Culturificio
pubblicato 4 mesi fa in Recensioni

“Monstrorum historia” di Ulisse Aldrovandi

un prodigio foriero di rivelazioni? O un semplice scherzo di natura, del tutto insensato?

“Monstrorum historia” di Ulisse Aldrovandi

Il mostro suscita reazioni contrapposte. Da un lato, è ovvio, fa paura. Anzi, suscita persino raccapriccio: ci appare come qualcosa che non dovrebbe esistere, o per lo meno che non vorremmo riconoscere. Scappare di fronte all’orrore incarnato, in questo senso, non è semplicemente segno di codardia; è il disperato tentativo della coscienza di mantenersi ingenua, di non contaminarsi con l’angosciante messaggio che le ricorda la fallibilità dell’ordine naturale.

Eppure, il mostruoso ci attrae. La nostra immaginazione non può fare a meno di insistere sull’anormalità che pur tanto ci spaventa. In ogni epoca e in ogni latitudine, dai miti arcaici fino alla cultura pop, l’anomalia vivente è un ingrediente essenziale delle nostre storie.

È con terrore e fascino che si affronta la Monstrorum historia di Ulisse Aldrovandi: un libro tormentato e tormentatore, attraversato da una tensione che si trasmette sul lettore, quasi come un’ipnosi.

Anche dal punto di vista editoriale, questo testo è un’anomalia. È, per così dire, una novità del 1642: Moscabianca Edizioni ne ha infatti appena pubblicato la traduzione in italiano, a dimostrazione di come il fascino dei mostri sia davvero capace di attraversare i secoli. Nonostante l’età, la lettura seduce subito, catapultandoci in un mondo parallelo fatto di spaventose anomalie. È merito, c’è da dire, anche di un’ottima cura editoriale, che ha saputo snellire le ridondanze dell’originale, pur mantenendone inalterato lo spirito; il tutto è poi corredato da un apparato critico esauriente ma non invadente.

Che cosa deve aspettarsi, dunque, il lettore odierno della Monstrorum historia? Si tratta di una minuziosa ricerca sui mostri, opera del celebre Ulisse Aldrovandi; un catalogo ragionato di stranezze viventi, arricchito da splendide illustrazioni.

L’autore fu un insigne studioso del XVI secolo, capace di coniugare una vastissima erudizione letteraria a un acume naturalistico che già precorreva le prossime rivoluzioni scientifiche. In un certo senso, il suo genio era doppiamente inattuale. Scriveva, per così dire, a cavallo fra due epoche, ereditando l’immaginazione mitologica dell’antichità, ma sottoponendola a un fine scetticismo. È proprio questa duplicità a renderlo adatto a sviscerare il nodo paradossale rappresentato dal mostro; e d’altronde è per la sua atemporalità che la lettura appare ancora oggi fresca e avvincente.

Aldrovandi, a modo suo, è un eroe: proprio uno di quei campioni dei miti, che parte alla ricerca di un mostro da sconfiggere. Non è però armato di spada, ma di una scienza enciclopedica. E non a caso, l’oggetto della sua ricerca è proprio l’anomalia, ciò che non si lascia collocare nell’ordine tassonomico che si vorrebbe governasse la Natura. Lo scienziato indaga i mostri con l’intento di ricondurre anche l’eccezione nel complesso dell’ordine naturale, catalogandoli e cercandone le cause fisiche, rendendo così spiegabile l’inspiegabile.

Il viaggio della Monstrorum historia inizia dall’essere umano – non certo secondo l’ammuffito luogo comune dei nostri tempi, per cui «è l’essere umano l’unico vero mostro». Con il metodo che gli è consueto, e che dà forma all’intero libro, Aldrovandi parte dal generale – dalla definizione stessa di “essere umano”, per calarsi via via nel particolare, puntando in particolare all’anomalia. Vengono passati in rassegna popoli lontani ed eccentrici, con descrizioni in cui il resoconto di esplorazioni esotiche si mescola all’immaginazione.

Si parla ad esempio delle «estreme contrade della Siricana», in cui abita «una gente dal collo tanto lungo da somigliare proprio a quello delle gru: in cima al collo, poi, hanno un volto animalesco, provvisto di occhi e naso umani, ma altresì di becco e di bargiglio come quelli del gallo».

Lo stesso Aldrovandi commenta con diffidenza certe notizie, che pur riporta per dovere di completezza: «Certo, è più facile leggere questi racconti che prestarvi fede». Al lettore di oggi, la pittoresca galleria di esempi può far sorridere per l’ingenuità, ma non manca di stupire per la capacità di immaginazione che vi si esprime, rafforzata dalle bellissime incisioni che arricchiscono il testo. Il metodo di Aldrovandi, comunque, fa riflettere: è la ricerca di un confronto con l’altro, con ciò che appare come diverso, senza superiorità ma nemmeno con falsi scrupoli. L’alterità diventa allora uno specchio per definire la propria identità, senza arrivare a stabilire una troppo facile e illusoria “normalità”.

