Intervista a Francesco Pecoraro
Qualche tempo fa Francesco Pecoraro mi ha ospitato a casa sua e tra un pasticcino e l’altro abbiamo chiacchierato sul suo ultimo romanzo, La fine del mondo (edito come i precedenti da Ponte alle Grazie). Ringraziamo ancora una volta l’autore per la sua disponibilità e per questa conversazione così viva.
SR: Il tuo primo libro che ho comprato è stato Lo stradone dopo una presentazione in libreria, però poi non so per quale motivo non l’ho letto. Dopo un po’ di tempo ho preso e letto La vita in tempo di pace, forse il primo romanzo a cui si pensa quando si dice Francesco Pecoraro.
FP: Be’ sì, purtroppo sì.
SR: Perché purtroppo?
FP: Perché secondo me i migliori sono sempre gli ultimi. Credo che il migliore sia Solo vera è l’estate, ma proprio perché io penso che sia il migliore è quello più trascurato. È un libro con personaggi che non hanno niente a che fare con la mia biografia, che sono inventati o comunque desunti da esperienze di altri, non dalle mie. È il mio libro preferito tra quelli che ho scritto, però sto avendo buoni riscontri anche dell’ultimo, a dire la verità. Solo vera è l’estate è completamente fuori cifra rispetto a quella che viene considerata una trilogia composta da La vita in tempo di pace, Lo stradone e quest’ultimo.
SR: Sì, è fuori traiettoria, sembra non avere niente a che fare con gli altri che hai scritto, anche se in realtà poi ci sono dei temi che ritornano.
FP: Solo vera è l’estate è completamente narrativo, ci ho messo tanto tempo a prepararlo nella mente, perché non riuscivo e pensavo di non saper scrivere i dialoghi. Volevo fare un libro da scrittore vero, e quindi ho progettato dei personaggi, mi sono immaginato come potevano essere fatti, senza sapere se poi avrei scritto un racconto o un romanzo, e soprattutto Biba non c’era. Biba doveva essere una presenza esterna al racconto, presente nelle menti di tutti e tre, anche nella loro vita, ma non doveva comparire, e invece a un certo punto è comparsa.
SR: È molto in linea col personaggio questo forzare la sua comparsa.
FP: Può darsi di sì. Anche questo ultimo libro mi è costato parecchio lavoro e devo dire negli ultimi tempi anche una certa nausea, non potevo più rivederlo.
SR: Addirittura nausea?
FP: Mi viene sempre la nausea alla fine di un libro. Da quando ho consegnato La fine del mondo non ho più scritto praticamente nulla. Non mi auto-costringo alla scrittura. Penso che gli scrittori veri siano quelli che si mettono davanti al computer, anche se in quel momento vorrebbero stare da tutt’altra parte. Però si costringono a stare lì. Io non solo non mi costringo a stare lì, ma non faccio niente per il resto della giornata. Al massimo leggo, esco, ecc.
SR: E quindi non ti definisci uno scrittore?
FP: Non uno scrittore professionale. Anche perché non ho una cultura letteraria specifica. Quando facevo l’architetto sapevo che cosa facevo, nel senso che sapevo qual era la mia posizione rispetto al panorama del momento, ero molto informato su quello che si faceva e leggevo un sacco di riviste. Adesso invece che scrivo libri non è così.
SR: Un aspetto che mi affascina sempre dei tuoi libri è la lingua perché hai questa capacità di dosare tecnicismi (che siano dall’ambito scientifico, urbanistico, ingegneristico, medico, soprattutto in questo ultimo romanzo) a espressioni colloquiali, del parlato quotidiano. Come sei arrivato a creare questo stile così riconoscibile?
