Culturificio
pubblicato 4 settimane fa in Letteratura

L’Amore secondo Somerset Maugham

"Il velo dipinto"

L’Amore secondo Somerset Maugham

Chi ha già avuto incontri ravvicinati con le opere di Somerset Maugham, conosce bene quella sottile ironia crudele che flagella i suoi personaggi ad ogni pagina — anche quando non sembra — dall’inizio alla fine della storia. In particolare, Il velo dipinto, opera risalente al 1925, strazia incessantemente il lettore, descrivendo minuziosamente lo stato d’animo della sua protagonista, sofferente d’amore.

Il libro si apre con una scena dapprima confusa e poi sempre più nitida: una donna di bell’aspetto, borghese e un po’ annoiata, teme che il marito l’abbia scoperta nel momento d’intimità con il suo amante. Un flebile rumore di pomello che gira, ma che non si apre mai veramente; il silenzio di chi rimane dietro a quel velo fatto di legno, pur avendo chiara davanti a sé la scena della propria sconfitta amorosa. Un uomo che sa che quella porta mai varcata è l’anticamera del suo inferno personale.

A seguire, Maugham ripercorre il passato della bella protagonista: Kitty Garstin, una promettente e luminosa ragazza di famiglia benestante, passa i suoi vent’anni tra feste e balli aristocratici, senza mai trovare l’uomo che le rubi l’anima. Giravolta dopo giravolta, danza dopo danza, il ritratto che ne esce, è quello di una giovane pressata dalla madre a contrarre matrimonio con un uomo facoltoso, nel pieno rispetto di quel vecchio sessismo che prevedeva la donna già sistemata nel fiore dei suoi anni, senza alcuna prospettiva di far fiorire i propri talenti.

La bella Kitty, all’età di 25 anni, decide poi di sposare un uomo come un altro, il batteriologo Walter Fane, che la porta con sé ad Hong Kong. Dopo un quarto di secolo passato nella superficialità e nell’opulenza di ville altrui, tra conversazioni deludenti e abiti delle più rare manifatture, Kitty è una donna frivola e banale, dalle aspirazioni inconsistenti, per nulla eccitata dall’idea di quel mondo esotico e lontano da esplorare.

Ritornando al presente, Walter, scopre che la moglie lo tradisce con l’uomo più celebre della colonia, Charles Townsend, bellimbusto che anche se sposato con una donna meravigliosa, non può fare a meno di cedere alla bellezza di Kitty, facendola diventare sua amante.

Fane pone una condizione alla moglie: se la moglie di Charles acconsentirà a divorziare da suo marito Charles, e quest’ultimo sposerà subito Kitty, egli non chiederà il divorzio; se l’amante non acconsentirà al patto, la bella Kitty dovrà seguire Walter nell’entroterra cinese, nella zona più pericolosa del continente, infestata da una eccezionale epidemia di colera.

Incredula, la protagonista si umilia davanti all’amante, che senza batter ciglio, la spedisce in quel luogo sconosciuto e lontano, pur di non perdere la faccia. Ed è solo qui che davvero Maugham inizia a mostrarci il velo che divide la ragazza dal mondo reale, quel mondo nascosto, al di là della modernità, dei vizi, delle futilità.

E Maugham descrive con ineguagliabile prosa l’avvento dei coniugi in questo paesaggio perduto, Mei-tan-fu. Quasi si riesce a percepire, in queste pagine, l’odore dei boschi di bambù, il loro offuscante e prepotente fogliame che si spinge sulla piccola strada tortuosa su cui Kitty e Walter passano sulle portantine con le tende bianche sottili, che lasciano intravedere qualche scorcio di sole. La tristezza della giovane è così vivida, le sue lacrime così vicine e reali, come un dolore che imperla le pagine bagnandole di una malinconia furiosa, silenziosa, mascherata dal tendaggio di lino sottile. E l’immagine di questa donna che sente di non aver più nulla per cui vivere, potrebbe essere accompagnata dalle note di Gymnopédies di Erik Satie.

Mentre il marito dedica giorno e notte agli ammalati, Kitty è inizialmente ancora distrutta dall’amore perduto. Nonostante il tortuoso inizio in questo angusto angolo di mondo, essa inizia a scoprire sconosciuti lati di se stessa, e un sentimento di gioia la inonda profondamente: ed ecco il risveglio dell’anima, in un’alba di inaudito incanto, che svela la città al di là della collina.

Ecco un fiume inondato da una sottile nebbia bianca che avvolge le giunche addormentate, una vicina all’altra, “come piselli nel guscio”. Quelle minuscole imbarcazioni silenziose, nella luce spettrale del mattino, sembrano oggetto di un misterioso incantesimo, prigioniere di un sonno eterno sotto i raggi del primo timido sole. E al di là del fiume, una sterminata muraglia cinge la città impestata, che però sembra ora benedetta e candida.

La muta roccaforte si svela a poco a poco, tra i banchi di nebbia: e qua e là un mago invisibile dipinge tetti gialli e verdi, senza un preciso ordine, come un capriccio divino di maestosa bellezza. Maugham descrive la città dietro alle mura come il tessuto di un sogno, troppo aerea e immateriale per essere opera di mani umane. E il cuore di Kitty inizia a farsi leggero.

La sua vita cambia proprio da quel mattino di incantevole bellezza: decide di uscire di casa, addentrarsi per le vie di quella città malata, andare oltre la nebbia che si posa leggera sull’acqua e vedere con i suoi occhi la cruda vita dei suoi abitanti. Ed è qui che inizia a lavorare per un convento di suore francesi che accoglie piccole orfane. Kitty, libera dai demoni della passione ormai appassita nei confronti dell’ex amante, scopre il significato delle cose, l’importanza dei piccoli gesti veri, l’affetto per le fanciulle di cui si prenderà cura. In questo piccolo luogo ameno privo di qualsiasi comodità, avulso dal tempo e dallo spazio, comprende la capacità di amare del marito — che come missionario d’amore cura senza sosta i malati — e si accorge della sua cecità, pur non riuscendo ad amarlo, ma solo ad ammirarne la persona. Perché una punta di amaro, si sa, rimane sempre nella penna di Maugham.

Il convento, fatto di stanze quasi vuote e pareti spoglie, fa arrivare al lettore le festose e nitide urla delle bimbe gioiose con parole di estrema dolcezza, che spezzano il cinismo danzante in sottofondo per tutta l’opera. Le suore saranno sempre entità curiose e lontane per Kitty, ma è proprio la Madre Superiora a donarle l’insegnamento più illuminante: “non si può trovar pace nel lavoro o nel piacere, nel mondo o in convento, ma solo nella propria anima”.

Articolo a cura di Veronica Miglio

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