Federica Guglielmi
pubblicato 3 anni fa in Letteratura

Eco e Narciso

Eco e Narciso

Voci spezzate. Frasi inconcluse e inconcludenti. Gemiti di fiato. Un’eco di frasi non dette. Quella parola in più che avrebbe cambiato tutto. Quante volte ce lo siamo detti?
Se avessi detto questo.
Ho taciuto troppo a lungo.
Quella parola avrebbe potuto cambiare tutto.

Autocondanne lesive e martellanti, troppo spesso prive di razionalità. Turbamenti dell’anima che nel loro assolutismo sono estremamente vani; perché, diciamocelo, le parole dette non posso essere rimangiate e quelle Alexandre_Cabanel_-_Echotaciute, bhè, le parole taciute rimangono tali e sono le più difficili da reingoiare. Possono diventare un’ossessione, un pensiero costante e devastante. Un’eco che, dolente, rimbomba nelle viscere.
È quel che accadde alla ninfa Eco, incapace di tacere quando qualcun altro parlava, ma neppure capace di dar voce ai suoi pensieri. Eco è condannata a rimandare, delle parole che ode, soltanto l’ultima. D’un fiato; d’un colpo; d’una speranza, quella che sia la parola giusta da poter dire. A condannarla a questa infinita giostra linguistica fu Giunone, moglie di Giove, il quale aveva incaricato la ninfa di distrarre la sua sposa, così da poter giacere con le sue amanti. Quando la dea scoprì l’inganno, la sua ira fu tale da privare Eco della sua libertà vocale.

Di questa lingua che mi ha ingannato – disse – potrai disporre solo in parte: ridottissimo sarà l’uso che tu potrai farne’. E coi fatti confermò le minacce: solo a fine di un discorso Eco duplica i suoni ripetendo le parole che ha udito. 1

Un mutismo incompleto che mostra tutte le sue conseguenze e i suoi limiti nel momento in cui Eco si innamora del bel Narciso.

Mentre [Narciso] spaventava i cervi per spingerli dentro le reti, lo vide quella ninfa canora, che non sa tacere se parli, ma nemmeno sa parlare per prima: Eco che ripete i suoni.
Allora aveva un corpo, non era voce soltanto; ma come ora, benché loquace, non diversamente usava la sua bocca, non riuscendo a rimandare di molte parole che le ultime.
La ninfa s’infiamma di amore, soffrendo la sua aspra pena, la sua crudele mutilazione, che non le permette di tentare; ma, e questo le è permesso, sta pronta ad afferrare i suoni, per rimandargli le sue stesse parole.  1

Eco segue i passi del suo amato, dolendosi di non poter dire per prima, ma aspettando, paziente, che egli parli, così da rimandargli i suoi stessi suoni.
E così, un giorno, accadde. Eco balbetta ciò che il suo amato dice, sperando di trovarvi parole d’amore.

«C’è qualcuno?» ed Eco: «Qualcuno» risponde.
«Vieni!»; e lei chiama chi l’ha chiamata.
«Perché», chiede, «mi sfuggi?», e quante parole dice altrettante ne ottiene in risposta.
«Qui riuniamoci!» esclama, ed Eco che a nessun invito mai risponderebbe più volentieri: «Uniamoci!» ripete.
E decisa a far quel che dice, uscendo dal bosco, gli viene incontro per gettargli, come sogna, le braccia al collo.
Lui fugge e fuggendo: «Togli queste mani, non abbracciarmi!» grida. «Possa piuttosto morire che darmi a te!».
E lei nient’altro risponde che: «Darmi a te!».  1

Un rifiuto che un’ossessione come quella di Eco, non sa accogliere. La ninfa si nasconde in antri sperduti, si lascia Narciso-Caravaggioconsumare dal suo amore non ricambiato, ne diviene patetica vittima, inerme sacrificio. Ne muore, frammentandosi nel suo stesso io e lasciando di sé null’altro se non ciò che l’aveva condannata a quella fine: la sua voce. Il corpo deperisce, le sue ossa si tramutano in roccia. Da allora la si può sentire riecheggiare in ogni dove, ne si può sentire il lamento per una condanna che continua anche nella sua morte.
La voce di un amore che mai avrebbe potuto regalare un esito diverso: troppo in Eco, troppo poco in Narciso. Dipendenza affettiva e ossessivo culto della propria persona, ecco il mito classico ricondotto all’analisi razionale. Narciso è troppo preso dalla propria vanità per guardare oltre sé stesso ed Eco è troppo presa dall’altro per guardare sé stessa. Uno vive di specchi e l’altra è quegli specchi. Rimane specchi dimenticandosi di poter riflettere anche immagini diverse da quella del suo amato; rimane specchi finché, andando in frantumi, non lascia altro che il tintinnio di quella rottura.
Nel tumulto di ciò che avrebbe voluto dire, di Eco non rimane che questo: voce. Una voce condannata a ripetere e ripetersi; una voce che è muta nella sua stessa voce, perché non è sua, ma è solo risonanza del proferire altrui; una voce che arriva, sì, ma che lo fa impercettibilmente, senza riuscire a scuotere l’animo di colui che tanto ama.
Perché Narciso non ha orecchie, ma solo occhi. E quegli occhi sono rivolti solo a sé stesso.

 

Che fai tu, Eco, mentre io ti chiamo?
Amo.
Ami tu due, o pur un solo?
Un solo.
Ed io te solo, e non altri amo
Altri amo.
Dunque non ami tu un solo?
Un solo.
Quest’è un dir io non t’amo.
Io non t’amo.
Quel che tu ami, amil’ tu solo?
Solo.
Chi t’ha levato dal mio amore?
Amore.
Che fa quello a chi porti amore?
Ah, more.

Angelo Poliziano, Rime

 

1 Metamorfosi, Ovidio