Valeria Lattanzio
pubblicato 3 settimane fa in Cinema

L’uomo che uccise Don Chisciotte: una riflessione

L’uomo che uccise Don Chisciotte: una riflessione

Lodato sia don Chisciotte! Che seppe con tanto anticipo di secoli riconoscere un furibondo gigante sotto la maschera di un innocente mulino.

Questo scriveva Gesualdo Bufalino a proposito dell’eroe/anti-eroe di Cervantes, primo vero personaggio romanzesco della storia della letteratura. Difficile è parlare di una figura che da secoli affascina, confonde, che da secoli viene letta e studiata superando l’ironia di facciata (pur geniale) per trovarne aspetti più tentacolari. Don Chisciotte è l’uomo del delirio, colui che follemente immagina un mondo che non c’è e che forse non c’è mai stato.
In tanti hanno provato a trasporre la sua vicenda in un’opera cinematografica, spesso senza successo – celebre il caso del film incompiuto di Orson Welles, che doveva concludersi con una straordinaria esplosione atomica. Fu effettivamente proiettato, poi, alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La critica fu spietata: era un film illogico, incomprensibile, pesante, dal montaggio inadeguato. François Truffaut scrisse:

Si è creato attorno a questo film, attraverso gli anni, una specie di leggenda che non sarebbe sorprendente immaginare che Welles preferisca restarne l’unico spettatore.

Se non fosse già la storia di Welles, potrebbe essere quella di Terry Gilliam (e pure in ambito di critiche quelle negative non sono tardate ad arrivare). Il celebre e visionario regista di Brazil – capolavoro distopico – ha inseguito questo progetto, com’è noto, per più di 25 anni. Un progetto che si è trasformato in un incubo, in una chimera (in un development hell, in gergo tecnico-mediatico). Persino in un altro film: Lost in La Mancha, documentario sulla fallimentare realizzazione della pellicola effettiva, L’uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote). Sono cambiati gli attori, la sceneggiatura, sono passati decenni, ma alla fine Gilliam è faticosamente riuscito a portare nelle sale il suo sogno, quello di cui parla come del film della sua vita, il suo . Si è passati per Johnny Depp, Jean Rochefort, Ewan McGregor, viaggi nel tempo poi tagliati, basi militari che disturbavano l’audio, nubifragi che allagavano il set (tutte scenografie d’esterno, tra Spagna e Portogallo). Ma, oggi, L’uomo che uccise Don Chisciotte è qui, concreto più che mai. In un certo senso.

La trama, in breve: Toby (un sempre più bravo Adam Driver) da giovane gira un bellissimo lungometraggio di laurea sul Don Chisciotte. Una pellicola per cui cerca attori del luogo, facce espressive. Tra tutti scova un calzolaio di nome Javier per interpretare il protagonista (un Jonathan Pryce straordinario che a lungo ha sognato di ottenere la parte del Chisciotte nel film). Anni dopo, Toby torna in quei paesini spagnoli per girare una pubblicità sempre a tema Cervantes, la sua arte ormai svenduta. Ed ecco che s’imbatte in Javier allucinatissimo e adesso convinto di essere davvero il Don Chisciotte, che lo prende con sé (sequestra, in un certo senso) considerandolo il proprio scudiero Sancho Panza.
Gilliam ha parlato del resto della vicenda come di “una continua punizione per una persona che ha buttato via il suo talento”.
Da qui tutto procede su allucinazioni, deliri, battute, metacinema, metanarrativa, metaGilliam. Ma non mancano politica, frecciate sferzanti alla società – contemporanee più che mai.
Quanto detto all’inizio, però, rende estremamente complesso parlarne. Si sarebbe tentati di analizzarne pregi e difetti, di fare un discorso critico e il più possibile razionale. Ma come esaminare e sviscerare un film che nasce per sua natura come un’ossessione, un tormento?

L’uomo che uccise Don Chisciotte è forse un film perfetto? No. Non lo è, se parliamo di categorie classiche. Uno stimato collega (se mi è concesso), Salvatore Marfella, ne parla su Rivista Milena come di un “commovente disastro”, di un’opera che s’inceppa di continuo e a cui però non si riesce a guardare senza commozione. Impossibile non essere d’accordo.
Ma è perfetto nel suo essere totalmente folle, caotico, sentito. È come assistere al sogno di un vecchio pazzo, ma con la certezza che, banalmente, se tutti fossero pazzi quanto e come lui il mondo sarebbe un posto migliore.
Quello di Gilliam è un universo dal gusto antico, denso e barocco, un universo che sta scomparendo e che però non vuole arrendersi a morire senza onore. Vuole combattere, pur se contro mulini a vento.
Come nell’opera originale di Cervantes, sotto l’ironia del Chisciotte si nasconde una certa ferocia sociale, un’oppressione del diverso e del “matto”. Ricorda per certi versi il bellissimo (anche lì, parzialmente autobiografico) barone di Munchausen, la commedia fantastica che Gilliam girò nel 1988, in cui il vecchio protagonista sdraiato a terra sussurra (all’incirca):

Sono stanco del mondo. E il mondo evidentemente è stanco di me. Perché oggigiorno è tutto logica e ragione, scienza e progresso, leggi di questo, leggi di quell’altro. Non c’è posto per i ciclopi a tre gambe dei mari del sud, non c’è posto per alberi di cetrioli e oceani di vino. Non c’è posto per me.

E allora analizzare in termini narrativo-stilistici (per quando la regia sia strabiliante) L’uomo che uccise Don Chisciotte sarebbe un torto al senso stesso del film, che invece si arrampica sugli alberi e combatte i giganti. L’unica reazione da avere sarebbe, probabilmente, quella di uscire dalla sala confusi e felici (e, inciso del tutto personale, io e l’amico che con me ha guardato il film non abbiamo potuto alla fine che rimanere in silenzio per un’ora, con un sorriso enorme – a tratti ebete, se volete – stampato in faccia, senza riuscire a dire assolutamente nulla).
Un film confuso? Sì. Cialtronesco? Volendo. Bellissimo? Senza dubbio.

La verità è che questo film di Terry Gilliam è il riassunto perfetto di un modo di considerare il mondo, nell’accezione più astrale del termine. Con il coraggio di immaginare, ancora, di stupirsi, di trovare nella follia una ricchezza (i pazzi sono tutti gli altri, pirandellianamente, il pazzo è chi deride con insensatezza e non sa vedere il gigante nascosto sotto il mulino a vento). Oltre a, ça va sans dire, un modo di considerare il cinema – il gioco è, come suggerito nel video di Shiva Produzioni intitolato “Il film più bello dell’universo”, quello di sostituire metaforicamente i vari personaggi con simboli della settima arte.
L’uomo che uccise Don Chisciotte non è tanto una storia, quanto una commovente indicazione su come le storie andrebbero guardate.
È un film che non ha termine e che non può avere termine, il cui svolgimento non è che un continuo ricominciare e reinventare la stessa materia narrativa.
Una storia che continuerà ad essere raccontata, perché Don Chisciotte col tempo cambierà, assumerà nuove forme, parlerà con parole nuove e a nuove persone. Ma non morirà mai.

Lo so, quando si è presi da questa passione
e il cuore ha un peso rispettabile
non c’è niente da fare, Don Chisciotte,
niente da fare
è necessario battersi
contro i mulini a vento.
(Nazim Hikmet)

 

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