Gianmarco Canestrari
pubblicato 4 mesi fa in Letteratura

La rinascita del sentimento

l’esperienza della guerra nei "War Poets"

La rinascita del sentimento

Soldiers are dreamers; when the guns begin
They think of firelit homes, clean beds, and wives.

È con queste parole che possiamo racchiudere il sentimento che provavano i soldati-poeti inglesi che combatterono la prima guerra mondiale, dalla cui esperienza venne fuori un florilegio di opere che costituiscono i capolavori della letteratura anglofona di tipo bellico. Il tema della guerra non era certo nuovo agli inglesi: si ricordi la saga di Beowulf, l’intrepido eroe guerriero difensore del proprio regno minacciato da un terribile mostro. L’immagine della guerra, del combattimento, della lotta, vista soprattutto sotto la lente dell’immaginazione e della visione non era estranea neppure ai romantici sia della prima generazione, come Wordsworth e Coleridge, sia a quelli della seconda generazione, come Lord Byron, Keats, Shelley. Illuminante è soprattutto l’opera di George Gordon Byron, il quale visse sulla propria pelle l’esperienza della guerra, di cui fu vittima: nel 1823 aderì all’associazione filo-ellenica a sostegno della guerra d’indipendenza greca contro l’impero ottomano. Egli visse in prima persona tutti i conflitti che animavano i greci contro l’oppressione turca, tanto da trasferirsi a Missolungi per aiutare le popolazioni autoctone, dove contrarrà un attacco di febbre che lo porterà alla morte nel 1824. Byron rappresenta quindi il più grande esempio di poeta “guerriero” che ha vissuto e ha scritto sulla guerra, a differenza degli altri che svolgevano solo riflessioni sull’esperienza bellica e ne ritraevano immagini solo oggettive e imparziali. Al filone byroniano si univano le testimonianze dei cosiddetti “War Poets”, ovvero soldati-poeti che combatterono a fianco dell’Inghilterra nella prima guerra mondiale, e della cui esperienza scrissero nelle loro opere divenute fondamentali per approcciarsi ai temi letterari uniti all’analisi psicologica ed emozionale provata nella battaglia. Molti di questi poeti morirono durante il conflitto mondiale, come Wilfred Owen e Charles Sorley, mentre altri riuscirono a sopravvivere ma furono segnati sia fisicamente che psicologicamente per la vita intera, come testimoniano la vita e le opere del grande poeta Sigfried Sassoon. Nonostante vengano classificati tutti come poeti-soldati, i temi trattati e gli stili utilizzati sono molto diversi: dal sentimento patriottico di Brooke alla satira-protesta contro la guerra che permea le opere di Sassoon, al sentimento di partecipazione emotiva di cui parla Owen. Molto interessante è evidenziare anche come i toni e i modi di trattare l’argomento cambiano: fin dall’inizio furono influenzati dallo stile romantico e dalla poesia giorgiana, soprattutto per i tratti della vita di campagna all’insegna della semplicità, della naturalità e del sentimento nostalgico per il passato glorioso, per passare poi a dei toni più marcati e concisi in concomitanza al fatto di essersi resi conto di come i valori tradizionali e le convenzioni dell’epoca non riuscivano a esprimere bene l’intensità e la forte componente dolorosa della loro esperienza bellica. Questi poeti-soldati inglesi hanno la particolarità di trattare della guerra in modo molto realistico, concreto, senza nascondere la loro idea di fondo che sottolinea l’inutilità, la futilità e la frivolezza della guerra che adombra solo morte, disperazione, grida d’aiuto e volontà di annientare l’altro. Temi del genere influenzarono anche poeti italiani, eterogenei e discordi sul valore da dare al sentimento bellico: D’Annunzio, scriverà opere che esaltano la conquista della Libia, e che lo consacreranno vate e promotore dell’entrata in guerra dell’Italia; Tommaso Marinetti, che nel “Manifesto del futurismo” proclama la guerra come “igiene del mondo”, viatico per la depurazione del genere umano; è sulla scia del sentimento patriottico, già incontrato nei War Poets, che si delinea l’immagine della guerra come luogo per esprimere la vitalità, la forza, il coraggio di un popolo e della nazione stessa, come testimonia Giovanni Papini nei suoi articoli, dove proclama la guerra “male necessario” che fortificherebbe il popolo restaurandone la grandezza d’animo. Ma la tragica esperienza della guerra è testimoniata anche nelle opere di Giuseppe Ungaretti, emblema del poeta-soldato che scrive mentre opera in trincea e cerca di far rivivere le condizioni emozionali provate in quelle situazioni, rese attraverso le immagini della caducità dell’essere umano, della sua fragilità e del suo essere perituro di fronte ai grandi sconvolgimenti della vita. Tutta l’opera di Ungaretti, che ricalca l’esempio dei grandi poeti-soldati inglesi, si mostra come una cornice vivida, un libro aperto sulle terribili vicende che sconvolsero il mondo intero: attraverso la poesia si cercava di dare un senso a quelle atrocità, a tutto quel dolore che attraversava i cuori delle persone rimaste vittime del conflitto. Era insomma un tentativo “razionale” di giustificazione, ma anche e soprattutto di condanna, di un sistema bellico architettato al fine di distruggere e annientare i “nemici”, gli “altri-da-noi”; si mostrava come la rappresentazione in atto del dramma umano, di quel desiderio che caratterizza l’essere umano fin dai primordi: la volontà di uccidere, di nullificare e di gettare nel dimenticatoio coloro che venivano additati come “avversari”. È proprio di questo che si fanno portatrici le opere dei War Poets, e in particolare le poesie di Sassoon: del desiderio di rinascere, di cambiare, di voltare pagina di fronte all’assurdità e all’incredulità verso un evento così immenso e sconvolgente come la guerra. Le poesie-critiche di Sassoon mostrano bene il divario tra gli ideali trasmessi dal potere e l’effettiva realtà vissuta ed esperita dai soldati in guerra, i quali vengono visti dal Poeta come “timorosi, tristi e senza gioia” a causa delle tragiche condizioni in cui vivevano e a cui erano sottoposti nelle trincee, e per i quali l’unica via di salvezza era, come sottolinea con sottile ironia Sassoon, il rum, che aiutava a dimenticare e a confinare l’esperienza della guerra nell’oblio della storia. Le immagini del conflitto sono così forti e così vivide da rimanere impresse nella mente del Poeta che fra i tanti orrori ricorda la morte per suicidio di un suo caro amico soldato, costretto dalle condizioni esistenziali e psicologiche a togliersi la vita. Non manca in Sassoon la critica anche a coloro che illusi e ingenui vedono solo il lato “positivo” e “innocente” del sacrificio patriottico dei soldati in guerra:

