Culturificio
pubblicato 3 anni fa in Letteratura

Lo stupro della cultura

Lolita come paradigma della libertà

Lo stupro della cultura

Respiro, chiarezza, arte e allegoria. Questo è Lolita-romanzo. Indipendenza, abnegazione, curiosità e oppressione. Questa è Lolita, Lo o Dolores. Se le prime righe del romanzo sono state unanimemente riconosciute come uno dei più celebri incipit della letteratura del XX secolo, della stessa sorte non ha goduto il romanzo. Non si può parlare di fraintendimento, il quale presupporrebbe un messaggio equivocato, bensì di una comprensione non voluta. A quanto pare, un bigottismo che ha aleggiato per non poco tempo all’interno della mentalità comune ha suggellato Lolita come un inno allo stupro, quando l’unica cosa ad essere violentata è stata la letteratura e la sua capacità di parlare. Se un classico è un libro che non smette mai di parlare, bisogna essere capaci di sentirlo chiaramente.
Come scrive alla fine della sua opera lo stesso Nabokov “nei romanzi pornografici, l’azione deve limitarsi alla
copula dei clichè
“: dunque poche descrizioni e scene sessuali in climax crescente. Lolita è l’antitesi di tutto ciò: non appare nessuna scena sessuale particolareggiata (e da qui il dubbio: forse che un lettore che si aspetta una scena di violenza sessuale esplicita non è meno malato di Humbert? ); au contraire per quanto concerne il lessico e le descrizioni: alte, solenni, minuziose fino all’esasperazione.
Nabokov infatti ci inganna dall’inizio alla fine attraverso la creazione di un clima che ci si attende sfociare nell’eroticamente esplicito, ma proprio qua è possibile constatare la grandezza dell’autore e della sua “finzione narrativa”: il lettore fraintende continuamente, è portato a prendere le difese di Humbert e a non focalizzarsi sui rari squarci emotivi della dodicenne sintomatici della sua sofferenza. Il lettore diviene Humbert.
Lolita viene privata della sua libertà, della sua infanzia, della sua vita per colpa di Humbert, il personaggio (nonché narratore) che si innamorerà follemente della dodicenne e di cui parlerà in base ai suoi desideri erotici, ai quali la ragazzina dovrà sottostare per anni. Una tecnica narrativa grandiosa porta il lettore non solo a conoscere Lolita attraverso gli occhi di Humbert, il che equivale ad avere di lei una visione parziale e quantomeno distorta, ma a parteggiare per lui, a sostenere la sua follia.
Solipsismo, sfruttamento e privazione dei diritti fondamentali: un totalitarismo implicito. Nabokov scrive senza un intento morale affinchè il testo non venga preso semplicemente per quello che è, ma per quello che potrebbe essere. Un esempio chiarificatore di questo concetto lo suggerisce Azar Nafisi nel suo capolavoro “Leggere Lolita a Teheran” , un encomio alla capacità salvifica della letteratura in un clima di atroci sofferenze, quello che dominò l’Iran dopo la rivoluzione di Khomeini del 1979. La Nafisi vede come punto cruciale in Lolita un’immagine tra le tante “brevi esposizioni e spiegazioni che il lettore probabilmente salterà” :

” […] qualche sgargiante falena o farfalla ancora viva, saldamente infilzata al muro”.

La scrittrice iraniana racconta infatti come lei, professoressa universitaria vittima della “rivoluzione culturale” dell’ayatollah, si sia ritrovata dall’oggi al domani senza un lavoro e, cosa che è più importante, senza una vera identità.
Così:

“[…]come Lolita tentavamo di fuggire e di creare un nostro piccolo spazio di libertà. E come Lolita sfruttavamo ogni occasione per esibire la nostra insubordinazione: lasciando spuntare una ciocca di capelli dal velo, insinuando un po’ di colore nella smorta uniformità dalle nostre divise, facendoci crescere le unghie, innamorandoci e ascoltando musica proibita”.

Tutto questo altro non è che un violento stupro della cultura, e cioè la creazione di un corollario di opere “ortodosse” contro altre “eretiche” che mirano allo smaterializzarsi di ogni sentimento, passione, di fronte ad un’entità superiore che funge da catalizzatore umano verso il dominio incontrastato.
Il totalitarismo in ogni sua forma si è da sempre prefissato come obiettivo primario il livellamento delle menti e delle persone attraverso censura e repressione, spesso incorrendo in grandi ipocrisie: esempio lampante la teocrazia iraniana, dove venne censurato un libro come Lolita non a causa delle azioni peccaminose di Humbert, ma per la veicolazione di uno stile di vita troppo occidentale e, forse, per l’eccessiva rivalsa a cui la stessa ragazza ( vista come emblema della rivolta degli oppressi ) riesce ad arrivare. Sicuramente, nulla ha a che fare con la questione della violenza sessuale, dato che sotto il regime di Khomeini l’età per sposarsi venne abbassata a 9 anni.
Lolita-romanzo è quella farfalla. Lolita-personaggio è quella farfalla. Chiunque, sotto un regime totalitario, è quella farfalla. La ragazzina è l’emblema della libertà e allo stesso tempo dell’oppresso, di chi è stato umiliato di fronte alla vita ma è riuscito ad andare avanti, di tutte quelle minoranze che in periodi oramai conosciuti della storia, subirono il suo stesso trattamento per il solo fatto di esistere.
Fermarsi o, in alcuni casi, rimanere schifati di fronte all’immagine in sé che viene propinata, così come permettere che si reputi Lolita come un romanzo sulla violenza sessuale significa fornire il proprio avallo a questo stupro, infilzare ancor più saldamente la farfalla al muro.
D’altronde, come scrive proprio Nabokov: “la curiosità è insubordinazione allo stato puro“.

 


 

Articolo a cura di Lorenzo Ciarrocchi