Eleonora Reggiori
pubblicato 1 settimana fa in Recensioni

“Tempi eccitanti” di Naoise Dolan

«gran parte di queste cose sono normali»

“Tempi eccitanti” di Naoise Dolan

C’è un tipo di soddisfazione molto peculiare, ed è quella che si prova quando si legge un libro che centra il punto, più e più volte; non capita spesso, ma a me è successo ultimamente con Tempi eccitanti, uscito ieri per Blu Atlantide (Edizioni di Atlantide).

Naoise Dolan è giovane, è irlandese, e inevitabilmente il pensiero corre già a quella Sally Rooney di cui si è parlato tanto (per i libri amatissimi, per la magnifica serie tv tratta da Persone normali). Non è del tutto scorretto tracciare un paragone tra Dolan e Rooney, perché entrambe hanno trovato un modo personalissimo di parlare dei cosiddetti millennials, e ci riescono bene.

Tempi eccitanti segue circa un paio di anni della vita di Ava, ventiduenne irlandese trasferitasi ad Hong Kong in qualità di insegnante di inglese, e di Julian e Edith, con i quali si legherà sentimentalmente, ma è riduttivo parlare del libro in questi termini. Dolan ha scritto un romanzo di rara intelligenza e profondo acume, andando a esplorare, con la scusa dei rapporti interpersonali, la questione dell’identità, del potere, del denaro.

Ava appartiene a una famiglia di ceto medio, racconta di quando lei e il fratello sono stati costretti a vivere nella stessa stanza per poter affittare l’altra a uno studente, associa alla vita adulta una stanza in un salotto in una casa da cinque. È consapevole delle disparità economiche e all’università diceva di essere comunista, arriva a Hong Kong e l’unica persona con la quale può dire di aver stretto un rapporto è Julian, che è più grande di lei, e più ricco.

Ricordo di aver pensato, mentre leggevo Persone normali, a quanto tutto si riducesse, in fondo, a una dinamica di rapporti di potere mai egualitari. Lì il narratore esterno parlava con precisione chirurgica delle sensazioni di Connell e Marianne, qui è Ava a tenere le redini del discorso e tenta di essere altrettanto precisa, ma finisce per traslare sul piano sociologico e linguistico i sentimenti che la spingono a gravitare intorno a Julian e Edith, entrambi ricchi, entrambi belli.

Tempi eccitanti è un romanzo riuscitissimo perché ha trovato il modo di dire qualcosa di vero più che qualcosa di nuovo e l’ha fatto in modo fresco e intelligente, usando la lingua e l’attualità come presupposti solidissimi su cui basare una narrazione della giovinezza nel nuovo millennio che raramente è più convincente di così.

Attraverso i soldi e la lingua passa la validazione di una persona; nel corso del romanzo Ava sperimenta entrambe le cose, insegnando l’inglese a una classe di bambini di nove anni e confrontandosi con il mondo dei ragazzi ricchi che le stanno intorno.

Di soldi non si parla mai con i toni che usa Naoise Dolan, che invece mette in bocca ad Ava una serie di confessioni anche scomode, ragionate sulla base di quell’unico modello di realizzazione che si è in qualche modo capaci di propugnare.

Se i soldi non avrebbero migliorato la mia vita, non riuscivo a pensare a cosa avrebbe potuto farlo. Restare nel suo appartamento era un modo per allontanarsi in maniera evidente dal concetto capitalista per cui valevo qualcosa solo se pagavo la mia parte e mi mantenevo da sola. O forse questo mi rendeva una cattiva femminista.

È sempre il denaro a segnare l’ingresso nell’età adulta, la possibilità stessa dell’essere cresciuti passa attraverso un rapporto maturo con il proprio stipendio e con i soldi, che in qualche modo qui sono simbolo di qualcosa più di quanto siano un mezzo; anche l’essere una buona femminista è subordinato a una corretta gestione del proprio denaro. A un certo punto qualcuno dice di Ava che è attratta da partner benestanti perché inconsciamente sarebbero per lei strumenti per placare le proprie ansie sociali; forse è vero, ma in Tempi eccitanti le ansie di Ava sono tante, e complesse, e non sarebbe corretto parlare solo di quelle economiche in senso stretto.

La differenza tra Ava e Julian e tra Ava e Edith passa anche tramite una meno evidente riflessione sulla lingua, e in questo Naoise Dolan si mostra essere un’osservatrice finissima della propria stessa condizione di anglofona irlandese. Il romanzo è scandito dai progressi con la lingua inglese compiuti dagli alunni novenni di Ava, comparati al sempre crescente disagio della protagonista stessa di fronte alle tantissime strutture standard della lingua nelle quali lei non riesce a ritrovarsi, cosa che le provoca un senso di frustrazione e di vergogna, convincendola di portare addosso uno stigma, riconoscibile nei modi linguistici che a Dublino ha imparato come corretti.

Il fatto che Tempi eccitanti sia scritto in prima persona, con Ava come narratrice, rende la lettura un esercizio di fede, prima di tutto nei confronti di una ragazza che non esita a definirsi squilibrata; le sue controparti – Julian e Edith – raramente riescono a essere davvero incisivi in una narrazione che procede imperterrita senza lasciare spazio di manovra a nessuno. Quando ci è dato ascoltare cosa gli altri abbiano da dire, veniamo sbattuti di fronte alla verità che Ava non è in grado di accettare:

Lo fanno tutti, Ava. Continui a descriverti come una persona particolarmente disturbata, quando gran parte di queste cose sono normali. Credo che tu voglia sentirti speciale – ma va bene, chi non vuole esserlo – ma non ti concedi di essere speciale in modo buono, e allora ti consideri speciale in modo cattivo.

Ed è vero, chi non vuole essere speciale? Ognuno costruisce sé stesso e nessuno vuole essere normale. La brusca realtà dei fatti è che nella corsa sfrenata all’unicità raramente si arriva primi. Di Persone normali si è detto spesso che fosse un manuale per i sentimenti, ma non sono mai stata d’accordo; vorrei che nemmeno di Tempi eccitanti si parlasse in questi termini. Non servono manuali, e questo Dolan lo ha evidentemente capito, solo narrazioni convincenti del periodo storico che stiamo vivendo. Il concetto di “norma” è abusato e solitamente l’aggettivo “normale” dice poco o niente del sostantivo a cui viene affibbiato; è tempo che venga ripensato il concetto.