Daniele Lisi
pubblicato 6 mesi fa in Letteratura

Tre frammenti di un discorso amoroso

Lacan e il Reale

Tre frammenti di un discorso amoroso

Madonna, sì m’avene,
ch’eo non posso avvenire
com’eo dicesse bene
la propria cosa ch’eo sento d’amore
[…] Lo non poter mi turba
com’on che piange e sturba
e pure li dispiace
lo pinger che face.

Si tratta di una serie di versi di una canzone, Madonna dir vo’ voglio, dell’alfiere della scuola siciliana e notaro, per usare le parole di Dante, della corte di Federico II: Giacomo da Lentini. Ciò che qui gradirei evidenziare è un Leitmotiv della poesia medievale: l’ineffabilità. In tal caso, il poeta, come tutti gli innamorati, ama così tanto la sua donna – «Madonna», dal latino mea domina -, da subirne un assedio sentimentale, che lo debilita fino a privarlo della possibilità («lo non poter») di spiegare ciò che prova («la propria cosa ch’eo sento d’amore»). Non a caso egli impreziosisce i versi successivi con una similitudine, per giunta, legata al mondo delle cose concrete. L’autore si paragona a una salamandra, animale che, nel medioevo, i Bestiari indicavano come quello in grado di vincere il fuoco. Giacomo fa lo stesso: pur arso dalle fiamme del «foco amoroso», esce vivo da quell’incendio:

La salamandra audivi
che ‘n fra lo loco vivi stando sana;
eo sì fo per long’uso,
vivo ‘n foco amoroso
e non saccio ch’eo dica:
lo meo lavoro spica e non ingrana.

 

Veniamo al secondo frammento.
Chiaro Davanzati, poeta appartenente ai cosiddetti «poeti siculo-toscani» , da innamorato, sofferente per un amore non corrisposto (altro Leitmotiv dell’amor cortese), paragona nel sonetto, Il parapiglion che fere a la lumera, il suo sentimento, il suo sguardo doloroso verso la donna amata – anche qui «Madonna» – alla farfalla («parapiglione»), che, attratta dalla luce («spera») del lume («lumera»), sceglie, seppur bruciandosi, di sbattere («fere») costantemente contro di essa: «Il parapiglion che fere a la lumera / per lo splendor, ché sì bella gli pare, / s’aventa ad essa per la grande spera, tanto che si conduce a divampare: // così [corsivo mio] facc’io, mirando vostra cera, madonna».
L’amore, che i poeti medievali hanno descritto, non è diverso da quello odierno. Sono molte le affinità, come sottolineato dal critico Franco Suitner, tra l’esperienza amorosa dei poeti sopracitati e quella del poeta veneto Andrea Zanzotto. Il componimento preso in esame ha il titolo di Notificazione di presenza sui colli Euganei, si tratta di un sonetto della raccolta IX Ecloghe del 1962. All’alba della civiltà postmoderna e in maniera ancora più suggestiva, rispetto a Giacomo da Lentini e a Chiaro Davanzati, Zanzotto ha metaforizzato il suo sentimento alla fervente e armonica attività delle acque gelide e bollenti che si scontrano nelle falde sotterranee dei Colli Euganei:

in opposti tormenti agghiaccio et ardo,
i vostri intimi fuochi e l’acque folli
di fervori e di geli avviso, o colli
in sì gran parte specchi
a me conformi.

Il poeta, nella terzina finale, prende congedo da noi lettori, invocando Dio, affinché possa finalmente trovare, nel mal d’amore («in opposti tormenti agghiaccio et ardo») quell’armonia vitale, che caratterizza «l’agra natura» dei colli: «Ah, domata qual voi l’agra natura, / pari alla vostra il ciel mi dia ventura / e in armonie pur io possa compormi».

