Eleonora Reggiori
pubblicato 5 mesi fa in Letteratura

La trilogia americana di Philip Roth

La trilogia americana di Philip Roth

Philip Roth è un autore ossessivo, si ripete in continuazione. Si leggono i suoi libri non con l’idea che ci si troverà qualcosa di inconsueto, ma perché è riconoscibile. Nei suoi romanzi i soliti temi si arrotolano su trame che dicono tanto di lui: narcisismo, scrittura, l’America e gli ebrei d’America, la storia nazionale, l’uomo che compie il passo della sua vita, dalla comunità di appartenenza al mondo reale. Le donne, il sesso, la letteratura.

E comunque si ha sempre la persistente sensazione che non abbia ancora detto tutto: Roth è così, ti trascina nel vortice di una narrazione rabbiosa e finisce che ti trovi – come i suoi protagonisti – a boxare con il libro. Di lui si dice che è narcisista, misogino, un uomo concentrato solo su se stesso: questi sono anche i motivi per cui i lettori lo amano.

La trilogia americana è, innegabilmente, uno dei punti più alti della sua produzione. Roth è conosciuto da tutti per Pastorale americana (1997) con il quale ha vinto il premio Pulitzer nello stesso anno, ed è indubbio che sia un successo meritatissimo. Ma serve anche la lettura di Ho sposato un comunista (1998) e La macchia umana (2000), perché questi tre libri assumano un significato prima non altrettanto evidente.

Lo scrittore alter ego di Roth, il Nathan Zuckerman di Lo scrittore fantasma, ormai anziano, raccoglie in tre romanzi le storie eccezionali di tre personaggi con i quali aveva intessuto rapporti più o meno stretti quando era giovane, nella Newark degli anni Quaranta e Cinquanta, alle elementari, al liceo di Weequahic, all’università.

Le vite di Seymour Levov, lo Svedese, Ira Ringold e Coleman Silk emergono dai momenti cruciali dell’Americana del secondo dopoguerra. Sullo sfondo tutti i temi cari a Roth di cui si è già parlato, che qui diventano ancora più insistiti. Si ritrova l’attenzione alla storia statunitense, che viene presa e fatto oggetto di una critica spietatissima, a partire dagli snodi che rappresentano le vicende più controverse del periodo, dalla guerra del Vietnam, al maccartismo, al razzismo.

Roth stesso, nato nel 1933, attraversa il Novecento e vive in prima persona l’intreccio indissolubile tra la storia nazionale e la storia del particolarismo ebraico-americano, cosa che sicuramente lo colloca su una linea di continuità con altri autori ebraico-americani del Novecento, ma c’è di più, perché è lui, l’unico ad essere così teso, furioso.

Philip Roth è uno scrittore con il quale necessariamente bisogna confrontarsi, a maggior ragione se si è interessanti alla letteratura americana. A mio parere, dalla sua trilogia americana non si torna indietro. E, sì, parlo della trilogia perché è uno di quei casi in cui il totale è superiore rispetto alla semplice somma delle parti. Ha sicuramente senso leggere solo Pastorale americana, o solo La macchia umana. Ma la conclusione del terzo libro (e non si devono necessariamente leggere in un ordine prestabilito) getta luce sull’operazione complessiva di Roth.

I suoi personaggi sono titanici, attirano tutta l’attenzione su di sé, monopolizzano la conversazione con Zuckerman per tutta la lunghezza del libro. Sono narcisi, uomini audaci, vogliono andare contro la Storia, combattere, ma l’uomo è in balia degli eventi. Ci sono, semplicemente, cose più grandi di noi. E non significa che allora l’uomo non abbia potere su nulla, ma non ha potere contro le dinamiche crudeli della società, contro il moralismo, la guerra e la paura, questo sì.

L’uomo è una bestia, questo è quello che emerge dai tre romanzi. E la letteratura non è un esercizio volto a rendere sopportabile il mondo, non è un atto di cultura. Con i libri si può fare altro e non sono mai, mai, un mezzo per allontanarsi dalla realtà. Dal mondo non si sfugge. Perché, e i personaggi di questi tre libri ne sono esempi perfetti, qualsiasi cosa tu abbia fatto, da qualsiasi menzogna tu stia scappando, questa tornerà da te, nella tua casa. E te ne libererai solo con la morte.

Mai, in tutta la sua vita, aveva avuto occasione di chiedersi: «Perché le cose sono come sono?» Perché avrebbe dovuto farlo se per lui erano sempre state perfette? Perché le cose sono come sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato così fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda (Pastorale americana).

Ed è così che vivono gli americani, secondo Roth. Facendo finta che non ci sia nulla di ipocrita nelle loro famiglie, nei lavori che svolgono con la testa bassa, sempre negando, nascondendo la polvere sotto il tappeto.

Devi fare solo questo, presentare una buona e coerente versione di te stesso, e nessuno verrà mai a farti domande (La macchia umana).

Ma la forza di questi libri sta nel portare a galla tutte le contraddizioni e le falsità di quello che è il sogno americano. Non c’è una nazione perfetta. E se ci fosse, comunque, non sarebbero gli Stati Uniti.

Levov, Ringold e Silk sono uomini straordinari nella misura in cui vengono caricati di tutto il peso che una persona può portare. E vanno avanti anche per un po’, senza spezzarsi. Ma la verità è che sotto la facciata lucida e splendente di una casa meravigliosa, dietro alla moglie bellissima e alla carriera sfolgorante, gli uomini sono crudeli, la vita non guarda in faccia nessuno.

Leggendo questi tre libri si ha la schiacciante sensazione di assistere a una brutale lotta che vede protagonisti la libertà individuale, da un lato, sulla quale il sogno americano si basa, e dall’altro le forze livellatrici della società, colpevoli di riportare tutto alla disciplina.

I personaggi di Roth non possono ricominciare, superarsi e andare avanti, e non possono farlo perché ci sarà sempre qualcuno a ricordare loro cosa hanno fatto, cosa è successo. Porteranno sempre su di sé la macchia dei propri errori. Così Coleman Silk con il suo errore di vocabolario, lo Svedese e il mostro in casa, Ira Ringold, l’attore comunista. Non c’è una soluzione, il racconto è solo quello che è: il discorso di due uomini, non ha alcuna valenza purificatrice.

Zuckerman annota solo ciò che questi uomini sono stati; la speranza è quella di capire, tramite la letteratura, se c’è ancora la possibilità di prendere gli uomini al di là delle mere azioni. Ne risulta che il significato degli uomini, qui, è ben lontano dalla poeticità che ci si aspetterebbe dai discorsi triti sul senso della vita. E questa, alla fine, non può che uscirne ridimensionata: se c’è qualcosa di davvero consolatorio, che vale la pena di osservare, quello è l’universo, ma solo perché è completamente privo di antagonismo, «il grande cervello del tempo, una galassia di fuoco non acceso da mano umana» (Ho sposato un comunista).

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