnambulismo, cosa che spesso chi inizia a scrivere dicendo «ho fatto una scommessa, voglio diventare scrittore» non ha capito, non sa entrare in questa dimensione, è come uno che resta sempre sveglio, ecco. Credo.

Con questo ne abbiamo parlato tante volte con Celati e condividevamo un atteggiamento di questo tipo, che è il racconto che ti arriva addosso, un po’ come ti arriva un sogno, che tu non lo controlli. Ci sono certi sogni, soprattutto al mattino, quando uno è quasi nel dormiveglia, che un po’ li si può far andare in certe direzioni. C’è un elemento di guida, però il sogno, è lui che comanda. Ecco, scrivere è un po’ una cosa di questo tipo, credo. Più che mai se uno scrive in poesia, in versi, come è la tradizione maggiore italiana, dello scrivere in versi, che si è spenta nel Novecento. Oggi nessuno più fa un poema in versi, se non il mio caro amico Tonietto, che ha fatto un poema in ottave lungo quasi come l’Orlando Furioso.

La prossima domanda è per l’appunto sull’Orlando Furioso. Le sue sono in qualche modo avventure ariostesche, e nella “Storia di un’amicizia” indugia spesso sull’Orlando Furioso. Scrive per esempio che «il senno, come dice Ariosto, è tutto sulla luna, perciò quaggiù resta in grande abbondanza predominante la dissennatezza». Il senno, il senso. Ma recuperarlo, sulla luna o chissà dove, da un punto di vista letterario è davvero così importante?

C’è pazzia e pazzia. La pazzia è diventare proprio pazzo, schizofrenico o così, sono cose terribili, come anche avere vicino qualcuno in famiglia che è impazzito, ci sono tantissime forme, uno può diventare paranoico ed è una delle cose che meno mi auguro mi succedano. Invece uno che racconta, che narra, se ci si pensa, in fondo è uno che racconta qualcosa di non vero, mente, che è qualcosa che non si potrebbe fare in società. Quello della letteratura è uno spazio a sé stante, dove è legittimo mentire, cioè raccontare cose non accadute: quindi è già un campo leggermente fuori dal normale. Poi credo che questo atteggiamento, chiamiamolo creativo, visivo, sia l’utilizzo della mente in un modo proprio subalterno, come quando dicevo che è il racconto che ti viene addosso. Capisco che detto così sembrano parole mistiche, invece sono esperienze concretissime. È come uno che si innamora: la volontà c’è, sì, forse un pochino, ma sono cose che ti “vengono addosso”, ti capitano, chissà quali sono le ragioni, uno poi ci fantastica sopra…

È un fenomeno leggermente anormale quello più in generale artistico, per questo gli artisti, gli scrittori, sono sempre considerati un po’ strampalati. C’è un po’ di verità, però c’è anche tanta leggenda.

Lei come fa, per esempio, per favorire quell’atteggiamento visivo?

Beh, ci sono tante situazioni dove magari mi chiedono di scrivere, un giornale mi chiede un racconto – e ne ho fatti regolarmente, per il Sole24Ore, per un giornale svizzero –, e dovevo scrivere un racconto ogni settimana o ogni 15 giorni. E allora, se te lo chiedono, tu ti metti lì e le cose sgorgano, proprio sgorgano. Magari ti dicono anche un piccolo tema del momento, poi uno su quello scrive quello che gli passa per la testa. Questo può essere un caso, se si ha un piccolo incarico. Oppure possono essere cose che saltano fuori da te, perché c’è una cosa che ti assilla o che ti piace. Per esempio, in questo libro in realtà la cosa che volevo dire era proprio la fine di Celati, la morte (che è un tema che agli editori in genere non piace). Volevo raccontare questa parte dolorosa finale, però per dirla sono dovuto andare indietro per dire cos’era la nostra amicizia. Allora sono andato a recuperare tutte le cose che mi ricordavo, in base a e-mail, appunti che ritrovavo. E poi le cose vengono narrate, cioè, sono vere, sono false, sì, un fondo di vero c’è, poi le cose vengono, come dire, colorate (e quindi narrate). Però narrare è sempre qualcosa che cambia, non si può dire “è vero o non vero” di un certo racconto. Che poi è un’esperienza che fanno tutti: se uno ripensa a un grande amore che ha avuto, ogni dieci anni il racconto che si fa di questo grande amore muta, perché la persona muta. Quindi qual è la verità della cosa? Mah, è un po’ inafferrabile. Anche questo libro ha delle basi e degli spunti di cose accadute (accadute vuol dire che anche altri direbbero «sì sì, è vero»), però sono state poi, come dicevo, colorate, riempite di altre riflessioni, fantasie e cose di questo tipo.

