Culturificio
pubblicato 3 settimane fa in Interviste

Intervista a Franco Arminio

Intervista a Franco Arminio

Pubblicati rispettivamente a maggio e a luglio, Resteranno i canti (Bompiani 2018) e Il manifesto della terza medicina (AnimaMundi 2018) sono i due più recenti lavori letterari di Franco Arminio. Già ideatore della Casa della Paesologia a Trevico (AV), l’autore irpino, in veste di paesologo e di direttore artistico, ha curato quest’estate la prima edizione di Altura, Irpinia d’Oriente Festival (26-29 luglio) a Bisaccia (AV), suo paese natale, e, come di consueto da sette anni a questa parte, la festa paesologica della Luna e i Calanchi (22-26 agosto) ad Aliano (MT). A distanza di due settimane dall’Assalto alla poesia, evento nazionale lanciato il 15 settembre, abbiamo avuto modo di conoscerlo e di parlarci attraverso una piacevole conversazione telefonica. Il Culturificio lo ringrazia per aver risposto con interesse alle nostre domande e per la sua disponibilità.

Avendo partecipato al festival della Luna e i calanchi e avendo letto la tua ultima raccolta Resteranno i canti, oltre alla volontà di educare alla poesia, ho notato una volontà di educare allo sguardo del paesaggio. Come prima domanda ti chiederei: qual è il rapporto che intercorre tra creazione poetica e paesaggio?

Non è una domanda facile. Nel mio caso, c’è un continuo andirivieni, una trasfusione tra quello che accade nel mio corpo, nella mia testa, e quello che c’è fuori, come se fossero due paesaggi intimi ed estranei, e il mondo esterno alla fine è interno anch’esso, interno ed esterno si scambiano di posto continuamente e quindi è come se fossero sullo stesso piano.

Un’altra domanda riguarda la paesologia. Nella tua raccolta Cedi la strada agli alberi c’è una poesia dedicata a Pasolini e, se non erro, dovrebbe essere proprio una lettera. Mi chiedevo quanto la paesologia si nutre dell’auspicio pasoliniano volto al recupero del mondo rurale, arcaico.

Ho letto abbastanza Pasolini, c’è senza dubbio una sua influenza nei miei versi. Condividevo le sue riflessioni sulla distruzione del mondo contadino – più che di una distruzione parlava quasi di un genocidio – sui pericoli della modernità incivilita. Rispetto a Pasolini, però, la differenza è che per fortuna certe cose che aveva previsto non si sono realizzate, per esempio la fine dei dialetti. Quella che sembrava una marcia trionfante della modernità è andata via via attenuandosi e i dialetti sono sopravvissuti, questo naturalmente Pasolini non poteva saperlo. Io più che decretare la fine di quel mondo, ne vedo la resistenza, ne canto i primi germogli.

In effetti, al festival della Luna e i Calanchi hai spesso citato Rocco Scotellaro. Forse la paesologia trova una contaminazione maggiore con Scotellaro anziché con Pasolini.

Sia Scotellaro che Pasolini sono morti giovani, ma Pasolini è infinitamente più conosciuto di Scotellaro – che forse meriterebbe di essere un po’ più famoso di quello che è -, tra l’altro anche nella sua morte in qualche modo è stato eroico perché credo sia morto un po’ per essersi messo dentro le sue vene il dolore di tutto il suo popolo. Per me, Scotellaro è un martire. Lo metterei sicuramente nel pantheon degli autori a cui mi ispiro.

Esistono comunque delle differenze tra la tua poesia e quella di Pasolini. Basti pensare a Petrolio, con i suoi toni apocalittici, o agli Scritti corsari, dove Pasolini forse abbandona quella solidarietà nei confronti del dialetto, coltivata nelle sue prime esperienze letterarie, e abbia abbracciato un certo pessimismo. Mentre tu, come ci dicevi, proponi una resistenza alternativa che passa anche attraverso una riscoperta locale, geografica ma anche linguistica, perché poi in molte realtà si parla tuttora il dialetto. Come incoraggeresti un giovane a rapportarsi al paese, allo spazio geografico in cui vive? Come gli consiglieresti di riscoprirsi e di riscoprire la propria terra?

Penso che l’andare in giro, nei posti, nei propri luoghi e paesi, ormai si sia un po’ perso, mentre invece è sempre un gesto utile. Poi ognuno ha la sua strada, il suo rapporto con i luoghi. A me fa piacere se i ragazzi considerino i propri luoghi e non solamente città come Berlino o Londra. Bisogna guardare i luoghi senza pregiudizi e non bisogna credere che nel proprio luogo non serva lottare o fare qualcosa di buono. Già rimuovere i pregiudizi e guardare le cose per quelle che sono mi sembra un bel risultato.

Un’altra domanda più inerente al mondo poetico-letterario. Che rapporto c’è tra oralità e scrittura, tra lettura silenziosa e a voce alta? Purtroppo nella pedagogia della letteratura e della poesia viene spesso trascurata la dimensione orale del testo, e forse la lettura silenziosa ha un po’ tarpato le ali alla condivisione della poesia.

Quando si scrive una poesia, per sentire come suona, bisogna leggerla ad alta voce. Assolutamente, sono d’accordo. Leggere a voce alta è un ottimo modo per capire se la poesia suona. Bisogna farla cantare, la poesia. Bisogna leggere ad alta voce le poesie degli altri ma anche le proprie.

Viste le esperienze di Altura e quella della Luna e i Calanchi, volevo chiederti se entrambe abbiano agito da materiale per nuove opere letterarie.

Ho varie cose a cui sto lavorando, per esempio una nuova raccolta di poesie, che non so se pubblicare presto o tardi, poi dovrei fare un libro per Bompiani sull’Italia, una sorta di viaggio in Italia. Di viaggi ne faccio tanti, ho poco tempo per scrivere. Questi sono i due libri principali su cui sto lavorando.

 

Intervista a cura di Daniele Lisi e Federico Musardo

 

L’immagine in evidenza proviene da: https://internopoesia.com/2018/05/25/franco-arminio-3/