You snug-faced crowds with kindling eye
Who cheer when soldier lads march by,
Sneak home and pray you’ll never know
The hell where youth and laughter go.

In una delle sue più belle poesie, Aftermath, esprime in modo grandioso quello che dovrebbe essere il compito del poeta e dell’uomo in generale: non dimenticare mai gli orrori della guerra e le sofferenze subìte dai soldati, nonostante l’incessante volontà dell’uomo di lasciar andare all’oblio ciò che è fonte di sconforto e dolore.

Have you forgotten yet?…
For the world’s events have rumbled on since those
gagged days,
Like traffic checked while at the crossing of cityways:
And the haunted gap in your mind has filled with
thoughts that flow
Like clouds in the lit heaven of life; and you’re a
man reprieved to go,
Taking your peaceful share of Time, with joy to
spare. (…)
Look down, and swear by the slain of the War
that you’ll never forget. (…)
Do you remember the stretcher-cases lurching back
With dying eyes and lolling heads – those ashengrey
Masks of the lads who once were keen and kind
and gay?
Have you forgotten yet?…
Look up, and swear by the green of the spring that
you’ll never forget.

 

Ecco allora l’interrogativo che assilla l’uomo di fronte a tanto dolore:

Do you ever stop and ask, ‘Is it all going to happen again?

 

 

 

 

Le citazioni riportate sono tratte dall’opera di Siegried Sassoon:

Siegfried Sassoon, Dreamer

Siegried Sassoon, Suicide in the Trenches

Siegfried Sassoon, Aftermath