Eleonora Reggiori
pubblicato 4 settimane fa in Recensioni

“Un dolore così dolce” di David Nicholls

contro la retorica e le definizioni facili

“Un dolore così dolce” di David Nicholls

È l’estate del 1997, Charlie Lewis è quel ragazzo di cui nessuno si ricorderà di lì a qualche anno, o così pensa: ha gli amici giusti, ma si limita a seguirli senza mai prendere l’iniziativa, non ha talenti né imbarazzanti segni particolari che possano farlo emergere tra le tante teste che affollano un tradizionale liceo di provincia. Un adolescente come ce ne sono tanti, certo.

E poi sono passati vent’anni e Charlie Lewis, con il distacco di chi si avvicina ai quaranta ripensa a quell’estate, proprio quella, un paio di mesi durante i quali ha lavorato per tre sterline e mezzo l’ora e, soprattutto, ha conosciuto Frances Fisher, una Giulietta Capuleti con le Adidas sempre sporche ai piedi, per la quale si è improvvisato addirittura attore in una rappresentazione teatrale che si propone di mettere in scena “una storia di bande rivali e di violenza, di pregiudizio e amore” (Romeo e Giulietta).

Del primo amore se n’è parlato in abbondanza, tanto che la prima domanda che ci si pone leggendo questo libro è: ne abbiamo bisogno? Ci serve un intero libro che parli di una cotta adolescenziale, della prima cotta adolescenziale, di come la si gestisce (male)? Sì. Ma andiamo con ordine.

A narrare i fatti è proprio Charlie, ho detto, ma lo fa con vent’anni di esperienza sulle spalle. Non c’è niente di romantico e sdolcinato, nulla che possa far percepire la storia inutilmente melensa o falsamente eterna. Non ci sono speranze, per fortuna, il che impedisce di avere una visione del tutto edulcorata di qualcosa che tutti abbiamo attraversato, e infatti tutti sappiamo come va a finire. È un primo amore reale, raccontato in modo scanzonato, e per questo è concreto più di tutti gli amori di cui gli autori hanno riempito le pagine.

Ma c’è di più: l’estate del 1997 riserva a Charlie una serie di ostacoli con i quali lui non vuole misurarsi. Come in precedenza è stato sempre nella parte “facile”, adesso non sa muoversi in mezzo alle difficoltà e scappa, scappa senza voler prendere una posizione. È lui stesso a dire di essere un ragazzo anonimo, uno di quelli a cui nessuno fa mai caso. Non è così. Un dolore così dolce (Neri Pozza, 2019) dipinge un quadro molto dettagliato di cosa sia la giovinezza e di cosa significhi muovere i primi incerti passi nel mondo dei “grandi”. Non è più il tempo di nascondersi dietro lo spettro della separazione dei genitori, ammassando le colpe su quel padre depresso che non vuole capirlo: è l’estate in cui Charlie impara che anche gli altri si aspettano qualcosa da lui, non è trasparente come avrebbe voluto – come ha sempre pensato di essere.

Scopre che ci sono tanti tipi di amore, quello che Fran Fisher gli fa provare non è che una singola sfumatura in uno spettro di colori vastissimo. Perché tutte queste sensazioni debbano finire sotto il dominio dello stesso sostantivo è il grande mistero che mai avrà una soluzione. Anche per questo Charlie brancola nel buio: non saper dare un nome a quello che gli sta capitando gli impedisce di venirne a capo, di parlarne apertamente. Scopre anche che scegliere significa rinunciare: non è vero che tutte le porte sono sempre aperte, questa è una di quelle cose che ti dicono al liceo, giusto un attimo prima di chiederti di sceglierne una e lasciare che le altre si chiudano per sempre. «Puoi fare quello che vuoi, ti dicono, a parte questo e quest’altro e quest’altro ancora…», e così si compie il temuto ingresso nell’età adulta.

Tutto sommato, David Nicholls ha trovato il modo di parlare, con ammirevole concretezza, di qualcosa che tutti hanno dovuto affrontare – l’allontanamento dai genitori, lo spaesamento di fronte al futuro, la meraviglia di fronte a un corpo che non ci risponde più, la vertigine del sentirsi per la prima volta alla totale mercé di un’altra persona – ma che nessuno è più in grado di descrivere in termini di sensazioni che vadano oltre le poche frasi stereotipate che la memoria ci suggerisce.

Sappiamo descrivere la prima cotta in buona misura grazie ai libri che abbiamo letto e ai film che abbiamo visto. Tutto, da che cominciamo a guardare agli altri con l’occhio del predatore, compete alla costruzione della retorica del primo amore che affolla i romanzi young adult (quelli di bassa lega, però). Quindi ecco le farfalle nello stomaco, perché l’immaginario comune ci dice così. Ecco le notti insonni a disegnare cuoricini sulla pagina di un diario che tra trent’anni troveremo e sfoglieremo con grande affetto. Invece c’è anche dell’altro: il senso di ribellione, la paura di non essere all’altezza, una certa sensazione di essere incompresi e gli unici in tutto il modo a provare determinate cose, e Nicholls in qualche modo se n’è ricordato. In qualche modo cerca di riportarlo alla mente anche a tutti i suoi lettori ingabbiati in una vita adulta nella quale stanno più o meno comodi.

Charlie fa un’analisi un po’ cialtrona, ma senz’altro onesta, di quello che è stata per lui l’estate del 1997. È sempre il ragazzino che, nella taverna di Harper, cercava di sballarsi con le spezie della madre, ma è anche un uomo, adesso, e racconta con enfasi e discernimento quello che all’epoca non aveva capito.

Un dolore così dolce dunque è questo: un romanzo sui riti di passaggio, per entrare a far parte di quel mondo crudele che aspetta tutti al di là dell’estate dell’ultimo anno di superiori. Ci si è concentrati tanto sull’aspetto romantico del romanzo lasciando in secondo piano, a mio avviso, il valore che il libro ha proprio in quanto tenta di districare la matassa di una vita che non sa più dove collocarsi, e che per questo motivo soffre. David Nicholls cerca di dare un senso a posteriori a qualcosa che sul momento non riceve un’etichetta e il più delle volte resta senza alcuna definizione.

Al netto di tutto, è un romanzo importante nella misura in cui si è disposti a comprendere che, quando Charlie dice di non essere stato né felice né indaffarato quell’estate e proprio per questo si è innamorato di Fran Fisher, è la pura verità. I sentimenti non cascano preconfezionati sulla testa come pioggerellina estiva, gli amori – anche i più grandi – hanno dei presupposti spesso banali, ma non per questo peccano di profondità. Siamo immersi nella retorica, sempre, riflettiamo per sistemi di pensiero organici e già pronti all’uso: i libri come questo sono fondamentali come esercizio di rinuncia. Rinuncia della comodità e delle idee preconcette.

Fonte dell’immagine