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pubblicato 6 mesi fa in Letteratura

Tra parola e rivoluzione: l’esempio di Washington Irving

“The Sketch book of Geoffrey Crayon, Gent”

Tra parola e rivoluzione: l’esempio di Washington Irving

Un’atmosfera sonnacchiosa e onirica avvolge questa terra e ne pervade l’aria. Alcuni raccontano che sul luogo venne lanciato un sortilegio da parte di un esimio dottore tedesco agli albori dell’insediamento; altri sostengono che un vecchio capo indiano, il profeta o lo sciamano della sua tribù, celebrasse lì i suoi rituali, prima che il paese venisse scoperto dal capitano Hendrick Hudson. Quel che è certo è che il posto continua a subire l’influenza di un qualche incantesimo, capace di stregare le menti delle brave persone che vi dimorano, portandole ad andare in giro in una perenne condizione trasognata.

Meno conosciuto tra gli scrittori del panorama americano del XIX secolo, il newyorchese Washington Irving è tra i pionieri della ghost story e apre la strada a scrittori come Edgar Allan Poe ed Henry James. Tra le sue opere più note, il Libro degli schizzi (The Sketch Book of Geoffrey Crayon, 1819-1920) è una raccolta di trentaquattro saggi e racconti brevi i cui temi spaziano dalla difesa di antichi valori al fantastico.

In uno dei suoi racconti più noti, The Legend of Sleepy Hollow, Irving racconta il clima difficile che stanno vivendo i non ancora cittadini americani attraverso la figura del fantasma senza testa. Il personaggio rappresenta infatti la violenza rivoluzionaria del periodo e incarna la volontà degli americani di liberarsi dei loro colonizzatori. Siamo nel 1787, a Tarrytown – letteralmente “paese dell’indugio”, così chiamata dalle comari della città perché i loro mariti vi perdono tempo nelle taverne durante i giorni di mercato. Gli abitanti provano paura e sconforto per ciò che accadrà in futuro, paura di ritrovarsi anche loro “senza testa”: questo racconto rappresenta uno dei tanti tentativi, attraverso la scrittura, di dar forma a una nazione che in questo momento non conosce ancora i suoi confini, vive nell’incertezza e nel bisogno di separarsi definitivamente dalla madrepatria.

La mancanza di istituzioni ben consolidate e di leggi precise ha creato un vuoto nell’identità di chi abita il territorio americano: il fantasma senza testa rappresenta l’inevitabile e terrificante cambiamento di coloro che vivono nella valle. Non è un caso che lo scrittore ambienti il racconto proprio in una valle addormentata (Sleepy Hollow): il sonno, per Irving, è metafora di quest’incapacità di volere, a tutti i costi, negare l’evidenza. Nella valle non ci sono rumori, se non il tamburellare di un picchio. Il sonno del luogo è metafora dell’inerzia esistenziale, del non riuscire a far sentire la propria voce anche a causa dell’incantesimo sotto il quale, secondo una leggenda, sarebbe ricaduta la valle descritta da Irving. Il protagonista Ichabod Crane, maestro di scuola del Connecticut, si ritroverà alla presenza del fantasma senza testa, sparirà improvvisamente da Tarrytown e si trasferirà a New York.

La notorietà di questo racconto presso i lettori italiani aumenta sensibilmente grazie al film Il mistero di Sleepy Hollow (1999) di Tim Burton, con Johnny Depp nei panni del protagonista. In realtà, nel film, la trama viene cambiata e il finale è diverso dall’originale: nel racconto di Irving Ichabod Crane non combatte contro il fantasma senza testa e non riesce a conquistare la giovane Katrina Van Tassel, contesa anche dal rivale in amore di Ichabod, Abraham Van Brunt. Gli strascichi e le ferite lasciate aperte dalla rivoluzione non si rimarginano, perché il popolo continua a vivere il dramma di non sapere come reagire e soprattutto non sa in chi identificarsi. A testimonianza della diffusione della storia, nel 2013 Fox propone un riadattamento moderno del racconto di Irving nella serie tv Sleepy Hollow.

Tra gli altri racconti presenti nel Libro degli schizzi, Rip Van Winkle ha come protagonista Rip, che vive in un villaggio nello Stato di New York e trascorre le sue giornate a oziare, passando il tempo tra la caccia e la pesca. Un giorno Rip incontra alcuni uomini che gli offrono del vino, e, addormentatosi, si risveglia solo dopo vent’anni: alla fine di questo lungo sonno, torna in quella che è diventata ormai la New York postrivoluzionaria: la città è cambiata, sua moglie è morta, sono nati gli Stati Uniti d’America. L’incontro tra Rip e il figlio è sconvolgente: il figlio non lo riconosce subito e Irving, di nuovo attraverso la metafora del sonno, dimostra quanto il popolo a volte si ritrovi, spesso senza volerlo, in balìa di un “sonno” consolatorio che viene accettato pur di non scontrarsi con la cruda realtà dei fatti.

Gli “spettri” della rivoluzione sono vivi e sempre presenti: l’importanza della parola per lo scrittore assume un ruolo fondamentale rispetto all’identità dell’America, un paese lacerato, così come il suo popolo, dalle ribellioni: anche il nome Rip (in italiano “lacerare, strappare”) viene scelto da Irving per descrivere lo spirito dei suoi tempi in una società nuova che non sa come comportarsi: come colmare i vuoti lasciati dalle parole? E soprattutto, quali parole scegliere?

In Storia di New York, pubblicato nel 1809, Irving mette in luce l’importanza dell’uso della parola attraverso il protagonista Diedrich Knickerbocker, il quale racconta la nascita della città di New York con un tono sarcastico e una narrazione parodica che vede gli olandesi al centro della storia della fondazione della città. Diedrich è un esperto della parola ed è proprio sull’importanza della retorica che il primo presidente degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson, ha basato la sua politica.

Così come scrive Alessandro Portelli in La formazione di una cultura nazionale (Carocci, 1999), l’obiettivo di Irving è di “materializzare” metafore che non si usano più, così da colmare quei vuoti inevitabilmente creati dal linguaggio. Anche Salvatore Proietti in Storie di fondazione. Letteratura e nazione negli Stati Uniti post-rivoluzionari (Bulzoni, 2002) afferma che la democrazia negli Stati Uniti nasce in contemporanea alla diffusione di massa della parola stampata.

Chissà se ancora oggi è così.

di Giada Arcuri