Culturificio
pubblicato 2 settimane fa in Letteratura

Paolina Leopardi, una viaggiatrice immobile

Paolina Leopardi, una viaggiatrice immobile

Tutta questa sera l’ho passata in finestra al lume dei baleni che abbarbagliavan la vista, ed al romoreggiare del tuono. Priva come sono sempre di qualunque causa di emozione, mi lancio ove spero di trovarne, e io che ho gran paura dei temporali, questa sera vedeva guizzare il fulmine in aria, e palpitava un poco.

Nasce un’ora e un quarto prima della mezzanotte, nella domenica del 5 ottobre del 1800. Paolina Francesca Saveria Salesia Placida Polancina Aloisia è la terzogenita della famiglia Leopardi, dopo Giacomo e Carlo. Dei dieci figli venuti al mondo dai coniugi Leopardi, sarà l’unica femmina sopravvissuta e l’ultima tra tutti a rimanere in vita, erede e amministratrice del palazzo Recanati alla morte della madre.

Figura rimasta nella penombra della grandezza fraterna, ma ancor prima imbrigliata nel sistema asfissiante di casa Leopardi e nelle aspettative che la sua identità sociale comportava, Paolina ha finemente raccontato, attraverso le sue lettere, il suo mondo e la sua personalità.  

Scopriamo che per gran parte della sua esistenza Paolina era seguita e osservata da un padre affettuoso ma estremamente rigido e conservatore e da una madre intransigente e glaciale, che non le concedeva nemmeno di guardare fuori dalla finestra. Privata delle possibilità accordate alle coetanee della sua epoca, non poteva stringere amicizie o passeggiare fuori casa, visitare i borghi vicini, leggere romanzi che non avessero finalità educative, scambiarsi lettere personali o vestirsi in modo appariscente. Non le rimaneva che spaziare liberamente con la fantasia, alternando alla rotta prestabilita improvvise impennate romantiche.

Le letture sostenevano in segreto questa sua evasione e alimentavano il suo bisogno di romanzesco, di passione e di vita, puntualmente frustrati dall’aridità della sua esistenza. Erano anche l’unico strumento di conoscenza del mondo esterno e la compagnia che più si confaceva al suo carattere:

io non sono mai stata molto amica dello stare sovente in conversazione, del trattare… ora poi sono divenuta assai più isolata, assai più dolente ove mi sia bisogno di ricevere persone che tutte mi affliggono. Leggere e sempre leggere ecco la mia vita di tutti i dì, posso così almeno eleggermi un eloquio a me propriamente simpatico, e solo lo posso tra i morti, tra i viventi non lo trovo.

In molte lettere la contessa racconta la condizione in cui visse tutta una prima parte della sua vita, trascorsa vagando per le stanze come una prigioniera. Poteva solo assecondare la volontà parentale, limitando i suoi spostamenti al tragitto casa-chiesa e i suoi sforzi alla ricerca di un buon matrimonio.  

Descrive la reclusione recanatese e la sua infelicità soprattutto nelle pagine indirizzate alla cugina, Vittoria Lazzari, e alle amiche di penna, le sorelle Brighenti: «Ma io sono in uno stato ben differente dal tuo, e per il paese, e per il sistema di famiglia, veramente spaventevole per persone giovani; in cui si sente tutto il peso della vita, senza sentirne per un solo istante un’ombra di sollievo, di alleggerimento dalla noja dal dolore»; «Con una menomissima parte di quella libertà che godono tutti quelli che vivono, io godrei almeno un momento dell’ineffabile gioia che voi, o care, mi fareste provare»; «[…] quello che io posso vedere dalla finestra è sempre sorvegliato da mia madre, la quale gira per tutta casa, si trova per tutto, e a tutte le ore; onde per questa volta almeno io debbo dirti piangendo di non venire», scoprendosi a poco a poco una personalità intensa e disperata: «[…] io non ho riso mai, appunto perché non mi sono contentata di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e disperarmi, ma amare sempre ed essere amata egualmente, salire al terzo cielo, poi precipitare – ed ora io sono veramente precipitata, ma al terzo cielo non sono salita mai».

