Alessandro Di Giacomo
pubblicato 7 mesi fa in Storia

La Resistenza romana: da Porta San Paolo al Nido di vespe

La Resistenza romana: da Porta San Paolo al Nido di vespe

Roma, 8 settembre 1943. Il proclama Badoglio rende noto il contenuto dell’Armistizio di Cassibile, firmato cinque giorni prima. Gli italiani, stanchi della guerra, scendono nelle strade per festeggiare, ignari che la fase peggiore del conflitto è appena cominciata.

I tedeschi si sentono traditi e varano diverse operazioni per prendere il comando in Italia e in tutti quei territori dove gli italiani, fino al giorno precedente, combattevano al loro fianco. Inizia così un dramma umano e militare che porterà alla nascita della Resistenza Italiana. In molti pensano che la Resistenza sia stato un movimento spontaneo, unicamente “di popolo”; ciò è in parte vero ma i primi ad aprire le ostilità contro i teutonici furono i militari del Regio Esercito che, a Porta San Paolo, a Roma, senza ordini precisi su cosa dovessero fare, decisero di opporsi all’ex alleato in nome della libertà della patria e della fedeltà alle istituzioni italiane.

Le prime ore dell’8 settembre e le conseguenze dell’armistizio sono vissute diversamente in Italia e in Germania: se da una parte, come detto, c’è l’inconsapevole gioia del popolo, dall’altra c’è la furia del Führer che lancia immediatamente l’Operazione Achse con l’obiettivo di disarmare gli italiani e prendere la guida in ogni territorio occupato, sino a quel momento, in comune. Per l’esercito italiano è il caos! Il proclama Badoglio, infatti, non prevedeva alcuna iniziativa contro le forze germaniche presenti sul territorio nazionale e all’estero, pur concludendosi ambiguamente in tal modo: 

Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.

I tedeschi, che da alleati erano presenti in gran numero sul nostro territorio, anche in posizioni strategiche, diventano un pericoloso nemico interno, con l’appoggio di tutti coloro che ancora credevano nel Fascismo.  A partire dalla sera dello stesso giorno, iniziano le manovre militari: dall’aeroporto di Pratica di Mare, i paracadutisti tedeschi, forti di oltre quattordicimila uomini, iniziano le ostilità e conquistano il deposito di munizioni e carburante di Mezzocammino, decisivo per l’approvvigionamento militare. Si apre così la strada verso la Capitale.

Per entrare in città, da questa posizione, il punto d’accesso è solo uno: il Ponte della Magliana, difeso dal capitano dei granatieri di Sardegna Vincenzo Pandolfo.

Sono minuti frenetici: Pandolfo chiede per radio cosa fare ma lo Stato Maggiore sembra assente. Alla fine, con i tedeschi ormai all’estremità opposta del ponte, Pandolfo prende la sua decisione e, alle 22.10, i mortai italiani aprono il fuoco contro i tedeschi. Per Roma è l’inizio della battaglia.

Al fianco dei granatieri e della Brigata Sassari, combattono anche rappresentanti dei Lancieri di Montebello, dei carabinieri e del PAI (Polizia dell’Africa Italiana). Allarmati dalle esplosioni, accorrono numerosi civili, legati ai partiti antifascisti o ex militari in congedo. A questa battaglia, parteciperanno anche molti futuri partigiani, futuri politici italiani nonché il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini.                                

È uno scontro cruento e feroce: il ponte viene perso e riconquistato ben quattro volte durante la notte. Alla fine, la sera del 9 settembre, i granatieri iniziano la ritirata, lasciando sul campo centinaia di morti, fra i quali Amerigo Sterpetti, il primo caduto della Resistenza italiana, e il valoroso capitano Pandolfo. Durante la ritirata, tutti fanno la loro parte: mentre i soldati, accompagnati da donne e uomini civili, combattono tra la Montagnola e Forte Ostiense, uomini di chiesa e ragazzi troppo giovani per sostenere un’arma, portano acqua e cure ai feriti. La disorganizzazione regna sovrana ma la volontà di un popolo che ama la libertà sembra dare speranza in una battaglia impossibile.                                               

La mattina del 10, le ostilità si spostano a Porta San Paolo. Durante la guerra, l’esercito italiano aveva dato prova di coraggio e determinazione in Egitto, la terra delle piramidi, nella campagna d’Africa. Due anni dopo,  quasi come fosse un segno del destino, gli atti di coraggio più importanti della battaglia per Roma sono compiuti all’ombra della Piramide Cestia. Le mura Aureliane tornano ad essere il baluardo difensivo dell’antichità, con i nostri militari che le sfruttano per ripararsi dai colpi. C’è la nostra storia in mostra mentre si combatte.

Nonostante una serie di atti eroici, in una lotta impari, alle 17 Porta San Paolo è in mano tedesca. La resa era stata firmata un’ora prima.  Sul campo rimangono oltre mille morti, dei quali 121 civili (51 donne).

Il giorno precedente, in Via Poma, mentre infuriava la battaglia del ponte della Magliana, i capi dei partiti e dei movimenti antifascisti si erano riuniti per decretare la nascita del Comitato di Liberazione Nazionale.

Con queste parole inizia ufficialmente la Resistenza italiana:

Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.

Da quel momento, a Roma iniziarono a sorgere diversi capisaldi della Resistenza, in ogni quartiere. Dall’8 settembre del 1943 fino al 4 giugno 1944, giorno della liberazione della città eterna, saranno molteplici le date legate ad atti di resistenza o dura repressione.

Furono giorni duri nei quali la zona a sud-est della città si distinse per coraggio e atti di resistenza. È lì che, ancora oggi, sorge il Quadraro.

