Marco Miglionico
pubblicato 5 mesi fa in Letteratura \ Recensioni

“Salvare le ossa”

di Jesmyn Ward

“Salvare le ossa”

Ogni qualvolta io mi trovi davanti a un libro come Salvare le ossa ho una grande difficoltà a parlarne. In primo luogo, trovare un’unica chiave di lettura per questo romanzo è difficile: Jesmyn Ward ha una straordinaria capacità, quasi onirica, di fare della scrittura alberi e rovi. Ogni parola si ramifica in altre parole, ogni metafora è avviluppata su stessa e, a sua volta, apre un labirinto di interpretazioni che non sottostanno alla scrittura, ma ne sono parte viva. Dice bene Monica Pareschi, traduttrice del romanzo per NNEditore: è uno stile agli antipodi del minimalismo, quasi ipnotico. Ward scrive in maniera violenta, taglia la nostra coscienza con le sue parole affilate, precise, e tutto si condensa – complice la scelta di utilizzare in italiano il passato prossimo – in una sequenza di azioni veloci, poiché l’intera storia si esaurisce nell’arco di soli dodici giorni, quelli che precedono l’arrivo dell’uragano Katrina dal suo annuncio in televisione.

Proprio la mancanza, anzi l’assenza di un tema unico mi ha suggerito però quale potesse essere il tema: l’assenza stessa. Salvare le ossa è infatti un romanzo che nasce e si sviluppa grazie a uno stratagemma narrativo, ovvero parlare di fatti e persone in assenza. Per tutte le circa 320 pagine della storia, sono presenti in assenza due elementi: la madre, morta a causa dell’ultimo parto, e il bambino che Esch, la protagonista, porta in grembo. Ovviamente questo stimola in Esch una serie di riflessioni potenti sulla maternità. I ricordi della madre fondano il paradigma di ogni azione di Esch, che ne rammenta le raccomandazioni e ne rivive i gesti, anche i più piccoli, intimi e perciò preziosi. Ogni reminiscenza del tempo passato, che si intreccia in continuum con il tempo della narrazione, offre alla protagonista modi di porsi nei confronti del padre, che sta progressivamente scendendo al baratro dell’alcolismo, e degli altri fratelli, che intanto – come la sua pancia – crescono in maniera incontrollabile. La madre diventa per Esch il nucleo d’amore familiare cui fare mentalmente ritorno, quando tutto sembra essere più grande di lei. In questa riflessione sulla maternità Ward non trascura infatti di riflettere profondamente sul ruolo delle donne afroamericane in comunità e contesti in cui lo squallore materiale mette a dura prova anche le relazioni familiari e il ruolo delle donne.

Il bambino che Esch sta aspettando, allo stesso modo, modifica la sua vita tanto da diventare anch’egli paradigma in absentia delle sue azioni. Esch infatti, ai primi sintomi della gravidanza, tragicamente capisce che a partire da quel punto sarà inevitabilmente condizionata. Le sue riflessioni drammatiche sulla maternità, sul che cosa possa voler dire essere madre, si scontrano con i costanti richiami alla tragedia di Medea. Esch infatti sta leggendo un libro sui miti dell’antica Grecia e l’amore di Medea, per Giasone e per i figli, diventa per lei un riferimento costante, distante perché espresso – nella resa italiana – al passato remoto, ma vivo su di lei. Esch è Medea ferita da un compagno che non la desidera come desidera un’altra, Esch è Medea che pensa di poter uccidere un figlio in arrivo o che, come la loro cagna China, può uccidere in preda alla follia uno dei suoi cuccioli. Esch è sola, nella realtà desolante che la circonda, e può soltanto contare su queste fondamentali assenze per salvare le ossa, appunto, mentre tutto intorno a lei deperisce e muore.

 

 

 

 

In copertina: “Deana Lawson – Mama Goma, Congo 2014”.