Susanna Ralaima
pubblicato 5 ore fa in Recensioni \ Storia

Controstoria dal mare: “Canaglie di tutto il mondo” di Marcus Rediker

Controstoria dal mare: “Canaglie di tutto il mondo” di Marcus Rediker

Leggere Canaglie di tutto il mondo di Marcus Rediker è stata un’avventura che mi ha riportato all’infanzia, a quando subivo quella fascinazione smodata per i pirati che in momenti diversi provano più o meno tutti i bambini. Non ho mai capito perché mi piacessero tanto, con quei tratti stereotipati che ritrovavo nelle illustrazioni della mia copia dell’Isola del tesoro – la gamba di legno, la benda sull’occhio, il pappagallo sulla spalla – né tantomeno capivo perché fossi così affezionata a quelle figure che vivevano ai limiti della legge, romanzati e fantasiosi furfanti – credo anche di aver ampliato il mio vocabolario grazie ai loro epiteti, ‘gaglioffo’, ‘filibustiere’, ‘bucaniere’, ‘mascalzone’, ‘canaglia’, ‘carogna’, e il presentissimo ‘avanzo di galera’.

Ecco, Rediker con Canaglie di tutto il mondo mi ha fatto capire perfettamente perché mi avessero catturato fin da bambina, e nel corso della lettura rintracciavo le motivazioni di questa passione, mentre lo storico poneva l’accento sulla smisurata ribellione, sull’idea di libertà e sulla democratica visione della vita dei pirati, senza comunque lasciarsi andare a tratti a quel romanticismo che Björn Larsson denuncia nella prefazione alla nuova edizione, pubblicata da elèuthera nella traduzione di Roberto Ambrosoli.

Rediker ci trascina con la sua prosa appassionata e sempre coinvolgente e ci fa salire su una nave pirata, ci porta sottocoperta, ci rende partecipi delle vicende di una ciurma di ammutinati, di marinai sfruttati e sottopagati, di schiavi in fuga, di giovani sedotti dalle leggende del mare, di tutti questi pirati che issano il Jolly Roger non solo perché spinti da un desiderio di ricchezza, ma per proporre, almeno per un breve momento, una diversa idea di società.

Lo storico statunitense, tra i maggiori esponenti della cosiddetta “storia dal basso”, focalizza la sua attenzione sul turbolento Atlantico durante l’età d’oro della pirateria, 1716-1726: lo sterminato mare aperto viene presentato come un laboratorio sociale in costruzione dove convivono gli sfruttamenti del capitalismo, del colonialismo e della schiavitù. È qui che prende vita la resistenza e il sovvertimento di questi villains, tradotto con il termine ‘canaglie’, quelli che dalle autorità e dalla società benpensante vengono considerati i criminali, i disertori, i ribelli, gli emarginati, i disumani, persino i mostri.

Rediker dimostra attraverso molteplici esempi come la pirateria si sia rivoltata contro la violenza e contro la gerarchia delle navi mercantili e militari; come i pirati siano stati nemici delle condizioni di lavoro brutali; come quello stile di vita andasse a sovvertire l’ingiusto ordine sociale «dei proprietari terrieri, della colonia, dell’impero, del Re, della nazione britannica, del mondo delle nazioni, e infine di tutta l’umanità». Con la narrazione avvincente che lo contraddistingue descrive le vite, le scelte compiute e le avventure di persone come William Fly, Edward Teach (il celebre Barbanera), Bartholomew Roberts o il temutissimo Ned Low, Anne Bonny e Mary Read. Rediker racconta le loro vicende personali e le storie dei tanti altri pirati, senza eroicizzarli e senza tralasciare il loro uso della violenza, riportando fonti giudiziarie, diari di bordo, resoconti di viaggio che mostrano la resistenza di queste persone che non hanno accettato la disciplina brutale, la dittatura di un capitano, ma che hanno deciso di liberarsi dagli spazi claustrofobici, dal vitto schifoso, dalle malattie all’ordine del giorno, dagli sfruttamenti connaturati alla vita nelle navi mercantili o militari dell’epoca, al punto che per alcuni «chi sta in prigione ha più spazio, miglior cibo e in genere migliore compagnia».

