Alessandro Foggetti
pubblicato 4 settimane fa in Cinema e serie tv

“Sick of Myself” di Kristoffer Borgli

la critica del giudizio

“Sick of Myself” di Kristoffer Borgli

Ossessione, narcisismo, vittimismo, contemporaneità digitale e desiderio autodistruttivo. Queste sono alcune delle tematiche fondamentali di Sick of Myself (Syk pike, 2022) del regista norvegese Kristoffer Borgli.

«I narcisisti sono quelli che ce la fanno»

«Tante persone ce la fanno, il narcisismo non è un prerequisito»

«Insieme al talento, diventa un vantaggio»

«Se questo fosse vero, se il narcisismo ti facesse fare carriera… allora perché lavori in un bar?»

«Perché non sono una persona narcisista».

Signe (Kristine Kujath Thorp) e Thomas (Eirik Sæther) sono una giovane coppia, lei lavora in una caffetteria e lui è uno pseudo artista che ruba nei negozi di arredamento per “creare” delle opere da esporre. La relazione tossica tra i due, fatta di egoismo e indifferenza o dal voler essere costantemente al centro dell’attenzione, porterà Signe a prendere delle decisioni drastiche.

Una cena di coppia a lume di candela in un ristorante, il furto di un vino tremendamente costoso e una normale festa tra amici. Il film inizia con questi tre contenitori scenici, presentando il contesto, i personaggi e, con dei brevi dialoghi, anche degli accenni sulla personalità complicata di Signe e Thomas. Inizialmente sembra scorrere tutto in maniera frettolosa e convulsa, ma la profondità delle riflessioni e la “noia borghese” prendono subito il sopravvento. La narrazione rallenta, diventa più cupa e asettica. E così anche le inquadrature sui volti e sulla città assumono una piega lenta e alienante, quasi ad anticipare e seguire il torpido declino della protagonista.

Signe sembra annoiata, vede il suo ragazzo diventare sempre più “popolare” e vede le amiche intorno a lei inseguire i propri obiettivi – soprattutto, inizia a rendersi conto del fatto che loro ne abbiano davvero uno. Il segnale della sua profonda inquietudine parte all’inizio del film, proprio da un incidente casuale: mentre sta lavorando dietro al bancone della caffetteria, entra una donna morsa gravemente da un cane, con il collo insanguinato. Signe aiuta la donna – facendo molta attenzione al fatto di essere l’unica a farlo – e tampona la ferita. Questo episodio diventa una spaccatura tra ciò che, da spettatori, abbiamo visto prima e vedremo dopo.

Durante tutto l’arco della narrazione, questo trauma sarà presente nei ricordi di Signe e influenzerà le sue decisioni e il modo di rapportarsi con le persone. L’ossessione nei confronti di chi le ruota intorno diventa sempre più grave e viene spinta dal desiderio di mentire e di mutare in un nuovo “personaggio”.

Sick of Myself – presente sulla piattaforma MUBI – gioca con il paradosso, in una partita a ping-pong tra la commedia e la tragedia. Le influenze del regista Joachim Trier, soprattutto con la sua “Trilogia di Oslo”: Reprise (2006), Oslo, August 31st (2011) e La persona peggiore del mondo (2021); e di Ruben Östlund – per rimanere proprio sull’arte contemporanea, The Square (2017) è un ottimo punto di partenza – sono ben definite, specialmente per le forti critiche e le profonde analisi sulla vita contemporanea dell’essere umano. Infatti, questi registi mettono sotto la lente di ingrandimento la ricchezza economica degli individui e, simultaneamente, la povertà dei loro principi. Una critica all’indifferenza, allo squilibrio mentale portato dalle pressioni della società e dalla continua voglia di realizzare la propria persona, di realizzarsi con qualsiasi mezzo.

Kristoffer Borgli in Sick of Myself mette in evidenza, oltre alla critica riguardo i salotti artistici e alla “borghesia norvegese”, il narcisismo e l’egocentrismo che si cela in un certo tipo di utilizzo dei social network e come questa presenza digitale influisca sulla vita reale – o meglio, sulla ormai non distinzione tra il reale e il virtuale. Infatti, in questa direzione, Signe muore dalla voglia di apparire: dalla televisione alle riviste di moda, dalle copertine dei libri ai cartelloni pubblicitari sparsi per la città.

Una delle sfaccettature più interessanti di questo lungometraggio è il voler ribaltare completamente l’aspetto narcisistico della bellezza. In questo caso, la protagonista prova il desiderio autodistruttivo di cambiare il proprio corpo per raggiungere la popolarità. Paradossalmente, per i canoni tradizionali della narrazione, non vuole migliorare il suo aspetto; anzi, preferisce peggiorarlo per ricevere attenzioni. La sua volontà è quella di sfruttare il vittimismo per avere successo, trasformare il suo volto per ricevere compassione.

Il regista norvegese trasferisce sulla protagonista le problematiche dell’epoca moderna, amplificandole in maniera esponenziale. Una forte critica al narcisismo creato dal continuo desiderio di apparire sullo schermo di uno smartphone e di ricevere sempre consensi. Signe è una parodia volutamente forzata e grottesca della vita influenzata dalle piattaforme digitali.

Borgli, come per sottolineare questa sottile linea tra realtà e finzione, tra reale e virtuale, stilisticamente decide di narrare le vicende alternando quello che succede per davvero nella storia e quello che immagina la protagonista: il funerale, il servizio in diretta televisiva, la presentazione del suo libro. In questo modo il regista riesce a marcare il narcisismo e la voglia di Signe di trasformarsi in qualcosa, o in qualcuno, che possa riceve tutte le infinite attenzioni e la popolarità di cui pensa di aver bisogno e che pensa di meritare. Nella sua immaginazione una scrittrice di successo o una modella, sono quelle figure che possono ricevere la giusta attenzione, soprattutto quella di Thomas.

Il cinema d’autore scandinavo contemporaneo sembra aver preso una direzione precisa: una sorta di indagine sulla natura umana e sui comportamenti all’interno di un contesto urbano apparentemente asettico e privo di interesse verso l’altro.

Sick of Myself restituisce una panoramica gelida e disturbante. Le vicende di Signe sono narrate in modo talmente crudo e claustrofobico da poterle toccare quasi con mano, aumentando scena dopo scena il senso di disagio e di malessere. Una parabola fiabesca, dove il desiderio di piacere così tanto agli altri annulla completamente la propria persona, distruggendo sé stessi.

La rappresentazione degli spazi – così dannatamente precisi, piacevolmente estetici e apparentemente perfetti – va in contrasto con la sregolatezza dei personaggi che li abitano. Il film non è solamente una critica al narcisismo dilagante, ma riesce a toccare anche tematiche come l’equilibrio psicologico e le laceranti crepe nei rapporti umani, senza cadere nella banalità narrativa.