Alessandro Di Giacomo
pubblicato 2 settimane fa in Storia

Stanislav Petrov: “l’uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto”

Stanislav Petrov: “l’uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto”

26 settembre 1983. Questa data, probabilmente, non suggerirà alcunché alla vostra memoria e, in effetti, questo si spiega molto facilmente: nulla è accaduto. E allora perché parlarne? Per ciò che sarebbe potuto accadere se, in piena Guerra Fredda, il Tenente-Colonnello Stanislav Evgrafovič Petrov non si fosse trovato “al posto giusto, nel momento giusto”.                                                         

Questa vicenda ci aiuta ad analizzare il concetto accademico di «storia virtuale». Una delle regole auree della narrazione storica parte proprio dal postulato «la Storia non si fa con i se»: eppure, in via non ufficiale, «E se …?» è la domanda preferita da ogni storico. La Storia virtuale infatti va al di là del «futile gioco di società» (per citare lo storico inglese E. H. Carr) e può essere realmente utile a migliorare la conoscenza della storia reale, a renderla viva, rivelando i minimi dettagli spesso impercettibili, dando valore ad eventi secondari che si riscoprono, in tal modo, d’importanza primaria. È vero, la storia si occupa di fatti realmente accaduti, ma questo non dovrebbe sminuire l’importanza di quello che sarebbe potuto succedere. La storia virtuale può portarci a dubitare di certezze ormai radicate, indicare svolte determinanti, può mostrare, specialmente per ciò che concerne la storia militare, come decisioni prese in una frazione di secondo avrebbero potuto causare ripercussioni non meno decisive dei grandi fatti della storia reale.

Ma torniamo alla guerra fredda : il mondo, dal 1945, è diviso nel duopolio governato dal sistema capitalista americano da un lato, e quello socialista sovietico dall’altro. Nonostante le incolmabili differenze ideologiche, la pace mondiale è, almeno all’inizio, un obiettivo di entrambe le fazioni e diventa un bene necessario dal 1949 quando, grazie anche alla sua fitta rete di spie, Stalin riesce ad avere la prima bomba atomica in Unione Sovietica. Il nucleare rende impossibile una nuova guerra su scala mondiale perché significherebbe la fine del mondo stesso. Nel corso degli anni, il rapporto tra Washington e Mosca è altalenante e i rispettivi leader non perdono occasione per punzecchiarsi vicendevolmente nei loro discorsi. E l’aspetto bellico? Le due fazioni si “pestano i piedi”, sostenendo militarmente ed economicamente tutti quei paesi in cui l’avversario ha una crisi: Corea, Cuba, Angola, Mozambico, Bolivia,Vietnam, Afghanistan  sono solo alcuni dei paesi che saranno coinvolti in questo scontro a distanza “non ufficiale”.

Negli anni ’80, il rapporto tra Mosca e Washington è sul punto di rottura: la situazione economica in Unione Sovietica è a livelli critici, il sistema socialista vacilla e questa instabilità pone in perenne stato di paranoia i vertici sovietici. Sono gli anni della gerontocrazia, con una classe dirigente anziana che rifiuta i primi sintomi del collasso ed è pronta a colpire per prima pur di non essere affossata.

Il 1 settembre del 1983, solo venticinque giorni prima della vicenda di Petrov, questa alienazione mentale  aveva portato i sovietici ad abbattere, senza pensarci troppo, il volo coreano (Kal 007) che, sembra erroneamente, era entrato nello spazio aereo sovietico. Il bilancio fu di 269 vittime civili cui non era stata data neanche la possibilità d’identificarsi. In quelle settimane del 1983 la tensione era altissima, con Reagan che aveva bollato l’Urss come «Impero del male» appena sei mesi prima e Andropov che si diceva convinto della volontà di aggressione americana.

Ed eccoci alla notte del 26 settembre 1983. La mezzanotte è passata da quindici minuti (orario di Mosca) quando una spia sul quadro collegato al sistema satellitare Oko (il più sviluppato dell’epoca), inizia a lampeggiare. Il significato è chiaro: gli americani hanno lanciato un missile nucleare in direzione dell’Unione Sovietica. Quel giorno, Stanislav Petrov doveva essere di riposo ma il collega con cui si alternava si era sentito male e chiesto una sostituzione all’ultimo minuto. È Petrov a dover decidere cosa fare. Nonostante la paura iniziale, Petrov rimane lucido e si chiede perché gli americani stiano attaccando con un solo missile: ciò avrebbe infatti solo provocato la reazione sovietica e non avrebbe permesso agli Stati Uniti di annientare il nemico con qualche minuto di vantaggio. Decide così di non alzare il telefono e di aspettare; una decisione apparentemente folle poiché i tempi per rispondere a un attacco nucleare sono strettissimi. I missili impiegano meno di mezz’ora per raggiungere l’Unione Sovietica dagli Stati Uniti. Alcuni minuti servono per controllare che tutti i parametri siano giusti. Poi dovrebbe seguire la comunicazione telefonica a Mosca e l’informazione arriva ai vertici. Si sveglia il capo supremo e, a quel punto, bisogna decidere subito.