In tema di verità, finzione, ricordi, nel libro lei fa un paragone preciso tra Celati e «quell’enigmatico, memorabile, inquietante Bartleby lo scrivano»: come è nato questo parallelo?

Bartleby è un racconto di Melville meraviglioso, indubbiamente lo ha letto solo chi mastica la cultura, non è come Pinocchio, che anche chi non l’ha letto sa cos’è. Bartleby è un racconto strepitoso, memorabile, se uno lo legge non se lo dimentica, e ognuno poi ne può dare un’interpretazione diversa – alcuni danno l’interpretazione di chi non si assoggetta, per esempio, io do tutt’alta interpretazione – ma sono legittime tutte, è la grandezza di un racconto che per ognuno tocca delle corde diverse. E Celati l’ammirava molto, l’ha tradotto, ci ha fatto dei corsi all’università, ne abbiamo parlato tantissime volte cercando di capirlo… E un po’ tutto il libro nasce da questo fatto curioso: che in realtà Celati, negli ultimi anni, quando aveva perso l’uso della parola, assomigliava a Bartleby, al suo personaggio preferito, che non parla mai (Bartleby diceva solo la famosa frase «I would prefer not to», che Celati traduce a suo modo, «avrei preferenza di no»; ne abbiamo parlato tante volte, a me non piaceva tanto la traduzione di Celati di questa frase, però teoricamente aveva ragione lui, perché «I would prefer not to» fa leggermente ridere, è una frase un po’ formale, uno non direbbe così in inglese. La voleva mettere in una forma che fosse insolita, però dal mio punto di vista non è riuscita come traduzione, anche se poi per tutto il resto è bellissima).

E allora vedere che Celati diventava questo suo personaggio silenzioso, che però aveva mantenuto la capacità mimica (quando tornava dall’Inghilterra e mi vedeva faceva tutta la gestualità tipica degli amici, alzava le braccia, mi abbracciava, ma non gli uscivano le parole giuste, se non qualche parola), sembrava anche un altro suo mito, Groucho Marx, il muto dei fratelli Marx. Vedere Celati che diventava come questi suoi due personaggi adorati mi aveva molto colpito, ma ci ho pensato soprattutto dopo che è morto: che lui si è avvicinato alla morte realizzando i suoi due adorati personaggi. E mi son chiesto – nel libro lo dico a un certo punto, perché è poi questa l’origine del libro – se in tutti si potesse vedere, dalle caratteristiche che hanno e nei gusti, come finiranno la vita. E se potesse uno quindi prevedere anche di sé stesso – che forse però sé stesso è la persona che uno conosce meno – come si avvierà verso la fine. Se diventerà demente, se andrà sotto una macchina, se manterrà la lucidità fino in fondo, tutte queste cose. Proprio perché Celati è stato forse il mio più caro amico, ci piaceva parlare all’infinito, lo conoscevo bene, era come un pezzetto di me che c’era in lui. Ci ho pensato tanto, dopo che è morto, alla sua vita, che è stata fortunata; lui ha avuto una vita fortunata proprio perché era un individuo libero, veramente libero. Come quando si è licenziato dall’università – chi è che si licenzia da un posto di ruolo –, perché andava dietro agli impulsi veri e autentici. Ci sono quelli all’università che sono il contrario, che vogliono fare carriera e per tutta la vita patiscono e tramano per fare concorsi, e magari gli danno la cattedra e dopo due anni vanno in pensione, e allora tutta la loro vita è passata nella pena di aspirare a qualcosa che gli è arrivato, ma che ormai magari non gli serve più a niente. È meglio vivere facendo le cose, se uno è fortunato, che gli piacciono. Questa è la cosa che mi verrebbe da consigliare a tutti, poi per tanti non è possibile, ma sarebbe l’ideale di vita. È quello un po’ che dice il comunismo, il comunismo primo di Marx ed Engels, che nei Manoscritti economici e filosofici dicono queste cose pazze: «Nel comunismo futuro se uno vorrà fare il pescatore diventerà pescatore, se uno vorrà fare il pittore sarà pittore…» Come una società fatta di pittori e di pescatori, che mi ha sempre fatto ridere, però forse vuol dire che un uomo dovrebbe fare quello per cui è portato (cosa impossibile, perché ci vorrà sempre chi zappa la terra). Sono utopie queste, se uno però è fortunato percorre la via che gli era destinata.