Come il fratello, così Paolina è tormentata da chimere che infestano la sua mente, ma non riescono a prendere forma nella realtà; Giacomo, però, è fuggito non appena ha potuto lasciandone non poche tracce nel suo epistolario.

La condizione di reclusa di Paolina, invece, come la pazza della soffitta di brontiana memoria, non le ha permesso di trovare una strada, di sbocciare e lasciare quei fiori eterni per l’umanità, come è successo al fratello; ma come per Bertha Mason, così anche lei ha diritto ad una o molte Jean Rhys disposte a raccontare la sua voce nella storia.

Tra un giorno trascorso chiusa a chiave nella sua stanza e un altro, imbalsamata nella veste nera con cui si muoveva come un’ombra per la casa, passano anche quegli anni tristissimi delle trattative matrimoniali, che l’avevano impegnata e umiliata per circa quindici anni (cominciate nel 1819, quando Paolina aveva solo 19 anni, si erano concluse attorno al 1834).

Il mancato matrimonio, che nella sua mente era l’unica possibilità di scappare, apre a Paolina scenari inaspettati. Si riscopre come individuo autonomo e inizia a dedicare la sua vita alla scrittura.

Aveva già cominciato nel 1832 con il giornale di Monaldo, «La voce della ragione», che commentava così l’attività della figlia:

Essa leggeva libri, fogli e giornali francesi, rimarcandomi gli articoli opportuni; essa ha fatto tutte le traduzioni da quella lingua; essa correggeva gli stamponi, e travagliava giorno e notte per questa impresa, con uno zelo e con un disinteresse di cui potrà ricevere il premio da Dio.

Paolina si cimenta in alcune traduzioni più impegnate dal francese: opere nella cui selezione risiede già una cartina al tornasole delle sue inclinazioni come scrittrice e donna e nella cui resa creativa si colloca quel che rimaneva del proprio talento. Nell’accettazione della sua condizione, getta inconsapevolmente le basi per una sua rinascita e per lo sviluppo di una nuova filosofia che regolerà la seconda parte della sua vita, di cui eleggerà a simbolo il biancospino.

Il 18 maggio del ’45 scrive all’amica Marianna Brighenti:

Io, di questo mio stato, me ne dolgo sempre di meno, e con un po’ più di libertà sarei veramente felice, e lieta del sentirmi libera.

Il 17 agosto del ’45, sempre a Marianna,

Ancorché i mariti piovessero da ogni parte, per me è tutto finito, io morirò colla corona di bianco spino in capo, invece del giglio come usa tra noi. Ora quest’uso è troppo antico e io voglio il bianco spino, come emblema della estrema mia predilezione per la primavera, pel caro mese di maggio in cui vediamo fiorite le siepi» e ancora «Non parlar dunque più dell’idea o della speranza di vedermi moglie di un modenese o di un bolognese, ma odora piuttosto l’essenza del bianco spino e ricordati allora della tua amica.

Le resta sempre verde nel cuore il desiderio di conoscere e di scoprire altre realtà, tormentata dal timore di non poterlo fare mai. Nella lettera del 2 febbraio del ’37 scrive ancora a Marianna:

se potessi mettermi in un legno di posta, e girare tutto il mondo, per quei pochi anni che mi restano a vivere, vivendo sempre sola, e vedendo, vedendo sempre sempre le bellezze e le bruttezze della natura, oh allora sì che sarei felice. Perché, non puoi credere quanto mi abbia tormentata sempre il pensiero che vi sia qualche cosa a questo mondo ch’io non vedrò mai! E se queste cose poi sono belle, belle assai, come le ghiacciaie della Svizzera, il cielo di Napoli, un’aurora boreale a Pietroburgo, immagina quanto devo penare io che non posso arrivare ancora a vedere tutti i bei punti di vista di questo mio villaggio, che non sono pochi, e quanto soffro nel reprimere i palpiti del mio cuore e gli slanci della mia immaginazione tutte le volte che m’incontro a leggere dettagli di viaggi, descrizioni di luoghi ameni, e allora piango e gitto via il libro […].

