Lucio Gava
pubblicato 2 mesi fa in Cinema

L’America alternativa – Cheyenne e friends

This Must Be The Place (2011) di Paolo Sorrentino

L’America alternativa – Cheyenne e friends

C’è troppa umanità in una doppia star di calibro mondiale, nel rocker Cheyenne, interpretato da Sean Penn, di “This Must Be The Place”, diretto da Sorrentino, per risultare simpatico in senso lato al pubblico americano. Il titolo è un tributo all’omonima canzone dei Talking Head, firmatari di buona parte della colonna sonora e interpretanti loro stessi.

Ciò che non va del protagonista e che invece a noi piace molto, è la sua atarassia di fronte alla ferocia stupida, arrivista e banale del mondo, sventata con lo sbuffo del ciuffo di capelli. Il continuo successo dovuta alla paura del cambiamento ha fatto di questa ex rock star di calibro mondiale, prematuramente in pensione, una copia grottesca e decisamente amabile di sé stessa.Nella sua villa esagerata di Dublino rivive gli stessi rituali di trent’anni prima, quando era in auge. Si mascherava col belletto passando il kajal sulle ciglia, si mette lo smalto rosso sulle unghie e il rossetto della stessa tinta sulle labbra, cotonandosi i capelli ormai brizzolati.

Tu usi una parola enorme che è artista, a ragione, perché lo sei

dice Cheyenne a David Byrne, leader dei Talking Heads, non capacitandosi di come egli lo possa considerare un amico, vista la differenza enorme tra loro. Continua dicendogli che

Io ero una pop star del cazzo! Scrivevo canzonette lugubri perché erano di moda e ci si facevano un sacco di soldi, con testi deprimenti per ragazzetti depressi e due di loro, più deboli di tutti gli altri, ci sono rimasti sotto: questo è stato il risultato.

Perché ciò che blocca un ultracinquantenne al fermo immagine del suo successo giovanile non è il peso della gloria, ma il dolore. Il dolore della perdita di due ragazzi di cui si sente responsabile e che visita ogni settimana al cimitero, tentando di lenire il senso di colpa.

La bontà acuta e disarmante di Cheyenne si manifesta di fronte al pericolo, quando è spinto a entrare in un’armeria per uccidere. La risposta alla domanda precisa: “che genere di arma desidera?” è di un’evasività disarmante: “una che fa male”.

Poi, peraltro, nemmeno la comprerà.

Se non cedere al vizio del fumo è una cosa da ragazzi, “perché un bambino non sente il bisogno di fumare”, e Cheyenne non fuma, se è vero che “la solitudine è il luogo dei risentimenti” e questi lo spingono ad esternare il dolore paterno nell’aggressiva musica rock e nella ricerca dell’aguzzino nazista del padre, se nella moglie pompiere Frances McDormand, Cheyenne ha l’intuizione enorme di vedere una donna instupidita e accecata dell’amore, che non si rende conto di avere a fianco un marito depresso, oberato dal dolore, questo significa che pur nella semplicità culturale di una star destinata alle fauci del popolo, la scintilla dell’intelligenza non manca. Ed essa, sparsa qua e là con battute efficaci, dosate con minuzia durante l’arco del film, permette quindi il finale che non t’aspetti ma che in fondo avresti voluto.

Perché se da un lato si vorrebbe che il mondo incantato di Cheyenne non finisse mai, perché pubblicamente sfida le convenzioni e le aspettative sociali, d’altro canto intuiamo che la morte del padre lo costringe a un viaggio a ritroso nella sua America tra paesaggi cinematografici per eccellenza, a un cambiamento diventato necessario. Quella maschera lo soffoca, gli riduce al minimo la vitalità, non gli permette più di vivere. Solo alla fine, nell’ultimo fotogramma disponibile della pellicola, finalmente rinato Cheyenne-Penn sorride al mondo.

Fonte dell’immagine: http://www.playersmagazine.it/2011/10/06/this-must-be-the-place-2/