Culturificio
pubblicato 4 anni fa in Letteratura

Lorca ci mostra l’altra metà

quella ancora intatta, incorrotta, tremendamente umana

Lorca ci mostra l’altra metà

Poeta dei gitani, del sentire andaluso, simbolo d’una Spagna intellettualmente e politicamente libera, d’una Spagna autentica nelle sue forme e nelle sue voci terrose: Federico García Lorca è tutto questo e tanto, tanto altro. Tantolorca_portrait_full oltre, poiché la sua poesia sapeva – sa – andare oltre qualsiasi limite o delimitazione: geografica, tematica, sociale.
A torto viene dunque costretto entro definizioni che sì colgono aspetti o sfumature della sua poetica – il recupero della tradizione letteraria, insieme all’influenza dell’avanguardia surrealista e all’innovazione tematica – ma non riescono certo a penetrarne l’essenza ed esprimerla nella sua totalità. La quale è, va detto, estremamente complessa.
Una di queste sfumature, una delle più intense, viene troppo spesso lasciata cadere, dimenticata. Per6ché sottile, tagliente, forse troppo forte e fragile insieme.
Essa si trova, più intensa che in ogni altra opera, nella raccolta “Poeta en Nueva York”, la quale risale al 1929, anno chiave che vede Lorca impegnato in un viaggio che farà emergere, acutizzandola, la sua congenita capacità percettiva per quanto riguarda l’uomo, la sua natura e le manifestazioni di essa. Tale viaggio – spaziale, sì, ma soprattutto interiore – lo getta in un contesto determinante per la sua opera: il mondo della metropoli newyorchese, in cui la società capitalista sta raggiungendo l’apice della sua putrescente realizzazione, putrescenza che Federico non manca di rilevare e rivelare tramite i suoi versi e che riconosciamo immancabilmente in aspetti quali il consumismo, l’industrializzazione, l’alienazione dell’uomo e l’affermarsi di ciò ch’è artificiale, artificioso, finto.
In questo contesto, Lorca raccoglie da terra – letteralmente, andando a stanare gli individui più inermi, calpestati ed esclusi dalla società – ciò che resta di vero.
E denuncia, in essi più che per essi, la ferocia di un sistema e le sue inumane articolazioni.

Sotto le moltiplicazioni
c’è una goccia di sangue d’anitra;
sotto le divisioni
c’è una goccia di sangue di marinaio.
Sotto le somme, un fiume di sangue tenero;
un fiume che scorre cantando
nei dormitori delle periferie,
ed è argento, cemento, o brezza
nell’alba ingannevole di New York.

 

La sua voce si disfa e si dà in pasto a una natura agonizzante, schiacciata dal cemento, schiava delle leggi del consumo e del denaro: e così gli uomini – o, meglio, in parte. Metà.
Perché, se quasi tutti si son dati al sistema e se ne son fatti strumento, diventando artefici di lfgl_1914quella crudeltà – e, paradossalmente, di quell’inumanità – che la poesia denuncia, Lorca riesce a cogliere, in essi, ancora un qualcosa d’autentico. Lo sente nella sofferenza degli emarginati e discriminati, dei negri dell’Harlem, degli ebrei, come lo sentiva a suo tempo negli zingari della sua terra: sente che qualcosa non s’è spento, in loro, e forse non può spegnersi.
Forse perché esclusi da quella società che li rinnega e rifiuta, han tenuto viva la loro natura, sia pure nel dolore, sia pure a terra – o forse proprio grazie a questo dolore, a questo essere (a) terra.
È così che il poeta dei gitani, delle lune spietate, il poeta del sangue e delle voci sopite, accanto a quella malata – e ancor oggi inguarita – ci mostra un’altra metà dell’uomo, in senso sociale fino a un livello ontologico: quella metà ancora intatta, incorrotta, tremendamente umana.
Quella che resiste. L’altra metà.

 

Io denuncio a tutta la gente
che ignora l’altra metà,
la metà irredimibile
che alza i suoi monti di cemento
dove battono i cuori
degli animaletti che si dimenticano
e dove cadremo tutti
nell’ultima festa delle buche.

Vi sputo sulla faccia.
L’altra metà m’ascolta
divorando, cantando, volando, nella sua purezza,
come i bambini nelle portinerie
che tolgono fragili bastoncini
ai buchi dove si ossidano
le antenne degli insetti.
Non è l’inferno, è la strada.
Non è la morte. È la bottega della frutta.
C’è un mondo di fiumi spezzati e distanze inaccessibili
nella zampina di questo gatto spezzata dall’automobile,
e io sento il canto del lombrico
nel cuore di molte bambine.
Ossido, fermento, terra scossa.


Articolo a cura di Elena Cappai