Questo passo collega l’animo della contessa ai nuclei tematici presenti nell’opera di Xavier de Maistre, Spedizione notturna intorno alla mia camera, che Paolina decise di tradurre. Xavier, che tanto aveva affascinato le giovani lettrici dell’Ottocento, in Le Prisonnier et Le Papillon, aveva già abbozzato l’idea che dentro le mura di una qualsiasi prigione fosse sempre possibile scegliere di essere farfalla e di volare senza altra legge che il capriccio, senza alcun limite che l’universo. La condizione approfondita dall’autore francese si personifica nella figura del viaggiatore immobile e questa intuizione giovanile diventa opera vera e propria. Dunque, impossibilitata a viaggiare, il viaggio di Paolina si fa interiore, l’esplorazione fantastica, le scoperte avvengono tramite l’occhio della mente e i desideri si realizzano nel proprio cuore.

Il breve romanzo è tutto ambientato nella stanza del protagonista, che si ritrova in molte occasioni a sognare a occhi aperti, figurandosi sipari utopici e piccole scenette immaginarie. La contrapposizione che innerva tutta l’opera si gioca su un’alternanza di oggetti concreti – suppellettili, cianfrusaglie di uso quotidiano e strani aggeggi che popolano la camera, e astratti – inerenti alla sfera del mondo naturale.

Il cielo è l’elemento che più ricorre nel testo. Sia esso scorso attraverso la finestra, immaginato, vagheggiato, resta il centro pulsante del viaggio del protagonista, la sua aspirazione, il suo sogno inconscio, il suo rammarico nell’impossibilità di poterlo raggiungere. Quando Paolina guardava clandestinamente fuori dalla finestra, vedeva il cielo.

Per il viaggiatore immobile, avere una finestra attraverso cui guardarlo, diviene motivo di vita o di morte. Paolina traduce nel quarto capitolo:

Come quei naviganti, i quali smarriti nel vasto Oceano non vedono che cielo ed acqua, così io non vedeva che il cielo e la mia camera, e gli oggetti esteriori più vicini sui quali poteva fissare i miei sguardi erano la luna e la stella del mattino, il che mi poneva in contatto immediato col cielo, e dava ai miei pensieri un volo sublime cui non sarebbero giammai ascesi se avessi fissata la mia abitazione a terreno.

Le stelle, il firmamento, costituiscono non solo un punto di arrivo per il viaggiatore immobile che aspira, nella sua impossibilità di azione e nel suo impaccio, alla conoscenza dell’universo, ma sono anche la metafora di un’elevazione del pensiero a un grado altissimo di illusione, di pura fantasticheria.

Questo è ciò che accade quando, verso la fine del libro, il protagonista ha la possibilità di osservare in un’apparizione mistica a metà tra sogno e visione, sfere celesti e terra, una nube brillante scendere dal cielo, avvicinarsi sempre di più, fino a scoprire una giovane donna di ventidue o ventitré anni. La sua vista «aveva tutto l’incanto delle illusioni della gioventù, ed era dolce come i sogni dell’avvenire».

Solo che, come tutte le illusioni, essa è destinata a svanire.

Nel momento in cui il viaggiatore vede quell’immagine diradarsi e sfumare sempre più, il suo istinto è quello di seguirla e riprenderla: dà forte di speroni con entrambi i calcagni, talmente estasiato dalla visione da non ricordarsi che non stava cavalcando nulla, che non avrebbe inseguito, né catturato nulla. Finisce soltanto per sbattere il piede destro nell’angolo di una tegola, per cui un dolore lancinante lo sveglia definitivamente dal suo sogno a occhi aperti.

Tale dinamica di illusioni agognate, attraversate e poi infrante, era quella che aveva vissuto Paolina Leopardi. La stessa ad averla spinta a scegliere un testo basato sull’idea di movimento impedito, bramato e riscoperto in una fantasticheria esperita come risarcimento alla pochezza dell’esistenza. Le delusioni della sua vita l’avevano colpita così tante volte da rompere quel bozzolo in cui era intessuta e avviluppata – fatto dei fili del borgo di Recanati, dei genitori, dei fallimenti matrimoniali e del suo essere contessa nella metà dell’800, permettendole alla fine di uscirne, di farsi viaggiatrice immobile.

di Noemi Sbardella