Culturificio
pubblicato 4 anni fa in Letteratura

Ritratto degli artisti da giovani

Ritratto degli artisti da giovani

Cesare-Pavese-Santo-Stefano-BelboQuando Cesare Pavese si accomoda su una sedia di fronte ad un tavolo, faccia a faccia con lo scrittore più complicato da rendere in una lingua che non sia l’originale, egli ha solo venticinque anni, ed è un giovanissimo neolaureato all’Università di Torino, inconsapevole di aver già vissuto più della metà della sua vita; è giovane e anziano allo stesso tempo, perché la sua morte – come la sua vita – non è certo stata una sciagurata tragedia inaspettata, ma si nascondeva, si covava e si nutriva delle sue disgrazie familiari, personali e politiche.
Dunque nel 1933, Pavese prende il suo dizionario di inglese, la sua penna, si sistema gli occhiali e comincia a leggere tenendo il segno:

Once upon a time and a very good time it was there was a moocow coming
down along the road and this moocow that was coming down along the road
met a nicens little boy named baby tuckoo…

“Maledetto Joyce!” avrà pensato, o almeno io l’avrei pensato. Queste righe sembrano una canzoncina banale, una favoletta per bambini, “Once upon a time”, “moocow”, “tuckoo”, non una virgola, non un senso, mille ripetizioni inutili, maledetto Joyce!
Leggerlo è stato sicuramente più semplice che tradurlo, anzi, leggerlo è stata un’esperienza unica, come assaporare MTE1ODA0OTcxNjc5OTc0OTI1due libri all’interno di un libro solo, come leggere Dante tradotto da Shakespeare o Shakespeare tradotto da Goethe, o Goethe da D’Annunzio, un meraviglioso incrocio di mondi più vicini cronologicamente di quelli citati, ma in realtà smisuratamente lontani e divergenti nella forma, che hanno però l’occasione di riconciliarsi proprio in questa forma letteraria, la traduzione. Rispetto alla letteratura rivoluzionaria ed universale di Joyce, Pavese – che pure gli è posteriore – somiglia più ad un romantico conservatore italiano, che nonostante la passione sfrenata per la letteratura americana senza regole (Walt Whitman su tutti), possiede una dimensione privata talmente tormentata e incombente da prevalere su qualsiasi forma, innovazione o rivoluzione letteraria, che si materializza nel puro racconto della sua vita, che non è complicato da rintracciare in quasi tutti i personaggi dei suoi romanzi. Pavese sembra a suo agio nella scrittura solamente quando si abbandona nelle descrizioni appassionate e minuziose, ma mai prolisse e noiose, delle umili Langhe piemontesi, quelle colline che tanto spesso ricorrono nelle ambientazioni dei suoi romanzi, delle vigne, del fiume Belbo, dei paesi, dell’essenza della vita che sente profondamente sua e che noi sappiamo profondamente italiana, dove egli riscopre gli unici piaceri, insieme a tanti rimpianti della sua esistenza.
dedalus-joyceQuesto agio di Pavese emerge spesso incontenibile all’interno della narrazione di Joyce, nella sua traduzione di “A Portrait of the Artist as a Young Man”, conosciuto in Italia come “Dedalus”. Lo scrittore piemontese conosce perfettamente il linguaggio povero ma colorato del lavoro, della campagna, degli strumenti della fatica, che rende perfettamente la musicalità delle parole, la quale per Joyce, affetto da gravi problemi di vista, era ancor più importante della parola scritta, e non a caso, conoscendo egli perfettamente l’italiano e avendo scritto in parte l’opera a Trieste, apprezzerà notevolmente la resa del suo romanzo da parte di Pavese.

Passava indisturbato tra i depositi e le banchine, osservando stupefatto la moltitudine di turaccioli che sussultavano in una schiumaccia gialla alla superficie dell’acqua, le folle di scaricatori, i carri rombanti e le guardie barbute e malvestite.

(cap. II; p. 90)

O ancora:

Stava seduto nel piccolo tinello, in alto nella vecchia casa dalle finestre scure. […] Stephen sedeva ascoltando le parole e seguendo i sentieri d’avventura che s’aprivano in mezzo ai carboni: archi, volte, gallerie tortuose e scabre caverne.

(cap. II; p. 92)

Una lunghissima porzione della storia della vita di Stephen Dedalus, – dall’infanzia alla maturità, passando per l’adolescenza prima auto-concessa e poi auto-repressa – ha come sfondo l’ambiente religioso, che sovrasta, o meglio, che permea anche la politica irlandese e la sua forsennata ricerca di indipendenza, un tema che ricorre nel romanzo con animate discussioni politiche all’interno della famiglia Dedalus, che non sono altro però che delle astute scene patetiche di cieco integralismo cristiano, che formano in Stephen (Joyce) un pensiero “individuale”, poco attento alla superficiale questione dell’indipendenza di una razza che non esiste, e per questo viene isolato e criticato.
La religione invece sarà l’enigma che lo condurrà, dopo le prime avventure sessuali con delle prostitute, ad un mea culpa profondamente violento, a seguito di un lunghissimo sermone di un padre gesuita sul peccato e sul Giudizio di Dio. Questa lunga, buia sezione del romanzo si ricollega alla prima, quella dell’infanzia nel collegio gesuita dove Stephen si era ammalato e aveva immaginato il suo funerale, e dove i padri lo avevano punito ingiustamente; È la parte più drammatica, in cui l’ambiente austero, silenzioso e severo del collegio gesuita, intensificato dalla image_bookmaturazione di Stephen – che si addentra in una profonda riflessione religiosa – somiglia al collegio di Chieri dove si nasconde Corrado, l’insegnante protagonista de “La casa in collina” di Cesare Pavese del 1949, ambientato durante la guerra. Qui, immersi nelle stesse Langhe tanto care allo scrittore, ritroviamo il medesimo silenzio chiassoso che aumenta l’insicurezza del protagonista di fronte alle proprie responsabilità di uomo, di intellettuale e di resistente, e dove anche lui si scontra con la fatidica domanda su Dio dalla quale il protagonista di Pavese preferisce fuggire allontanandosi da quel luogo nonostante lo tenesse in salvo dalle perquisizioni dei fascisti; analogamente, anche Stephen si redimerà dalla sua scelta ascetica in linea con il codice gesuita quando sarà posto di fronte alla possibilità di entrare per sempre nell’Ordine, e nell’ultima, fatidica epifania si convertirà ad una totale devozione dell’arte, la religione profana.
Corrado invece fugge senza scappare da nulla, senza risolvere il suo enigma, anzi il romanzo non è che una fotografia, un’istantanea della sua vita, che era tormentata e insicura durante la prima risalita dalla città fin sulla collina con l’allarme delle esplosioni, e che rimarrà tale anche dopo la fine, solo più consapevole della sua crisi esistenziale:

Oggi ancora mi chiedo perché quei tedeschi non mi aspettarono alla villa mandando qualcuno a cercarmi a Torino. Devo a questo se sono ancora libero, se sono quassù. Perché la salvezza sia toccata a me e non a Gallo, non a Tono, non a Cate, non so. Forse perché devo soffrire dell’altro? Perché sono il più inutile e non merito nulla, nemmeno un castigo? Perch’ero entrato quella volta in chiesa? L’esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto che esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l’inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.

(cap. XVI; pp. 87-88)

Corrado sta a Cesare Pavese tanto quanto Stephen Dedalus sta a James Joyce, e il prosieguo delle loro vite, che sono le loro stesse opere, ne sono la concreta dimostrazione.

Articolo a cura di Leonardo Passari