Se anche lei potesse scegliere un “suo” grande personaggio con cui finire la vita, quale sarebbe?

Beh, io ho terrore di diventare scemo, che mi venga l’Alzheimer, come ormai viene al cinquanta percento della popolazione. Se mi dicono: «Preferisci perdere una gamba o che ti venga l’Alzheimer?», preferisco perdere una gamba. Viviamo troppo, viviamo oltre quello che la natura ha predisposto. Non sono il primo a dirlo, c’è questa vita in soprappiù, dolorosissima, che crea disagio a tutti quelli che ci sono intorno, e probabilmente l’Alzheimer è saltato fuori proprio perché viviamo oltre il tempo che ci è concesso e si cade in queste forme di impotenza mentale. A me piacerebbe che mi dicessero, proprio come i droidi di Blade Runner: «Il 10 giugno del Duemilaetaldeitali, alle ore 16 e un quarto, tu morirai»; beh, sarei contento. Se mi dicessero che muoio domani un po’ meno, ma se mi dessero una data non sarebbe male, garantendomi che resto integro. Non so perché dio onnipotente ci ha fatto questo scherzo, di non darci una data. La data di nascita c’è, perché non dovrebbe esserci quella di morte?

Per non abusare oltre della sua pazienza, due ultime domande secche: figura retorica preferita? Creatura mitologica preferita?

Le ho studiate le figure retoriche, era proprio il mio campo di studi all’università, quello della retorica antica. È difficile dirne una preferita, perché uno le usa automaticamente le figure retoriche, quindi non è che scelga se faccio una metafora o una sineddoche. Indubbiamente la più diffusa è la metafora, cioè il parlare per analogie con qualcosa, quella resta forse la figura più usabile.

Creatura mitologica… di tutti i tempi? I giganti mi sono sempre piaciuti molto, come vengono trattati nei poemi cavallereschi, soprattutto Pulci, sono figure buffe, comiche. Il gigante è bello, è un gran coglione il gigante, sempre, grande grosso e coglione. Non saprei proprio, ce ne sono tantissime. È che se uno dice la parola “mitologico”, così, penso subito all’antichità, mentre invece noi ci viviamo in mezzo alle figure mitologiche, provi a pensare Frankenstein, tutti sanno che non esiste ma di fatto è un compagno di vita, e Frankenstein poi è diventato il robot, l’essere artificiale.

Ecco, forse la figura mitologica preferita della contemporaneità è l’androide, l’androide che la fantascienza usa come se fosse un nostro compagno di vita, ecco, questo mi piace. Mi piacerebbe avere una androide come moglie, un essere che sembri davvero una donna, però con quegli innesti – sempre Blade Runner –, in cui i ricordi sono innesti artificiali. Ce l’ho messo anche io in questo libro un po’ di fantascienza che avevo scritto, La galassia dei dementi. Mi piaceva l’idea che ogni essere artificiale avesse anche un campo specifico di sapere, di ricordi. Che in fondo anche per noi è la stessa cosa, i ricordi che abbiamo sono delle costruzioni che possono variare col tempo. Quindi come figura mitologica l’androide, e in particolare la ginecoide.

intervista a cura di Maria D’Ugo