Claudia Giovannini
pubblicato 1 mese fa in Letteratura

“Le cose inutili” di Carlo Sperduti

“Le cose inutili” di Carlo Sperduti

Il 31 marzo di quest’anno, la casa editrice pièdimosca edizioni ha inaugurato la sua collana di narrativa Ossa nel più bizzarro dei modi possibili. Le cose inutili di Carlo Sperduti, classe 1984, è un romanzo la cui spina dorsale non è un sostegno, ma un inganno. La brevità delle pagine scorre e diverte come si veste una maschera rotta: ci si rallegra della propria goffaggine, ma attraverso le crepe il vero volto s’infiamma all’idea di venire scoperto. Un romanzo sulle debolezze non poteva che essere inutile.

In un arco temporale privo di cronologia, le vicende di Vlado Merletti si incastonano tra il 2019 e il 2025. Solo un fatto, gravissimo, è chiaro fin da subito al lettore: il pover’uomo ha divorziato.

«Salve. Chesterfield rosse, per favore.»
Dai, in alto a sinistra. Sono cinque anni che lavori qua dentro e ancora non sai che le Chesterfield rosse stanno in alto a sinistra. Cretino, cambia mestiere, ma porca troia! Così, di punto in bianco? Divorzio? Ma cos’ho che non va, dico io? Venti anni buttati nel cesso, così, senza neanche un dubbio, un’incertezza… niente… (p. 33)

Da quando se n’è andato per viaggiare intorno al globo, soltanto Amando e Gioio, suoi fidi compagni di bevute, si vedono recapitare una serie di strane lettere su taluni «oggetti decontestualizzati». Una volta tornato al Baranoia, Vlado ritrova le sue vecchie conoscenze: c’è la signora Linda e la sua rupofobia, le cameriere Marca e Davida, che forse cameriere sono solo a metà – e infine c’è lei: Irene Abbandando, ex moglie del Merletti, imprenditrice di fama mondiale per aver inventato i mutandem, mutande di coppia al di là di ogni genere e sesso. Mentre la donna si accompagna con Antonio, studentello impiegato nel volantinaggio sotto il diktat del brusco Fargiulli, la diciassettenne Marilena, unigenita di Vlado e Irene, intrattiene un rapporto sensorialmente ambiguo col libraio quarantenne Fosco Bruno Toddottidi.

Le cose inutili è anzitutto un ritrovo: il Baranoia, locale troppo stretto per trovarvi una sedia, luogo comune per persone non-comuni, lucidato solo per essere insozzato ancora. Vlado Merletti, con la sua presenza e ancor più nella sua assenza, riunisce attorno a quei tavoli le persone della sua vita, per mezzo di storie e azioni sempre tuffate in un bicchiere di troppo. Il motivo è sotto gli occhi di tutti: Merletti è un onnivoro di conoscenza, uno che ne sa di tutto e di niente, «quintessenza di tuttologia applicata alla conversazione quotidiana». Farsi un’idea sul suo conto è pressoché impossibile, la sua stessa parola, ora vaneggiante, ora analitica, non è sufficiente al galoppo dei suoi pensieri, né all’antinomia delle sue gesta.

Inutile chiedersi se questa onniscienza abbia una qualche utilità – il nostro la incarna ogniqualvolta s’imbatte in un oggetto: spinto dall’entusiasmo, Vlado lo prende, lo misura, lo indaga, solleva ipotesi, distrugge tesi, più cerca e meno trova, così che le poche risposte ottenute, moltiplicandosi, si dileguano. I reperti che ha tra le mani sono fatti non riconducibili, obiettivi senza direzione in un mondo in cui ciascuno di loro

fungerebbe da semplice indizio, magari uno fra tanti, per lo svelamento di un disegno più ampio. Ma nulla, in questa strada, fornisce tasselli aggiuntivi al mio puzzle, né credo plausibile dover ispezionare l’intera Oberndorf an der Melk per ottenere nuovi dati. (p. 46)

Teneramente privati del loro contesto originale, tali oggetti sono un nonsenso che solo la coincidenza può spiegare. Una prospettiva eccitante, quella di rendere accettabile il caso, ma che resta indecifrabile e indicibile ai più:

Mai, nell’intera storia del Baranoia, si era udito applauso più scrosciante. […] Vlado, muovendosi a passi lenti a sottolineare la solennità del momento, si avviava verso l’uscita, mentre gli astanti, ancora in preda a emozioni troppo fresche e violente, non riuscirono a impedirgli di andare o a domandare ragguagli. Difatti, non si può dire che ce ne fosse uno, tra loro, che avesse capito qualcosa delle ultime dichiarazioni di Vlado Merletti. (p. 41-42)

Al Baranoia così come altrove, anche il più stupido degli oggetti turba un individuo o una platea – ch’esso venga da lontano o da una tasca, da solo è in grado di far vacillare il tempo, lo spazio, la memoria, le convinzioni.

È quanto accade a tutti i personaggi, indistintamente, ognuno a modo suo. Dall’assurdità di un amore ingannato all’incongruenza di un corpo non proprio, Le cose inutili è un racconto grottesco che si spacca sotto la pietra del suo autore. È un piccolo mondo, quello di Sperduti, in cui il quotidiano non è più familiare, in cui uno starnuto verde può rompere la tensione, e le cose sono inutili tanto quanto il tentativo di capirle. La vita è una cosa cruda: lo spirito e la cultura non sono che un capriccio, e nulla vieta di considerare, da qualche parte o da nessuna, «l’intervento d’influssi maligni e soprannaturali».Prendere atto di questo è forse l’unico grande passo che la ragione può permettersi.

Tra un Gadda e un Manganelli, strizzando l’occhio a Borges e Gogol’, Sperduti parla in prima e in terza persona, canta canzoni, conduce monologhi, inscena tragedie in due atti e un intermezzo; fa a botte coi generi, azzeccandoli tutti, da buon padrone di liberi stili. Non è meno curiosa la storia editoriale del romanzo: pubblicato per la prima volta nel 2015 per la casa editrice CaratteriMobili, le vicende dei personaggi coprivano un lasso di tempo che andava dal 2010 al 2023; dato che la pubblicazione è ora riproposta cinque anni più tardi, anche il tempo dei personaggi è traslato con loro, rendendo Le cose inutili un romanzo in movimento. E siccome le questioni in sospeso sono tante, perché no?, magari tra cinque anni ci si aspetta che cambino ancora.

Se una storia, per essere raccontata, deve porre domande e fornire risposte, allora Sperduti non ha scritto una storia. Se la vita, per essere vissuta, dev’essere capita, allora vivere non serve a nulla.

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