Gianmarco Canestrari
pubblicato 5 mesi fa in Letteratura

Mary Shelley e il moderno Prometeo

il lato dicotomico della realtà

Mary Shelley e il moderno Prometeo

Mary Wollstonecraft Godwin, meglio conosciuta con il cognome del marito, era figlia di un filosofo di ideologia anarchico-comunista e di una attivista per i diritti delle donne che morì poco dopo averla data alla luce. Ebbe una infanzia piuttosto infelice e segnata da tratti di depressione ma che la fortificò nello spirito facendola diventare una donna intelligente, ardita e piena di creatività.

A coronare i suoi sogni contribuì l’incontro con il futuro marito, il poeta Percy Bysshe Shelley, con cui fuggì e compì vari viaggi per l’Italia intera; dopo funeste vicende e lutti familiari, tra cui quello del marito, si dedicò alla scrittura di opere di varia natura e di grande profondità che sono arrivate fino a noi.

La più famosa è il romanzo Frankenstein che fu concepito nel 1816 nella Villa Diodati sul Lago di Ginevra dove Mary, il marito e il grande poeta Lord Byron trascorrevano l’estate, e che appartiene, per i suoi contenuti, al genere del romanzo gotico, tanto in voga negli anni in cui visse la nostra scrittrice.

Dobbiamo fare una precisazione formale ma essenziale per capire la novità e la modernità dello scritto che qui analizziamo: il titolo dell’opera è il nome dello scienziato e non della creatura; Frankenstein è infatti uno scienziato ginevrino che, spinto dall’amore per la ricerca scientifica, decide di voler ricreare la vita. Unendo pezzi di cadaveri riesce a formare una creatura umana che fugge e compie orribili delitti tra cui l’omicidio del fratello dello scienziato.

Durante un’escursione sul Monte Bianco Frankenstein incontra la creatura che si è nascosta a causa della cattiveria degli uomini nei suoi confronti, e gli spiega come tale infelicità ha portato in lui odio e vendetta verso tutti, compreso il suo creatore. A quest’ultimo chiede di poter avere una compagna che possa aiutarlo e sostenerlo nei momenti bui e difficili della vita, ma che soprattutto lo ami. Frankenstein vuole esaudire questo suo desiderio ma si sente diviso, dilaniato nello spirito perché vede come una minaccia la prospettiva di un popolamento di tali creature sulla faccia della terra.

La creatura decide allora di vendicarsi e uccide alcuni familiari dello scienziato, il quale, inorridito da tali atti, gli dà caccia nei luoghi più remoti e sperduti della terra fino a che, arrivando all’Artico, morirà sfinito e stremato.

Ecco così compiuta la vendetta tanto sperata dalla creatura, la quale, al termine dell’opera, non si sente appagata da questi sprazzi di uccisione e di morte e decide così di ritirarsi in solitudine, lontano dagli uomini e dalla civiltà, quasi a simboleggiare la sua volontà di auto-annichilirsi e di scomparire non soltanto fisicamente.

Alle origini dell’opera ci sono sicuramente le ansie e le preoccupazioni che dilaniavano lo spirito inquieto della nostra scrittrice: ansia del buio, della malattia, della morte (soprattutto dopo la scomparsa della madre) che sommati alla sua personalità fragile creavano spesso incubi e psicosi piuttosto gravi.

Possiamo dire che nel complesso i temi affrontati nell’opera vanno da idee come la libertà, la giustizia e l’educazione, all’interesse verso la rivoluzione e le istanze riformatrici tanto care ai pensatori romantici dell’Inghilterra dell’epoca.

Ma la novità più eclatante presentata e incarnata nell’opera è la grande influenza esercitata dalla scienza e dalle moderne teorie evoluzionistiche, comprese quelle riguardanti l’elettricità. Sono queste idee che fanno da sottofondo alla storia e che ci aiutano a capire la trama: per esempio sono indispensabili per spiegare l’azione creatrice di Frankenstein, il quale non si accontenta di essere spettatore dell’esistenza, ma nasce in lui questo sentimento d’orgoglio di voler essere il datore della vita, il fautore dell’esistenza.

Frankenstein vuole insomma mettersi al posto del divino usurpando così anche quelle prerogative, proprie del numinoso, che fanno riferimento al creare dal nulla le cose o addirittura al dare nuova vita a ciò che l’ha persa o non la possiede affatto.

È l’incarnazione di quell’atteggiamento, tanto criticato dalla letteratura greca, che è la Hybris, la tracotanza nello sfidare ciò che ci è superiore e ciò che trascende i limiti umani.

La creatura possiamo considerarla una specie del “buon selvaggio” alla Rousseau, un uomo lontano dalla civiltà e immerso in uno stato primitivo che impara dall’esperienza (come insegnava il grande filosofo empirista Locke).

Possiamo affermare che l’opera di Mary Shelley condivide con un altro grande capolavoro come per esempio La Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge il tema del crimine contro la natura: Frankenstein lo vediamo alle prese con la sua creatura, mentre il Marinaio con l’uccisione dell’albatros. Non è estraneo alla costruzione della trama, la narrazione delle vicende dell’eroe Prometeo che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, commettendo così un grave atto di tracotanza (o Hybris come abbiamo detto): sentimenti non dissimili a quelli incarnati dal giovane Dr. Frankenstein.

In definitiva possiamo affermare che tutto ruota intorno al “tema del doppio”: Walton è infatti il sosia dello scienziato nella sua ambizione di sorpassare i limiti umani. Inoltre non è difficile notare la complementarietà tra Frankenstein e la sua creatura: entrambi soffrono l’isolamento e i pregiudizi della gente, ma cercano lo stesso di divenire migliori anche se oppressi e assetati di vendetta. Ma la creatura rappresenterebbe la parte negativa e oscura del nostro protagonista (come non ricordare qui il celebre Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson): siamo qui in presenza di una doppia “personalità” che si vede e si mostra nei suoi due lati estremi.

Eccoci allora giunti di fronte a quella che potremmo definire la vera essenza dell’opera: una ricerca verso una conoscenza oscura, proibita, allo scopo di penetrare gli intimi segreti della natura. Una ricerca verso qualcosa che è oltre noi stessi, oltre la finitezza della vita umana e che porta a fare o compiere atti che sono a volte anche moralmente aberranti: si pensi alla sfida lanciata alla natura col voler riprodurre la vita fuori dagli schemi tradizionali e contravvenendo alle regole che dominano il mondo dell’esistenza.

È, quindi, come se si ripercorresse, attraverso questo capolavoro, l’intima natura che ci caratterizza come esseri umani: spiriti liberi, creativi, orgogliosi e, a tratti, dissacranti nei confronti di ciò che ci supera, quasi a voler sfidare qualcosa o Qualcuno che ha posto limiti a quest’infima natura che siamo, ma di fronte a cui sembriamo sordi, sempre pronti a tirar fuori l’arma più letale che possediamo: il delirio di onnipotenza.