Le ribellioni dei marinai nel Settecento sono infatti uno dei temi cardine del libro, perché sono uno dei motivi principali per cui qualcuno si dà alla pirateria. La nave pirata quindi è il luogo in cui convergono quei giovani in fuga dalle diverse schiavitù che decidono di organizzarsi intorno a un’idea di collettivismo ed egualitarismo, improntano il loro cosmo a un forte antiautoritarismo; i pirati inoltre formano ciurme contraddistinte da un cosmopolitismo straordinariamente moderno, perché rinnegando i particolarismi nazionali dicono di venire «dal mare». Gli equipaggi dei pirati eleggono i loro capitani e ne limitano democraticamente il potere, distribuiscono il bottino secondo regole ben stabilite, rispettano la disciplina senza imporla e prevedono sistemi di compensazione e assistenzialismo per i feriti. Si tratta di microsocietà alternative, molto temporanee (la vita di un pirata, ci dice Rediker, durava in media circa due-tre anni, motivo per cui di certo non si mettevano a sotterrare i tesori, ma preferivano spendere il bottino nelle prime taverne in cui capitavano), ma capaci di mettere in discussione le gerarchie rigide del mondo e opporvi una comunità «multiculturale, multirazziale e multinazionale».

Nella società settecentesca, basata su una pervasiva struttura globale di coercizione, gli ammutinamenti dei marinai e le ribellioni degli schiavi diventano momenti comuni di una lotta diffusa contro l’ordine capitalistico. Rediker con grande attenzione presenta a più riprese la grande paura che proprio per questo i pirati suscitano nelle grandi potenze europee, l’Impero britannico su tutti. Non soltanto per il cospicuo danno economico, quanto per il potenziale simbolico e politico della loro esistenza, che li rende «Nemici comuni dell’Umanità, che devono essere estirpati dal Mondo». Le comunità dei pirati con la loro esistenza alternativa rappresentano un pericolo destabilizzante perché mostrano che è possibile organizzare la vita a bordo in modo più democratico, senza l’autorità assoluta del capitano e senza la disciplina brutale delle navi mercantili; per questo motivo la repressione della pirateria nel XVIII secolo è così feroce, e si serve soprattutto di processi pubblici e impiccagioni alle porte della città per riaffermare l’ordine e scoraggiare nuove ribellioni, fino alle carneficine messe in atto dal 1722 al 1726 per cancellare definitivamente questi uomini «colpevoli di tutti i Peccati».

Non voglio privare il lettore del piacere di fare da sé alcune scoperte durante la lettura di questo saggio, anticipando ad esempio la storia delle bandiere dei pirati, la reazione di alcuni capitani alle catture, i divertenti modi di passare il tempo delle ciurme, il loro sfidare la morte, ma mi piace sottolineare una straordinaria tangenza di cui non sapevo nulla. Rediker dedica un capitolo alle figure di Anne Bonny e Mary Read, donne pirata – contrariamente a quello che si pensa le donne erano presenti sulle navi, pure quelle mercantili, anche se con funzioni diverse.

Le loro storie divennero così celebri da diventare protagoniste di ballate, racconti e influenzare romanzi e narrazioni popolari, ma in maniera indiretta incisero anche su un artista anonimo che nel frontespizio olandese della General History di Johnson rappresentò l’allegoria della pirateria come una donna combattente a petto nudo, con dietro lo stendardo pirata e una serie di corpi riversi ai suoi piedi. Viste le moltissime somiglianze, Eugene Delacroix molto probabilmente nel 1830 si è ispirato a quell’immagine per rappresentare la Libertà che guida il popolo, ed è bello pensare – come scrive Rediker – che queste due figure che hanno trovato la loro libertà nella pirateria abbiano ispirato una delle rappresentazioni più iconiche della libertà del mondo moderno.

Il cuore di tutto è quell’idea di libertà che mi ha sempre affascinato e che continua ad affascinare a distanza di secoli chi si immerge in questo universo, ed è anche per la libertà connaturata alla pirateria che vediamo una bandiera del Jolly Roger sventolare in Indonesia contro la svolta autoritaria del presidente Prabowo Subianto, stagliarsi nelle proteste in Madagascar per la mancanza di acqua e luce o ancora venire portata fieramente nei cortei per Gaza contro l’occupazione israeliana.

Ormai si usano spesso, anche troppo, i termini ‘attuale’ o ‘necessario’ per recensire un libro. Sono aggettivi che calzano però a pennello per questo testo, perché è una lettura che parla anche al nostro presente. Marcus Rediker termina il suo bellissimo saggio affermando che «questi fuorilegge hanno vissuto in modo audace e ribelle, e dobbiamo ricordarli almeno finché esisteranno potenti e oppressione da combattere».

Canaglie di tutto il mondo, uniamoci!