Gianmarco Canestrari
pubblicato 4 settimane fa in Letteratura

La coscienza del limite ovvero quando il passato diventa presente:

Toringrad di Darien Levani

La coscienza del limite ovvero quando il passato diventa presente:

Come fai a riconoscere la felicità mentre la stai vivendo? e sussurrare a te stesso: ora fermati, sei felice. Cristallizza questa frazione e osservati meglio: hai parte di quello che volevi, sei in un posto caldo, e sparsi per questa città ci sono degli amici che farebbero tutto per te. Rifletti su questo momento, cerca di fissarlo nella tua memoria per sfogliarlo più tardi come si sfogliano delle fotografie in cerca di conforto. Non lo sai. Lo capisci dopo, solo dopo.

È così che inizia il capolavoro di Darien Levani Toringrad (Edizioni Spartaco 2016). Appena mi è arrivato tra le mani ho sentito come una strana “forza” che mi ha attratto e mi ha quasi “costretto” ad immergermi in questo particolare ed affascinante mondo che, volenti o nolenti, fa parte seppur in maniera marginale al tessuto antropo-socio-politico della nostra civiltà. Non so se è stata la magnifica copertina o il magico e sensazionale titolo ad affascinarmi, ma una cosa è certa: devo a questo racconto la mia maggior conoscenza circa le dinamiche e le procedure che investono il mondo della droga. Drini, il protagonista, è riuscito, dopo un passato turbolento e rocambolesco, ad uscire e liberarsi dal circolo vizioso dello spaccio, cercando con tutti i mezzi e le buone intenzioni a “crearsi” una nuova vita: una vita piena, corretta, rispettosa delle leggi e delle autorità, ma soprattutto volenterosa di compiere il bene non solo per se ma anche per gli altri. È così che decide di apriore un bar a Torino, il Toringrad, che diventerà ben presto uno dei luoghi più frequentati della zona. Realizzando il suo sogno nel cassetto, Drini sembra essersi liberato per sempre del suo passato, che però torna preponderatamente a sconvolegre i piani ormai consolidati della sua nuova esistenza di buon cittadino. È bastata una telefonata del cognato Petrìt per distruggere tutto quello che aveva costruito, per far cadere giù, come pezzi di domino, ogni buona cosa a cui era riuscito, con fatica, a dar vita; riprendendo i contatti con il cognato, Drini si ritrova immerso nella voragine dello spaccio di cocaina che come d’incanto, e soprattutto contro la sua volontà, torna a risvegliare in lui ricordi che pensava di aver rimosso per sempre. Ma questo tipo di esperienze non passano inosservate, non sono quel tipo di azioni che, una volta fatte, scompaiono nel buio del dimenticatoio. No, non sono una cosa da poco. Sono azioni gravi, pericolose, che una volta compiute non si dimentacano più e vanno a costituire, anche se non lo volessimo, una parte importante, seppur negativa, della nostra vita. È per questo che si parla di dipendenza.. proprio perchè il carattere fondante e principale di tali azioni è la capacità di creare legami così forti che è difficile estirpare se non dopo un lungo processo di cura. Dipendere: è a questo che puntano gli spacciatori ed è questo l’orizzonte esistenziale che spetta a chi entra in questo buco nero. Sembra complicato e difficile da ammettere, ma è vasto il numero di coloro che una volta entrati non riescono più ad uscire, e che per questo si indebitano sempre più con coloro che sfruttano la loro posizione di debolezza e fragilità. Lo stesso Petrìt aveva notato che è il mercato dello spaccio che “manda avanti questo Paese”: come se fosse la droga e ciò che l’uomo ha costruito sopra il motore del progresso e dell’ammodernamento della comunità. È angosciante ma carica di verità la riflessione che anima e sorregge chi entra nel mondo dello spaccio e che si mostra come la chiave di volta per capire questo “universo difformante”: “Quando tutte le porte sono chiuse, è solo allora che si rivolgono a noi. La nostra porta è sempre aperta, ecco perchè vinciamo sempre..”. per chi spaccia, ciò che compie rientra nella normalitò, nella quotidianità, tanto da avere la certezza che nessuno potrà mai fermare il fiume di droga che annebbia e distrugge chiunque si accosti ad essa. Il “fenomeno-droga”, se così possiamo definirlo, si mostra allora come una delle più grandi sconfitte antropologiche e sociali di tutta la storia umana; il danno procurato dall’uso di tali sostanze stupefacenti è così grave e irreparabile che chi ne abusa non è cosciente della pericolosità né per se né per gli altri… si ha solo la consapevolezza di essere dentro un sistema “alternativo”, rivoluzionario rispetto ad un presente e ad una quotidianità sentita come estranea, lontana. Spacciare viene sentito come qualcosa di normale e non come una attività sbagliata sia moralmente che fisicamente: considerarlo come un atto illecito, negativo e pericoloso è un “errore della legge e non della realtà”, come prende a definirlo lo stesso Drini. Quello che veramente ho imparato da questo straordinario racconto è che bisogna accettare i propri limiti, le proprie incapacità e quindi se stessi: non possiamo andare oltre la nostra stessa natura, la quale ha tra i tratti fondanti e peculiari quelli della materialità, della contingenza, della temporalità e quindi della finitudine. Ciò che ci rende davvero unici è il processo di autoconsapevolezza e autocoscienza di essere sostanze carenti e dipendenti: è proprio la mancanza essenziale del carattere di necessità che ci spinge a dipendere da qualcuno che riesce a dare senso e pienezza (seppur relativa e proporzionata) alla nostra esistenza. Questa limitazione ontologica non deve però portare a una chiusura egoista e narcisista, ma deve aprirsi all’altro: non ci si salva da soli, contando solo sulla proprie misere forze, ma si deve avere il coraggio di affrontare la realtà dura della vita insieme agli altri, condividendo il peso delle difficoltà, le paure e le angosce che ci capitano nel percorso della nostra esistenza. Siamo sì quindi i “viaggiatori stanchi” che si riposano “prima di riprendere un cammino tortuoso”, ma non dobbiamo dimenticare che il viaggio non lo si affronta mai da soli, ma sempre in compagnia. È con gli altri che si affronta la vita; è con gli altri che si cerca di percorrere il più possibilmente lungo tragitto esistenziale: è questa la conclusione a cui giunge il protagonista, stanco di essere vittima di un universo “straniero” eppure così familiare, ma che ha avuto la forza, seppur non completa tale da eludere i fili che lo legavano al suo passato, di rialzarsi per continuare a guardare la vita con occhi diversi, con occhi pieni di speranza che un giorno tutto quello che ha vissuto di brutto e negativo possa rivelarsi solo un brutto sogno, un incubo da cui bisogna riprendersi. Questo tenendo sempre fisso lo sguardo sulla grande lezione che Drini stesso ha imparato: le azioni più gravi, le più riprovevoli dal punto di vista morale non devono, e non possono, essere né dimenticate con tanta facilità e disinvoltura, né perdonate con troppa leggerezza. Ciò che si fa rimane scritto nella nostra memoria e nel nostro cuore, tanto che rimane sempre vivido e presente ai nostri occhi… viene qui in mente una citazione della grande filosofa del Novecento Hannah Arendt, la quale con estrema profondità illustra questo principio che fa da sfondo a tutto il romanzo da noi esaminato:

I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappiano: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare. E perciò nulla può mai essere praticamente inutile, almeno non a lunga scadenza. (H.Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme)

 

 

L’immagine in evidenza è tratta da: https://www.balcanicaucaso.org/aree/Italia/Toringrad-171718