I minuti sembrano ore e i sofisticati monitor davanti ai quali siede Stanislav sembrano essersi fermati. Può tirare un sospiro di sollievo ma, neanche il tempo di inspirare, altre quattro spie iniziano a lampeggiare! Sono attimi concitati, suda freddo, sta per alzare il telefono … come può decidere da solo del destino della sua nazione?  Poi, nuovamente un’illuminazione: il sistema di sicurezza nucleare americano  è denominato DEFCON (acronimo di DEFense readiness CONdition, in italiano “condizione di prontezza difensiva”) e associa, a ciascuna situazione internazionale, un livello di criticità indicato con un numero, decrescente a seconda della gravità della situazione, ed un colore (dal Blu, “rischio minimo”, al Bianco, “attacco in corso”): per avere un termine di paragone storico, la Crisi dei Missili di Cuba del 1962 fu classificata come DEFCON 2: Allarme Rosso. Il sistema DEFCON è monitorato dalle spie sovietiche che, però, non hanno dato alcun allarme e, anche in questo caso, cinque missili non sarebbero sufficienti per annientare l’intero blocco orientale. Petrov, ancora una volta, con coraggio crescente e, forse incosciente, decide di non chiamare Mosca. Passano altri quindici minuti, nessuna esplosione.

Ci mettemmo subito a controllare l’operatività del sistema, ventinove livelli in tutto. Pochissimi minuti e si accese un’altra luce, poi un’altra. Nessun dubbio, il sistema diceva che erano in corso lanci multipli dalla stessa base! Una nostra comunicazione avrebbe dato ai vertici del paese al massimo 12 minuti. Poi sarebbe stato troppo tardi. Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore, me lo diceva la mia intuizione. I quindici minuti di attesa furono lunghissimi. E se eravamo noi a sbagliare? Ma nessun missile colpì l’Unione Sovietica […]Ero l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto.

Petrov aveva ragione, riuscì a gestire la situazione al meglio, restando fermo e permettendoci oggi di vivere e di ricordare la sua vicenda. Da un’analisi successiva, venne fuori che il sistema era stato ingannato da una incredibile congiunzione astronomica tra la Terra, il Sole e i satelliti Oko che, connessa all’equinozio autunnale appena trascorso, aveva generato dei fasci solari tra le nuvole che avevano mandato in tilt il sistema.

E adesso, proviamo nuovamente con la Storia virtuale: «cosa sarebbe accaduto se Petrov avesse chiamato Mosca?». Storici e ingegneri nucleari sono concordi: in Unione Sovietica, sarebbero partite una serie di procedure standardizzate, volte al lancio di tutti i missili nucleari per avere un vantaggio nell’ultima guerra della storia del mondo. Al lancio di tutti questi missili avrebbe immediatamente risposto l’America con un lancio similare in direzione opposta: meno di quindici minuti dopo l’Europa occidentale, con tutta la sua popolazione, sarebbero state spazzata via dall’esplosione di alcuni missili Sovietici e dalla collisione in aria dei missili delle due parti, gli uni con gli altri, con traiettorie similari. Nessun esercito europeo avrebbe avuto il tempo neanche per far uscire le armate dalle caserme.

E pensare che l’Europa sarebbe stata fortunata: infatti, la piccola parte di mondo risparmiata dall’annientamento sarebbe stata per sempre consumata dalle esplosioni: non sarebbe più cresciuta alcuna pianta, il genoma degli animali sarebbe stato per sempre mutato, probabilmente, sul lungo periodo, tutto sarebbe semplicemente cessato.

Un’immagine terribile che, fortunatamente, è relegata nelle pagine mai scritte della Storia fatta con i «se»  ma che ci aiuta a comprendere, ancora di più, quanto sia stata decisiva la scelta di Stanislav Petrov.                            

È incredibile pensare che, solo un mese dopo quella notte di settembre ’83, nelle sale di tutto il mondo uscì il film Wargames – Giochi di guerra, diretto da John Badham, che immagina cosa sarebbe potuto accadere se il sistema satellitare difensivo americano fosse stato ingannato da una simulazione videoludica.

E dopo? Come è andata all’uomo che ha salvato il mondo dall’olocausto nucleare?  La Storia spesso ci racconta vicende tristi e, purtroppo, questa si aggiunge alla lista: anziché ricevere ricompense e premi, Petrov venne redarguito e messo in pensione anticipata, ufficialmente per altri motivi: il suo gesto, aveva messo in ridicolo la tecnologia sovietica e scoperto delle falle nel sistema di sicurezza, aveva indicato che altri, ben più importanti di lui, avevano sbagliato e questo, nell’URSS degli anni ’80, non poteva essere tollerato.

La sua storia venne alla luce dopo la caduta del Muro di Berlino e molti paesi decisero di attribuirgli premi e riconoscimenti per le decisioni prese nel 1983.

Nel 2014 è uscito il docufilm The Man who saved the World, del regista Peter Anthony, con la partecipazione, tra gli altri, di un anziano Petrov. La distribuzione del film in Russia è stata resa possibile solo nel 2018.

Stanislav si è spento nella sua casa, a 78 anni, nel 2017. È giusto che il suo nome resti scritto nella Storia (non virtuale) e che sia noto a tutti come «l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto».

Fonti

Robert Cowely, La storia fatta con i se, Rizzoli, Milano 2001 (riedizione 2008).

Roberto Giacobbo e Valeria Botta, L’uomo che fermò l’apocalisse, RaiEri, Milano 2017.

Articolo del «Corriere della Sera» del 20 giugno 2016, di Fabrizio Dragosei.

Articolo del «Corriere della Sera», del 16 settembre 2017, di Fabrizio Dragosei.

Report Difesa

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