Federico Musardo
pubblicato 3 anni fa in Letteratura

Kafka e la critica italiana

Kafka e la critica italiana

Franz Kafka avrebbe voluto distruggere quasi la totalità della sua opera ed è una nostra fortuna che Max Brod, amico intimo, primo esegeta nonché esecutore testamentario, non abbia rispettato le sue volontà. Per via della complicata vicenda editoriale e del ritardo dei nostri traduttori è soprattutto dalla metà del secolo scorso che la critica letteraria italiana, a differenza di quella straniera, ha incominciato a interessarsi all’opera dello scrittore.
In Italia fu Ladislao Mittner che per primo in un saggio del 1960 rimproverò la cattiva abitudine dei kafkismi, cioè delle interpretazioni arbitrarie, anche se utilizzando categorie estranee all’opera di Kafka egli rischia di contraddirsi. Secondo Remo Cantoni, infatti, la sua è una scrittura ‘polivalente e polisemantica’ attraverso cui Kafka assumerebbe su di sé la negatività del proprio tempo, il disagio dell’uomo contemporaneo che cerca di sopravvivere in un mondo dal quale viene escluso, ciò che Cantoni definisce ‘dramma della partecipazione impossibile’. Anche l’analisi di Ferruccio Masini nasce da presupposti filosofici, più fenomenologici che esistenzialisti, a cui aggiunge la conoscenza delle teorie di Marx. Egli rifiuta esplicitamente un’interpretazione letterale del testo e cerca invece i significati simbolici. Per esempio, la metamorfosi di Gregor Samsa sarebbe una materializzazione simbolica dell’alienazione, mentre Joseph K., il protagonista del Processo, vivrebbe una forte alienazione interiore che lo emargina dalla società.
In seguito al convegno internazionale di Liblice, in Cecoslovacchia, risalente al 1963, molti critici liberarono Kafka dal pregiudizio secondo il quale fosse un’individualista. Masini accolse entusiasticamente questa riabilitazione, mentre Franco Fortini prese le distanze dall’autore, condannando la staticità dei personaggi kafkiani e la loro incapacità di aiutare l’uomo contemporaneo ad affrontare il mondo capitalistico. Fortini si ferma quindi alla pars destruens dell’autore, a differenza di Carlo Bo che forse entrando in grande empatia con l’autore compie l’errore opposto, perché si disinteressa del contesto sociale e pone la sua opera su un piano quasi metastorico, associando le autorità del Processo e del Castello a una divinità cristianizzata, senza considerare la religione ebraica. Il difficile rapporto dell’autore con l’ebraismo venne ampiamente studiato da Giuliano Baioni, il cui contributo diventerà imprescindibile per gli studiosi successivi. In Kafka esiste una scissione tra l’idealizzazione degli ebrei orientali e la realtà degli ebrei occidentali ormai assimilati. Dalle tradizioni delle comunità orientali egli eredita la tendenza alla parabola e la sua dimensione più speculativa, mentre la sintassi tersa e la pervasività della burocrazia, che infatti si presenta come una sorta di organismo divino, derivano dalla rappresentazione della società austoungarica degli ebrei integrati. Marino Freschi e Guido Massino partono proprio dai saggi di Baioni e ne approfondiscono le teorie, con un’attenzione particolare al contesto storico di Praga durante la prima metà del Novecento.
sdsRoberto Calasso e Pietro Citati sottolineano l’estraneità di Kafka e dei suoi personaggi e considerano tutta la sua opera come una ricerca per avvicinarsi alla divinità.
Calasso, quasi da storico delle religioni, analizza soprattutto i racconti mitici di Kafka e dimostra come a suo avviso la dimensione umana e quella divina rimangano sempre distanti. Anche Citati cerca di spiegare ciò che negli Aforismi di Zürau Kafka definiva l’indistruttibile, ovvero l’essenza trascendentale su cui ragionava l’autore. Egli attribuisce agli scritti di carattere privato (l’epistolario, i diari) una grande dignità letteraria e se ne serve quindi per chiarire l’origine e il contenuto dell’opera. Le relazioni che intercorrono tra la vicenda biografica dell’autore e la sua letteratura sono al centro degli studi più recenti, che non dovrebbero ignorare le ricerche di questi studiosi.
È interessante osservare che l’autore stesso manteneva una posizione ambigua verso la psicanalisi, perché se in almeno due occorrenze dei Diari sancisce l’autosufficienza della letteratura, egli si interessò alla nuova scienza, seguendo convegni e leggendo riviste, e dopo la stesura della Condanna, scritta la notte del 22 settembre del 1912, annoterà, sempre nei Diariho pensato a Freud. Mentre Guido Crespi si concentra sull’umorismo di Kafka, il quale emerge nell’incongruenza tra atmosfera onirica e realtà, tra irrealtà delle immagini e realismo della narrazione, Renato Barilli propone una lettura originale, sulla base delle teorie freudiane, e si oppone all’interpretazione che vuole il figlio vittima del complesso edipico e soggiogato dall’autorità paterna, sottolineando la natura coscienziale dei personaggi kafkiani, la loro intenzionalità. Per concludere, Aldo Carotenuto, analista di scuola junghiana, sostiene che l’opera di Kafka rappresenti un continuo tentativo di avvicinarsi e comprendere l’Altro da sé, tentativo destinato tuttavia al fallimento a causa di una radicale chiusura all’identità altrui, soprattutto al mondo femminile. Ogni progresso verso il raggiungimento di ciò che Carotenuto definisce la verità, ovvero l’equilibrio psichico, si rivela perciò sempre apparente. Joseph K. infatti non viene assolto, l’agrimensore K. non riesce a conoscere i segreti del castello, e al suddito del racconto Durante la costruzione della muraglia cinese non arriva il messaggio dell’Imperatore.