I tre poeti nei loro componimenti hanno attinto, per descrivere il sentimento amoroso o alla metafora o alla similitudine, impossibile è risultato loro spiegare in maniera diretta l’esperienza amorosa. A pensarci bene, questo accade anche con la nostra esistenza, così come con l’amore, ci rimane impossibile darle diretta significazione, geometrizzarla: «si sa che il linguaggio della presenza» – mise in bocca Pasolini a Ida, protagonista del film Porcile (1969) – «è un punto interrogativo». Dei tre frammenti amorosi, però, quello che a me è sembrato più interessante, per la tematica affrontata, è quello di Giacomo da Lentini; egli, non solo, per spiegare l’amore ha attinto ad artifici retorici, ma è stato ancor più esplicito e, affranto, è come se ci avesse detto: lettori cari, mi scuso, ma non mi è stato possibile trovare le parole adatte per descrivere concretamente questo mio sentimento! Lì siamo stricto sensu nel regno dell’ineffabile, come detto in apertura. Prima di procedere, però, desidererei far chiarezza sul significato della parola ineffabile. Giova, per tale ragione, aprire il vocabolario e andare alla voce ricercata:

«Ineffabile. […] Che non si può esprimere o manifestare con parole […] riferito, con valore superlativo, a sentimenti, stati d’animo, qualità spirituali particolarmente intensi e gradevoli» .

Provando a filosofare con l’ausilio di Jacques Lacan, potremmo avere una risposta bell’e pronta. L’intento di questo scritto è, infatti, quello di provare a riflettere sull’essenza e sul significato del sentimento amoroso e Lacan, nonostante il suo ermetismo, alla domanda che cos’è l’amore, ci avrebbe risposto a chiare lettere: «È un Reale!». Assieme al registro dell’Immaginario e del Simbolico, quello del Reale si pone come terza coordinata del rapporto che noi esseri umani instauriamo con la realtà sensibile. Tali registri indicano che noi sappiamo, in primis, immedesimarci (immaginarci) in altre persone e situazioni, che noi, in secondo luogo, usufruiamo del linguaggio (il regno dei simboli) e che noi, infine – per arrivare al Reale –, pur usufruendo del linguaggio, a volte, abbiamo a che fare con esperienze che sfuggono al linguaggio stesso: chi sono io? Perché vivo? Che cosa significa vivere? Che cosa significa amare una persona? Perché amo e al tempo stesso odio una persona?
Per comprendere a pieno il motivo per cui Lacan avrebbe sostenuto che l’amore fosse un Reale, sono di estrema importanza le parole di Massimo Recalcati, relazionate alla morte, all’esperienza della morte:

L’esperienza della morte per un essere umano non è un’esperienza naturale, perché […] gli umani sono coloro che possono nominare la morte, ma nella misura in cui la morte può essere solo come evento-di-linguaggio – poiché gli umani la nominano -, la morte, l’esperienza stessa della morte, è un reale che sfugge al linguaggio, che sfugge al simbolico. Allora, come dire, noi siamo mortali nella misura in cui siamo esseri-di-linguaggio, ma l’esperienza reale della morte è qualcosa che buca dall’interno il sistema stesso del linguaggio.

Prima avevo paragonato – si tenga a mente la frase di Pasolini – l’esperienza amorosa a quella dell’esistenza. Ecco, sebbene quella amorosa e quella della morte siano esperienze opposte, è possibile considerarle affini per questa semplice peculiarità: chi le vive, ossia gli «esseri di linguaggio», riesce a nominarle. Entrambe sono «eventi-di-linguaggio», ma al contempo sono esperienze che, in quanto tali, bucano, parafrasando Recalcati, «dall’interno il sistema stesso del linguaggio». Noi, per concludere, abbiamo solo la possibilità di nominare, di dire Amore, ma non abbiamo quella di geometrizzare il significato dell’esperienza amorosa: «L’amore non cantarlo / ché si canta da sé / più lo s’invoca / meno ce n’è» così Giovanni Lindo Ferretti, affiancato dalla voce di Ginevra di Marco, cantava nella celestiale atmosfera musicale di Montesole