Questo quartiere, da sempre popolare, era sede di diversi partiti antifascisti (erano presenti il Partito comunista clandestino, il Partito socialista dell’unità proletaria, il Partito d’azione e il Fronte militare clandestino) e aveva delle caratteristiche uniche dal punto di vista morfologico: vie strette, a tratti come cunicoli, in cui era difficile far passare i mezzi corazzati ma altrettanto facile organizzare rapide imboscate; inoltre, era una sorta di enclave, separato dagli altri rioni da prati e spazi verdi.

Questo aveva creato dei rapporti molto stretti tra le persone che, pur riconoscendosi in diversi partiti o istituzioni (i comunisti, ad esempio, collaboravano con i preti della zona che, a loro volta, li aiutavano a nascondersi dalle retate), lottavano insieme, guidate dal comune obiettivo: sconfiggere i nazifascisti.

Questa fratellanza, in spazi così stretti, unita alla determinazione dei suoi combattenti, resero il Quadraro una sorta di mito, un esempio da seguire per chi si opponeva e temuto da chi occupava.

Il console germanico Mollhausen diceva che durante l’occupazione nazifascista c’erano solo due posti dove un partigiano poteva nascondersi: il Vaticano e il Quadraro. I tedeschi entravano nel quartiere ma non erano mai sicuri di uscirne e, presi dalla paura, gli attribuirono un nome inequivocabile: il Nido di vespe.

Al Quadraro, operavano alcuni dei principali protagonisti della Resistenza romana fra i quali spiccava il nome di Giuseppe Albano, detto il Gobbo del Quarticciolo che, con la sua banda di antifascisti, riusciva a mettere a dura prova le forze occupanti.

La mattina del 10 aprile 1944  il Gobbo, assieme a Giovanni Ricci, detto il cinese e Franco Basilotta, aveva ucciso tre soldati nazisti all’osteria di Giggetto, sulla via Tuscolana, molto vicino al Nido di vespe.

Herbert Kappler, comandante della Gestapo a Roma, era intenzionato a dare una nuova, dura lezione ai romani dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine, e scelse proprio il Quadraro.

All’alba del 17 aprile, partì l’Operazione Balena: i tedeschi, guidati dalla banda del criminale di guerra Pietro Koch, iniziarono a sfondare le porte di ogni abitazione. Vanda Prosperi, una bambina all’epoca, racconta così quella mattina:

Ogni mattina, appena alzata, correvo subito ad affacciarmi alla finestra della mia stanza, dove dormivo assieme ai miei cinque fratelli, perché mi piaceva godere dello spettacolo che avevo davanti ai miei occhi. Un lunghissimo viale pieno di alberi da frutta e di orti rigogliosi, ma quella triste mattina i colori della primavera erano coperti dal nero delle divise e dei fucili dei duemila soldati nazifascisti che circondavano il sanatorio Ramazzini e tutto il Quadraro.

I tedeschi perquisirono ogni casa, scantinato, soffitta. Portarono via circa duemila uomini tra i 15 e i 60 anni, la maggior parte dei quali innocenti, per schedarli e, tra questi, ne deportarono in Germania 947. Furono venduti come veri e propri schiavi, condannati ai lavori forzati nelle fabbriche tedesche; ne tornarono a casa meno della metà, provati nel fisico (alcuni morirono per le esalazioni chimiche velenose respirate durante la prigionia nelle industrie) e nella mente. La stessa Vanda racconta che suo padre, deportato quel giorno, tornò a casa un anno dopo; stentò a riconoscerlo perché, in un solo anno, aveva perso quasi tutti i capelli e i pochi rimasti erano diventati bianchi. In pochi volevano parlare delle loro esperienze e, anche per questo, la storia cittadina ignorò, fino agli anni ’80, la vicenda del rastrellamento.

La memoria del quartiere è stata recuperata grazie alla collaborazione tra il presidente del municipio Sandro Medici e uno dei superstiti della deportazione, Sisto Quaranta che, instancabilmente, fino al 2017, anno della sua dipartita a 93 anni, ha continuato a mantenere vivo il ricordo di quei giorni bui, della resistenza e dei ragazzi del Quadraro che non sono tornati a casa:

Siamo rimasti in 22 di quei 947 e siamo impegnati a tenere viva la memoria perché i giovani devono sapere. Il nostro impegno è divulgare il più possibile quei ricordi.

Oggi il Quadraro è ricco di murales che, attraverso l’arte, ricordano gli eventi del 1944. In via Decio Mure c’è il volto di Sisto Quaranta, dell’artista David Vecchiato, The Backingam Warrior di Gary Baseman a Largo dei Quintili e il Nido di vespe  in Via Monte del Grano, dello street artist romano Lucamaleonte. In alto, su quest’ultimo, appare la scritta: You are now entering free Quadraro per ricordare chi romanamente cadde.

Il 17 aprile 2004, in occasione dei sessant’anni dal rastrellamento, il quartiere è stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Civile come «[…] Fulgida testimonianza di resistenza all’oppressore ed ammirevole esempio di coraggio, di solidarietà e di amor patrio».

Questo articolo è dedicato al Quadraro, il mio quartiere, e a quei 947 “ragazzi” della Borgata ribelle.

Fonti

Libri:

Paolo Carusi, I Partiti Politici Italiani dall’Unità ad oggi, Studium, Roma 2015.

Claudio Fracassi, La battaglia di Roma. 1943. I giorni della passione sotto l’occupazione nazista, Mursia Milano 2013.

Walter De Cesaris, La borgata ribelle. Il rastrellamento nazista del Quadraro e la Resistenza popolare a Roma, Odradek, Roma 2004.

Link:

«Internazionale»

«la Repubblica»

«Muro»