Valeria Lattanzio
pubblicato 1 anno fa in Cinema

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde

The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde

Nel De profundis Oscar Wilde scrive:

noi che viviamo in questo carcere, nella cui vita non esistono fatti ma dolore, dobbiamo misurare il tempo con i palpiti della sofferenza, e il ricordo dei momenti amari. Non abbiamo altro a cui pensare.

È un Oscar Wilde distrutto dalla vita, dal dolore, dall’umiliazione. L’Oscar Wilde di cui si sente parlare meno, lontano dagli anni del successo e dall’approvazione del pubblico. Ed è questo che decide di raccontare Ruper Everett con The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, produzione in parte italiana.
Appena uscito di galera per l’accusa di sodomia, è quasi del tutto solo, costretto a cambiare identità e a vivere nella misera. Everett è regista esordiente e protagonista irriconoscibile e sfigurato di un film che da anni sognava di realizzare. Dopo aver interpretato lo scrittore irlandese a cinema e a teatro, gli dedica una pellicola che è una vera e propria dichiarazione d’amore alla persona e all’artista.

Everett sostiene di essersi sentito vicino a Wilde, con le dovute differenze, per tutta la vita. Anche lui, dopo il suo coming out come omosessuale, ha trovato una società ostile e pronta a umiliarlo. La morte del poeta in solitudine e in disgrazia gli ha ricordato quella di alcuni suoi vecchi amici morti di AIDS.

Come a dire: le modalità sono diverse, certo, ma ancora oggi questa vicenda può parlare al pubblico. Tuttora una dichiarazione del genere può spingere al disprezzo. Inoltre, raccontare la sua storia è un modo per far sì che non venga dimenticata. Perché se adesso possiamo in minima parte parlare di diritti e di accettazione è anche per vite come la sua, per persone tormentate da un aspetto allora inconcepibile. Del resto, non va dimenticato che Wilde è stato riabilitato solamente nel 2017 grazie alla Alan Turing Law.
In The happy prince Wilde somiglia a un Cristo tumefatto in cerca di perdono. La società che lo acclamava gli sputa in faccia. I ragazzini lo prendono in giro e tentano di picchiarlo. Passa da artefice delle risate della gente grazie alle sue commedie a oggetto di quelle risa. Non ha più vie di fuga. Non desidererebbe altro che scomparire all’estero e far perdere per sempre le sue tracce.

E tenta di farlo. Riallaccia i rapporti con l’efebico Bosie (Colin Morgan), cioè il suo celebre amante Alfred Douglas, e fugge prima a Napoli e poi a Parigi. L’incontro con Bosie è gestito in modo toccante e perfetto. La commozione negli occhi di Wilde racconta, muta, ogni sua sofferenza. Bosie, nella rappresentazione di Everett, somiglia tanto e non a caso al Tadzio androgino e delicato interpretato dal giovane svedese Björn Andrésen ne La morte a Venezia di Luchino Visconti (1971). Come lui, porterà involontariamente al logoramento del suo innamorato. Nel caso di Bosie, Wilde non sopporta il perbenismo della sua famiglia. Sa che loro non l’accettano e detesta che Alfred Douglas sia pronto a rinnegare il suo amore, a vivere nell’ombra e a fingere pur di non contraddire sua madre. Stufo di esistere solo nell’oscurità, vorrebbe gridare. Bosie è di continuo abbandonato e cercato, sempre presente come un fantasma.

Ogni uomo uccide ciò che ama.

Bosie scatena le ire anche di Reggie (Colin Firth, che recita con Everett dopo un’amicizia lunga una vita che è il seguito del loro incontro sul set di Another Country), innamorato da sempre dello scrittore e relegato nella parte di amico. È l’unico che gli sia sempre rimasto accanto.
La regia di Everett è creativa e coraggiosa. Una regia delicata eppure claustrofobica, fatta di dettagli e di continui salti avanti e indietro nel tempo, in bilico tra il successo e la disgrazia. Si concentra su giochi di luce e ombre, sul fumo e sul buio di città fredde e ostili. L’ambiente esterno rappresenta in un certo senso l’interiorità.

Non c’è solo tristezza, però, nel ritratto di The happy prince. È una storia anche di amicizia e di resistenza davanti al male. Wilde non perde mai l’umorismo che l’ha reso famoso, la sua capacità di creare aforismi, la voglia di raccontare storie. La scrittura e l’amore continuano a salvarlo.
Anche sul letto di morte narra le sue favole. Due bambini senzatetto gli ricordano Cyril e Vyvyan, i due figli teneramente amati (avuti da sua moglie Constance – Emily Watson – con cui ha sognato sempre una riappacificazione mai avvenuta). È a loro che una volta narrava la favola del Principe Felice.
E adesso, a un passo dalla fine, si rende ironicamente conto di quanto la sua esistenza sia stata e sarà simile a quella del Principe. Il prezioso cuore di piombo si spezza, eppure non perde il suo splendore.

Prima o poi anche per lui arriverà qualcuno che saprà finalmente riconoscerne il valore.



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