Susanna Ralaima
pubblicato 3 settimane fa in Letteratura

La nube purpurea

una fiaba assurda alla fine del mondo

La nube purpurea

Matthew P. Shiel è un autore britannico dall’esistenza un po’ romanzesca: nato nel 1865 da un predicatore, vive un’infanzia fortemente imbevuta di religione e misticismo, viene incoronato re di un’isola nei Caraibi ancora adolescente e, una volta tornato a Londra, diventa medico e stringe una serie di amicizie con personaggi interessanti come Oscar Wilde e Pierre Louÿs.

La nube purpurea, suo capolavoro, è un romanzo fantascientifico del 1901, che non riceve però in patria un’immediata accoglienza e resta sconosciuto ai più, mentre in Italia viene portato da un entusiasta Bobi Bazlen: pubblicato quindi da Adelphi nel 1967, diventa, secondo Roberto Calasso uno di quei testi “da cui e in cui si riconoscevano i primi lettori adelphiani”.

Uno dei motivi che ha influito sulla scarsa fortuna del romanzo è lo stile stesso dell’autore che, come spiega nella prefazione il traduttore J. Rodolfo Wilcock, appariva ai lettori troppo lavorato e complesso, difficilmente funzionale al genere della fantascienza e alla trama stessa.
Il testo si apre con una complessa cornice: un io narrante afferma di aver ricevuto da un amico una serie di manoscritti che riportano i discorsi e i deliri più coerenti di una delle sue pazienti, capace di viaggiare nei momenti di trance nel passato, nel presente e nel futuro. Il romanzo segue le vicende descritte nel quaderno «III» che rappresenta “quel Futuro che, né più né meno del Passato, fondamentalmente esiste già nel Presente; per quanto noi, come accade col Passato, non lo vediamo.”

Il protagonista di questo futuro, Adam Jeffson, è un giovane medico – nel quale è facile vedere un riflesso di Shiel stesso – dalla clientela elegante ma ristretta, in odore di nozze e con un quieto impulso delirante: dall’infanzia, dentro di sé, ha sempre avvertito due voci opposte che lo hanno guidato nelle scelte della sua vita tra giusto e sbagliato, tirannia e umanità, o meglio ancora tra Bianco e Nero, questi due Poteri che, in una continua lotta, si contendono l’universo.
Il testamento dell’eccentrico Mr. Charles P. Stickney, che promette centosettantacinque milioni di dollari al primo capace di toccare la terra sconosciuta e irraggiungibile del Polo Nord, scatena in Inghilterra un interesse febbrile per la spedizione. Come l’omonimo biblico, Adam prende il frutto proibito offertogli dalla sua Eva, la ricca e sinistra Clodagh e, seguendo la voce dell’ambizione e del Nero, si imbarca per l’avventura.
Durante il viaggio perde, per destino o per colpa, tutti i suoi compagni e, raggiunta la meta, si rende conto che la nube purpurea che si è innalzata fino a coprire il cielo ha portato allo sterminio del genere umano.
Scopertosi solo, impaurito e incredulo, inizia quindi a girare per il mondo, ormai interamente di sua proprietà. Brucia palazzi e città, facendosi strada tra vie che non riconosce più e corpi umani perfettamente conservati dai vapori della nube, in uno sterminato cimitero a cielo aperto. Ritorna nei posti che aveva amato e in quelli che aveva sognato, immagina tutte le vite spezzate e quelle che sarebbero potute essere, scopre con orrore che il mare ha inghiottito parti di terraferma, disegnando una nuova geografia che gli risulta sconosciuta. Documenta febbrilmente tutti i suoi spostamenti, aggrappandosi alle parole scritte per non impazzire, in un modo quasi ossessivo che Shiel ricrea grazie a una prosa carica e metaforica, focalizzandosi sui colori, gli odori e i pensieri in maniera maniacale.
Adam interrompe però la narrazione per diciassette anni, che impiega per la costruzione di un’opera magnifica: alla smania di distruzione iniziale infatti subentra ben presto il desiderio di lasciare una traccia, di costruire qualcosa e di autocelebrarsi, unico tra gli uomini, in quello che è allo stesso tempo un palazzo e un tempio.

Perché c’erano molti uomini in giro, ma in realtà ce n’era Uno soltanto, ed ero io. E l’avevo sempre saputo; c’era una voce che mi sussurrava: “Tu sei l’Arci-uno, sei il motivo del mondo, Adam, Adamo, e il resto degli uomini non vale un gran che”. E adesso se ne sono andati…tutti! Tutti!, come senza dubbio meritavano; ed io, com’era giusto, sono rimasto.

Wittgenstein afferma che “Quando il bianco diventa nero, alcuni dicono: “Essenzialmente è ancora la stessa cosa”. E altri, se il colore è diventato appena un po’ più scuro, dicono: “È totalmente cambiato”. Shiel descrive attentamente i percorsi di Adam, non limitandosi soltanto a quelli fisici su questa terra post apocalittica, quanto quelli nella morale, che più che da opposti è fatta di tante sfumature, e nella fede. Scavando nello sconforto più grande dell’animale sociale, l’essere solo, l’autore tesse infatti riflessioni religiose ed esistenziali in una prosa ricca, a tratti lirica, cogliendo appieno lo spaesamento di un uomo di scienza di fronte al crollo delle certezze.

Alla fine, Adam non è davvero solo: c’è una giovane ragazza sopravvissuta, che non sa parlare perché non lo ha mai fatto, non sa cosa siano i vestiti né i libri, ignora l’esistenza del mare o delle danze. Il loro rapporto si sviluppa attraverso indecisioni e follie omicide, gesti di pietà e scoperte, finché Leda, questo il nome che la giovane ha scelto per sé pensando alla famosa genitrice della mitologia greca, decide di credere e Adam le dà fiducia, credendo con lei e in lei in un misticismo da Genesi.
Il finale, che può sembrare scontato ed eccessivamente favolistico, è in realtà l’unico possibile: anche se di poco, è il Bene che vince sul Male.

Siamo per così dire in un inferno, dove possiamo soltanto sognare, separati dal cielo come da un soffitto. Ma se devo essere VERAMENTE redento, – allora ho bisogno di certezza – non di sapienza, sogni, speculazione – e questa certezza è la fede. E la fede è fede in ciò di cui ha bisogno il mio cuore, la mia anima, non il mio intelletto speculativo. Perché è la mia anima, con le sue passioni, quasi con la sua carne e il suo sangue, che deve essere redenta, non il mio spirito astratto. Forse si può dire: soltanto l’amore può credere nella resurrezione. Si potrebbe dire: l’amore che redime crede anche nella resurrezione; persevera nel credere anche in essa. (L. Wittgenstein)

 

 

 

 

L’immagine in evidenza è tratta da: http://www.mangialibri.com/libri/la-nube-purpurea