Culturificio
pubblicato 4 anni fa in Letteratura

Quel grido che esce dalle parole

George Orwell e la sua voce nei fatti

Quel grido che esce dalle parole

Eric Arthur Blair nacque in India, nel 1903, e si trovò da subito inserito in un contesto privilegiato: la sua era una famiglia di origine scozzese, appartenente alla borghesia colonialista da lui stesso definita come “lower-upper-middle class”, borghesia ripiegata su se stessa ed ipocrita sullo sfondo del razzismo e di quei beachpregiudizi ch’erano da sempre figli e padri dell’imperialismo. Pregiudizi che Blair può toccare con mano durante la sua esperienza nella polizia imperiale di Birmania, descritta nell’opera “Burmese Days” (1934). Le violenze cui assiste in questi cinque anni, la discriminazione e gli irriducibili contrasti tra i coloni inglesi e la popolazione locale finiscono per lacerare la sua stessa coscienza, ed egli si trova costretto ad una netta presa di posizione: poiché «non sopportava di mettere in prigione la gente per aver fatto le stesse cose che avrebbe fatto lui in condizioni analoghe», si dimette dal suo incarico, lascia l’India e con lei tutto il suo background – a cui non sentiva di appartenere in fondo se non per nascita, per casualità e dunque non per spirito – e nel 1928 parte per Parigi. Qui, dopo alcuni umili ed occasionali impieghi, come lavapiatti o facchino, diventa un senzatetto, uno dei tanti: emarginato e ridotto alle più indegne condizioni di vita. Uguale sorte incontra a Londra, dove vive insieme ad altri mendicanti e vagabondi, i quali, come racconta, al contrario di quanto temeva non lo lasciarono in disparte e non si mostrarono a lui ostili a causa del suo accento, tipico di chi frequentava l’Eton College e traccia indelebile della sua originaria estrazione sociale. Ormai apparteneva, di fatto, a quella parte della società con la quale già a livello intellettuale si era schierato; ciò è per la sua coscienza un fatto fondamentale, in quanto credeva che la sola adesione morale e teorica a certi principi di solidarietà non bastasse a fare di lui un uomo giusto: la sua perdita di ogni privilegio non fu dettata dalla sventura o dagli eventi, bensì si tratta di una deliberata scelta. Eric Arthur Blair, a questo punto della sua vita, non ha più nulla a che fare con la classe borghese colonialista e con i suoi pregiudizi, le sue ipocrisie e abusi. Questo cambiamento radicale è confermato dal nuovo nome ch’egli si dà, nel pubblicare l’opera che testimonia il suo soggiorno a Parigi e a Londra, paradigma di tante miserie e di tante vite che si trascinano down-and-out-in-paris1inermi accanto alla sua: “Down and Out in Paris and London”, nel 1933, è la prima opera che reca la firma di George Orwell.
Questo romanzo descrive in modo realistico e quasi giornalistico le condizioni in cui viveva, e l’aver vissuto tali esperienze sulla propria pelle fa della narrazione qualcosa di veramente autentico e ricco di significato, che dà credito e forza alle sue qualità di scrittore.
La sua vita seguirà in modo assai coerente con le sue convinzioni etiche e personali, declinando le stesse sia su un piano intellettuale sia su quello concreto, contingente: non perderà occasione di sporcarsi le mani, oltre che con l’inchiostro, con il sangue, il sudore ed il fango; quello delle trincee, ad esempio, che diventano la sua principale dimora durante la Guerra Civile spagnola. Egli infatti presta servizio come volontario, in sostegno alle truppe repubblicane, per combattere contro ciò che già a quel tempo aveva identificato come il germe di un odioso regime fascista: il partito di Franco, che, appoggiato dai nazisti, minacciava non soltanto la libertà repubblicana spagnola bensì i diritti democratici di tutta l’europa. (“Homage to Catalonia”, 1939).
Sempre Orwell condannerà ogni forma di totalitarismo, non facendosi ingannare da bandiere e sterili definizioni – come dimostra la critica al regime stalinista che traspare in “The Animal Farm” (1945) – e questa sua lucida capacità di giudizio si deve certo, almeno in parte, alle esperienze dirette ch’egli ha vissuto, alla sua conoscenza profonda della vita e della specie umana.

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George Orwell (in piedi, terzo da destra), durante la sua partecipazione alla guerra

Mai risparmierà la sua energia, le sue capacità d’intellettuale, la sua parola e le sue mani, sempre si spenderà tutto, e userà tutto il fiato di cui dispone per trasmettere messaggi di cruciale importanza, fino al più deciso e tremendo grido all’umanità, che troviamo – vibrante e gelido come solo la verità sa essere – nella suo più celebre capolavoro: “1984”.


 

Articolo a cura di Elena Cappai