Specchio creativo. “La bella confusione” di Francesco Piccolo
Qualche giorno dopo la chiusura della Mostra del Cinema di Venezia, Fellini e Visconti si incrociano nell’atrio dell’hotel Principe di Savoia a Milano. Fellini cerca Visconti con lo sguardo, e Visconti evita di salutarlo. Una questione di pochi secondi, ma è il gesto che mancava, quello definitivo. Finora si sono scontrate le persone intorno, adesso che i due non si salutano diventa ufficiale la rivalità personale (Francesco Piccolo, La bella confusione, Einaudi 2023, p. 39).
Il 1962 è stato un anno indelebile per la storia del cinema italiano. Nelle sale sono stati proiettati film come Il sorpasso di Dino Risi, L’eclisse di Michelangelo Antonioni o Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini. Ma è soprattutto l’anno in cui Federico Fellini inizia le riprese di Otto e mezzo e Luchino Visconti quelle de Il Gattopardo. Per diversi aspetti queste due pellicole sono considerate ineguagliabili e hanno influenzato registi e scrittori del passato, del presente e di certo continueranno a farlo anche nel futuro. E anche per questo, in La bella confusione Francesco Piccolo si trasforma in una sorta di archeologo. Con la luce sul caschetto e la pala in mano riesce a scavare in profondità – anche nel suo passato – fino a trovare i preziosi reperti, delicatamente spolverati e lucidati, che hanno dato origine a queste due opere. Screzi, confessioni, curiosità e guizzi di un’epoca ormai lontana narrati con l’abilità dello scrittore e documentati con la passione di un cinefilo.
Scomparsa pochi mesi fa nella cittadina francese di Nemours, il 23 settembre, Claudia Cardinale è stata al centro di quel celebre “scontro” tra Fellini e Visconti, tra Otto e mezzo e Il Gattopardo. La talentuosa attrice doveva interpretare Claudia nel primo – in una delle scene più introspettive della pellicola – e Angelica nel secondo, alternandosi freneticamente tra le due lavorazioni. Le riprese del regista rimineseiniziarono il 9 maggio 1962 e quelle del milanese soltanto cinque giorni dopo, il 14 maggio. Proprio per questo gli episodi che riguardano Cardinale sono molteplici all’interno del volume e l’epifania per La bella confusione sembra avvenire proprio a partire racconti dell’attrice in un incontro del 2014 con Piccolo, quando durante la staffetta tra i due set ha luogo la vicenda sul cambio di acconciatura di Cardinale.
Ogni capitolo aggiunge un tassello per la costruzione dell’immaginario creativo riguardo l’opera felliniana e viscontiana. La “tragedia scampata” durante le riprese de Il Gattopardo, l’inizio dello scontro e della rivalità con Senso (1954) e La strada (1954) alla Mostra del Cinema di Venezia, l’intricata storia sulla pubblicazione del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la scelta del cast (da Sandra Milo a Marcello Mastroianni) e gli eterni dubbi su Otto e mezzo, l’intreccio intellettuale tra Fellini e Pasolini, il paragone tra le sceneggiature: la concretezza di una e l’astrazione dell’altra, la scelta – per la prima volta – di non doppiare la voce roca di Claudia Cardinale, la scena del ballo e quella dell’harem, la fine degli anni d’oro del cinema italiano o la rottura dell’amicizia tra Fellini e Flaiano sono un piccolo frammento delle abbondanti tematiche e vicende messe nero su bianco dall’autore casertano. Questi passaggi creativi, temporali e umani sono delle pietre preziose che si celano dietro la realizzazione di un’opera e che trovano una nuova luce mediante l’indagine e la comprensione della sfera privata dei registi, dalle amicizie ai vizi.
Ma in questo nutrito flusso di vicende umane e cronache cinematografiche trova spazio una splendida riflessione sul passato di Piccolo e sulle coincidenze autoriali e artistiche che hanno influito profondamente sul suo percorso:
Da bambino leggevo dei libri, qualche volta. Mio padre mi comprava Sandokan, Cuore, Incompreso. Poi di colpo ho smesso di essere un ragazzino studioso e un lettore. Ho passato degli anni in cui mi sono perso completamente. Poi, durante l’estate tra la scuola media e il liceo, ho avuto una trasformazione che non ho mai compreso bene. Ho abbandonato i vecchi amici, come se mi preparassi a essere qualcos’altro; è come se mi fosse cresciuta dentro una sensibilità, ma senza strumenti. Per questo, arrivato al liceo, mi sembrava di essere interessato a tutto. E quando la professoressa di italiano ci ha chiesto di leggere un libro, sono andato a comprarlo con una disposizione d’animo totalmente positiva, eccitata. Questo primo libro […] è Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (p. 99).
La ricchezza di questo volume è infatti rappresentata dall’autoanalisi e dagli spunti, nostalgici e costruttivi, che sembrano legare visceralmente lo scrittore ai due registi. La visione ripetuta e maniacale di Otto e mezzo in giovinezza o il racconto della citazione precedente sono punti che formano una linea creativa e professionale da cui è difficile uscire. Non è casuale che l’apertura di questa finestra tra autore e lettore si posizioni proprio alla metà del volume, in una lucida analisi sulla stesura durante la pandemia, sullo studio meticoloso e sulla comprensione vorace della materia racchiusa in una bolla domestica che comporta delle conseguenze gratificanti e allo stesso tempo complesse:
Se c’è stata un’opera che ha spinto a raccontare la propria confusione, la propria pochezza, i propri limiti, le proprie ombre, la propria incapacità di stare al mondo e anche il tentativo di risolverla con un film o dentro un film, tentativo ovviamente fallimentare che diventa opera nel raccontare il fallimento – quell’opera è Otto e mezzo di Fellini. E cosa c’entro io allora con Il Gattopardo? Ecco, se questo libro che sto scrivendo sarà altrettanto personale, se c’è questa possibilità, so che però non succederà con il metodo Otto e mezzo, ma con il metodo del Gattopardo (p. 114).
La bella confusione prende forma attraverso le vicende che riguardano l’evoluzione di due capolavori cinematografici e dai motivi intimi e nostalgici che hanno spinto l’autore a raccontarli. Il perfetto equilibrio tra cronaca documentaristica e confessioni personali che trasferisce nelle pagine un raro e gradevole stato d’animo, ovvero la malinconia di un periodo mai vissuto. La narrazione è talmente sincera e generosa che al lettore potrebbe sembrare di prendere un caffè con Piccolo, il quale con una precisa e sensibile conoscenza della materia mette sotto la rovente luce dei riflettori il rapporto e il conflitto mediatico/filmico tra Federico Fellini e Luchino Visconti. La bellezza del palcoscenico e la confusione dietro le quinte: la panoramica di un microcosmo storico e cinematografico indimenticabile.