Il testo procede dunque con quello che è il vero e proprio cuore della ricerca, dedicata ai mostri in senso stretto. L’autore, ancora una volta, è segnato dai conflitti della sua epoca: riporta, più per dovere di cronaca che per vero interesse, le notizie dei mostri antichi, destreggiandosi fra miti greci, geroglifici egizi e poemi epici; ma a catturare davvero la sua attenzione sono i casi più recenti, resi più credibili dalla risonanza nella cronaca di allora.

Nacque a Ravenna un mostro che aveva un corno sulla testa, un’unica zampa di uccello rapace, un occhio sul ginocchio, ali in luogo delle braccia, ed era dotato di entrambi i sessi; le altre parti erano umane, come si può vedere nella relativa figura. E questo mostro venne alla luce al tempo in cui il pontefice Giulio II aizzò l’Italia intera e gran parte della cristianità contro il re di Francia Luigi XII: perciò in seguito, la domenica di Pasqua, a Ravenna infuriò una tremenda battaglia.

Aldrovandi tentenna anche riguardo l’interpretazione da dare all’apparizione dei mostri. Da un lato, il mostro appare significante, si annuncia come un presagio: la sua diversità non sa di insensato, ma innesca una reazione, tratteggia un messaggio. Lo è chiaramente nell’uso allegorico e simbolico, quando il mostro appare in quadri o racconti morali; ma mantiene questa funzione anche quando si palesa concretamente, di fronte ai nostri occhi. All’apparire di un animale con una malformazione, l’immaginazione non può fare a meno di chiedersi se ci sia una connessione con qualche crimine contro natura appena compiuto, o con un fatto prodigioso prossimo a venire.

Ma Aldrovandi già respira quella de-mitizzazione che sarà propria della scienza, e perciò appunta che non tutti i mostri reali sono per forza un presagio:

Però, a dire il vero, questo sembra attenere piuttosto all’eccessiva fantasia e superstizione degli uomini.” Concede che: “Quello su cui possiamo essere d’accordo è che i mostri siano degli avvertimenti di Dio, per mezzo dei quali veniamo spronati a fare ammenda delle colpe, cosicché, cancellati infine i peccati, ritorniamo alla via di salvezza, e questa logica, tra le altre, è la più conforme alla verità.” Subito dopo, però, l’autore sottolinea: “Gli uomini non dovrebbero dar credito con leggerezza ai presagi tratti dai mostri

Ampio spazio, non a caso, viene dato alle malformazioni, che vengono catalogate in base alla parte anatomica che colpiscono, e di cui vengono riportati diversi esempi, sia umani che animali. Rispetto alle altre “mostruosità”, questo è infatti il caso più facilmente osservabile, e lo scienziato può dunque indagarne le cause di prima mano.

È forse la parte più scabrosa da leggere: un satiro non fa certo paura, né un improbabile pesce-monaco; ma la nascita di un vitello con due teste è qualcosa che può effettivamente accadere, e per quanto sappiamo che dietro ci siano cause completamente naturali, non possiamo fare a meno di reagire con una profonda inquietudine.

Ricordo ancora con un brivido – e anche qui, con una sfumatura di fascino – quando incontrai un simile mostro, conservato sotto alcol in un vaso di vetro, fra le collezioni del museo di storia naturale di Trieste. Avrò avuto poco più di dieci anni: quell’incontro fu quasi un’iniziazione al caos che si nasconde fra le trame del cosmo.

Aldrovandi si interroga sulle cause che portano a simili nascite, e dimostra una grande intuizione a percorrere la pista dell’embriologia e della “materia seminale”. Il suo è un tentativo eroico, dicevamo: armato di scienza, cerca di ricondurre il caos ad un ordine spiegabile. Ma tutta la razionalità del mondo non basta ad arginare la sensibilità dell’immaginazione. Il grande pregio letterario della Monstrorum Historia è che il tentativo di Aldrovandi non riesce in un trionfo, che sconfinerebbe inevitabilmente in borioso scientismo. La partita fra il mostro e l’erudito rimane aperta.

Scienza e mito, ordine e caos, realtà fattuale e interpretazione simbolica. Ecco perché la Monstrorum Historia, ancora dopo secoli, resta attuale: i conflitti di Aldrovandi non sono soltanto una congiuntura della sua epoca, ma sono tensioni presenti nell’animo di ciascuno, in ogni era. Il mostro è un interrogativo che ci tocca nel profondo, suscitando paradossi irrisolvibili, ma su cui non possiamo fare a meno di interrogarci.

di Francesco Boer

(immagini tratte dal testo, per gentile concessione di Moscabianca Edizioni)