Daniele Lisi
pubblicato 6 mesi fa in Cinema

Loro 1 o la persona è sempre il discorso del padrone

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Loro 1 o la persona è sempre il discorso del padrone

Inversamente al titolo scelto, questo scritto non è un commento marxista al film di Sorrentino. «La persona è sempre il discorso del padrone» è una delle tante enigmatiche frasi, che Jacques Lacan, memore dell’insegnamento hegeliano, ha disseminato nel suo ventesimo Seminario.
Per ora veniamo al film e lasciamo in sospeso questa frase, che tornerà utile in un secondo momento.

Coerentemente a ciò che la stampa e i media ci hanno raccontato, il microcosmo berlusconiano, attraverso il filtro della cinepresa, non è affatto edulcorato. Si tratta di un microcosmo, arroccato su un altro ancor più nefasto, perché popolato da vassalli pronti a tutto e troneggiato dal giovane tarantino Sergio Morra, uno dei protagonisti; una sorta di Leonardo Notte privo di erudizione, per intenderci.

La genialità di Sorrentino, non è tanto legata alla scelta di far dialogare il vero storico con la finzione narrativa, ma traspare ogni qual volta, con dovizia di effetti scenici, di giochi cromatici, di inquadrature perfette e di mai banali battute pronunciate dal cast degli attori, i due microcosmi, cui ho alluso, vengono inondati dal grottesco alla Nanni Moretti e, perché no, alla Fantozzi. Nonostante la divergenza dei contesti, il rapporto tra i vassalli pronti a tutto e il Cavaliere è analogo a quello che Fantozzi e i suoi colleghi intrattengono col loro datore di lavoro. Il loro Padrone, stanziato nel suo diafano ufficio, è una divinità a tutti gli effetti e tanto più si mostra un tiranno senza volto, tanto più i suoi funzionari lo venerano.

Così, infatti, è Berlusconi nel film. È un tiranno. Un tiranno senza volto anche lui. Un Klamm dei giorni nostri. Guai a tramare congiure. Non tanto conoscerlo, ma almeno farci una chiacchierata al telefono è una delle tante ambizioni di Sergio. Un’ambizione così paradossale e malata, tale da «eccitarlo» – parole sue – e tale da usare la sua compagna, Tamara, e le sue amiche, come merci preziose per i suoi affari.

Almeno in questa prima parte del film, Sorrentino, focalizzando l’attenzione sul rapporto Lui (Berlusconi)-Loro (I vassalli pronti a tutto), mi ha rimandato alla frase lacaniana, scelta per il titolo; frase, per altro – non esito a nasconderlo –, che mi è ronzata in testa per tutto il film. Quello che in questo scritto ho cercato di fare è stato cercare di dar forma – correndo il rischio dell’errore – a questa suggestione, con lo scopo di suggerire un’ipotetica chiave di lettura dell’opera.

«La persona è sempre il discorso del Padrone» è un modo enigmatico per dire che ogni essere umano, indipendentemente dal suo status sociale può godere di una propria identità solo in un rapporto duale: il servo è tale se c’è il Padrone e il padrone è padrone solo e soltanto se c’è il Servo. L’io è io a patto che vi sia sempre un tu e all’interno del film loro sono loro perché c’è lui, anzi, Lui, come i protagonisti amano chiamarlo e, come nella dialettica servo-padrone, è valido anche l’inverso: lui è tale perché ci sono Loro.

Tuttavia, desidererei soffermarmi sulla dialettica Lui-Loro. Berlusconi (Lui) è un garante di identità, anche nei suoi lati peggiori. Il microcosmo dei vassalli pronti a tutto (Loro) è un inquietante microcosmo nichilistico, ma che esiste solo a causa di Berlusconi e dei modelli, dei gadgets, che egli è riuscito a creare. Non a caso il titolo del film è Loro. Il mondo berlusconiano, infatti, è un grande specchio, in cui i suoi fedeli vassalli, spogli di ragionevolezza e di etica, confermano, con le loro gesta, la loro identità. Ecco perché ritengo valida la formula «la persona è sempre il discorso del Padrone». Al regista non è interessato demitizzare il Cavaliere, non è interessato nemmeno ammonirlo a livello etico, è interessato, semmai, svelarne il ruolo di demiurgo: Loro, i vassalli pronti a tutto, sono nient’altro che creature, le cui identità e la cui logica delle azioni sono state modellate da Lui. Alla luce di quanto detto, azzarderei, in ultima istanza, con questo epilogo: come la persona è sempre il discorso del Padrone, così loro sono sempre il discorso di Lui.