Lucio Gava
pubblicato 8 mesi fa in Cinema

Il matrimonio del mio migliore amico

L’Eco dell’amore e dell’amicizia a confronto

Il matrimonio del mio migliore amico

Lo aveva detto Eco, e quindi ci potrebbe fidare, anche se non ciecamente, che la critica definibile come tale, non è quella recensoria, dove si dà un immagine complessiva dell’opera ai fruitori digiuni, perché questa è un’esplorazione superficiale e spesso nemmeno svolta in prima persona.
Nemmeno la critica storico-letteraria che inserisce l’opera all’interno di correnti artistiche e classificazioni di genere, rifacendosi con citazioni di altre opere ad un mondo pertinente a quello in questione.
Solo nel terzo tipo di analisi, in definitiva l’unica possibile in tal senso, all’avviso del maestro, la critica testuale sonda i basici elementi strutturali dell’opera per far emergere le virtù e le debolezze e carpirne i meccanismi.

Premesso tutto questo, un film drammatico-romantico di poco più di novanta minuti, uscito nel 1997 e diretto da J.P. Hogan, candidato ad un Premio Oscar per la Miglior Colonna Sonora e a tre Golden Globe, si riassume in un minuto e mezzo abbondante e precisamente al novantaduesimo circa quando, dopo il lancio del bouquet della sposa Cameron Diaz, che provoca un parapiglia generale tra le giovani nubili, ella scende la scalinata a fianco del marito Delmot Mulroney diretta alla merita luna di miele, dopo la lunga contesa per portarlo all’altare avvenuta con Julia Roberts, vecchia amica di università di Delmot, che vedeva nel matrimonio riparatore con l’amico, l’ultima spiaggia esistenziale prima della vecchiaia.
Il film sonda le controversie dell’animo umano e le rende coinvolgenti al punto da rendere il finale imprevedibile fino all’ultimo, senza per forza scadere in bassezze retoriche o scandali di costume.

Come detto tutto si risolve in zona Cesarini, con buona pace di Eco che affermava il calcio essere il luogo dove i diseredati disperdono l’aggressività bruta.
La suite in tempo di recupero del Candidato Oscar James Newton Howard rende l’impossibile o quasi, ovvero commuoverci fino alle lacrime spiegando a noi presunti critici, che in questo film si sia giocato non tanto l’amore, quanto l’amicizia, cercando di tratteggiarne le differenza.
Al novantatreesimo minuto, quando la Roberts si confonde tra la folla di nubili e di invitati, lei, prima e unica vera amica incensata dal neo sposo Mulroney, le leggiamo in volto la tristezza mentre lo vede fuggire felice tra le braccia della donna amata Diaz, per finzione filmica, s’intende.

E capiamo il senso dell’amicizia e del film.
La Roberts non ha perduto la sfida amorosa con la Diaz, semplicemente ha perduto un amico, il suo migliore amico, rubato dalle braccia tiranniche dell’amore.
Ma soprattutto ha di fronte a sé la lucida realtà che la ridurrà silenziosa e triste al tavolo degli invitati. Sa di aver perso gli anni migliori della propria vita, l’infanzia, la giovinezza, l’amicizia, l’illusione di poterle ancora avere sposando l’uomo con cui ha condiviso entrambe. Invece eccolo allontanarsi amato da un’altra donna e per giunta felice, no, decisamente la vita gli ha tolto tutto.
Sulle note della suite di Newton, il regista, la narrazione lenisce l’amara verità facendo ritornare Mulroney sui suoi passi, per un bacio alla Roberts, un bacio di ringraziamento per la condivisione degli anni migliori delle loro esistenze.
Le immagini rallentano, i violini e il piano si fanno malinconici e sembrano sussurrare che nella vita nulla torna e nulla può tornare, una bella donna in carriera può perdere il migliore amico e restare sola sulla soglia dei trent’anni, disillusa nell’eco della vana promessa di un matrimonio riparatore tra amici.

Ci sembra superflua e ad uso del grande pubblico, la piacevolissima ultima sequenza conclusiva, ben calibrata nei tempi e nelle battute, in cui la Robert viene consolata, ancora, dall’amicizia di un amico editore, gay, tanto per non sbagliaci.
Non si è mai sfiorata la melensaggine e questo, insieme all’imprevedibilità della trame e alle note musicali, ci sembrano i pregi dell’opera. Eco, un film del genere, non lo avrebbe nemmeno recensito, tantomeno visto.
Per fortuna o per sfortuna noi non siamo l’amato Eco e abbiamo ancora un tempo di recupero per poterci perdere fantasticando l’avvenire.

 

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