FP: Pensa che io non me lo riconosco. Non sono nemmeno tanto cosciente di questa molteplicità di registri che so che ci sta. Per me non esiste la lingua letteraria. O meglio, quando la incontro, la scarto, la levo. Quando la riconosco in me, cerco poi di correggere, di togliere, di abolirla. Per me esiste la lingua e nella lingua si possono usare tutti i registri nel momento in cui ti servono. Per me è come quando uso i pastelli: istintivamente penso che accanto a quel tipo di colore ci vada quell’altro tipo di colore. Per me la scrittura è una cosa molto spontanea. Quasi semicosciente: io scrivo di getto e poi correggo molto, anche perché la scrittura di getto viene veramente male. Quindi cerco di renderla più leggibile, perché nella scrittura ho degli strani vizi, per esempio piazzo il verbo nel punto sbagliato, però poi lo metto a posto. Questo lavoro di “messa a posto” mi costa molta fatica. E alla fine rileggermi è una cosa che mi fa quasi schifo. In genere non mi piaccio. Poi magari una volta riapro il libro e mi piaccio, poi non mi piaccio per altri tre mesi, quindi non riapro più quello che ho scritto. Ad esempio, La vita in tempo di pace sono dieci anni che non lo rileggo.
SR: Insomma sembra proprio che tu abbia un rapporto molto sofferto con la scrittura…
FP: Sì, ma ho anche momenti di piacere, quando scrivo. Però, siccome scrivo a lotti come tutti – Kerouac ci vuole far credere che ha scritto la striscia di trenta metri senza interruzioni, visto quello che si prendeva può darsi pure, tra l’altro per me è stata una lettura fondamentale, Kerouac – dicevo, scrivo a lotti sulla base di un progetto, ma spesso questo progetto non ce l’ho o nasce a posteriori, come per la Vita in tempo di pace. C’erano dei lotti di scrittura e a un certo punto ho cominciato a immaginare una struttura e poi mi sono accorto che mancavano dei pezzi. E quindi li ho scritti. Ed è stato piuttosto difficile. Sono andato in pensione sostanzialmente per scrivere La vita in tempo di pace, un anno in anticipo rispetto al previsto. Che ho pagato, naturalmente.
SR: Però posso dire che ne è valsa la pena?
FP: Sì, forse sì. Mi ha dato una seconda esistenza, una seconda vita, anche se non la reputo la mia vita, il mio vero mestiere, insomma. Non perché io continui a fare l’architetto, assolutamente no. Quasi tutto quello che avevo di inerente all’architettura l’ho buttato. Centinaia di riviste, di libri. Se non fosse per mia moglie avrei buttato tutto. Lei ha invece conservato alcuni testi, e ha fatto bene perché nel tempo mi sono accorto che questa passione non mi si stacca di dosso, ed è una cosa tremenda.
SR: Poco fa hai citato Kerouac come lettura importante, quindi volevo chiederti quali erano gli autori che senti vicini. Più volte ti viene accostato il nome di Gadda, non solo per il retroterra professionale o le ambientazioni romane, ma anche per l’uso dell’ironia. In realtà ti collego anche ad Andrea Zanzotto, oltre per il sottotesto ecologista, anche per una motivazione personale, dato che in entrambe le occasioni in cui ti ho sentito parlare durante una presentazione era presente Andrea Cortellessa. Quali sono gli autori che senti affini?
FP: Allora affine nessuno. Ammiro molto Gadda, ma come ammiro tanti altri scrittori. Però se devo dire quali sono gli scrittori che mi sono serviti a scrivere, che ho dovuto leggere per sbloccarmi, sono Foster Wallace e Joyce. Fondamentalmente loro. Anche Céline.
SR: Sì, ho visto che lì [ndr: sul tavolo] c’è Londra.
FP: Vero. Però credo di non avere l’intenzione di leggerlo. Vedremo.
SR: A proposito di Wallace: Giacomo in Solo vera è l’estate regala alla cugina Infinite Jest. Ho pensato: ma chi è che regala alla cugina Infinite Jest? Io a mio cugino non potrei mai regalarlo perché non legge.
FP: Io ci ho messo dieci anni prima di leggerlo.
SR: E dove hai trovato la forza di farlo? Perché ogni volta mi dico che è il momento, quest’anno c’è anche l’anniversario…
FP: Beh, se penso a Joyce, l’Ulisse, l’ho cominciato tre volte. E poi la quarta è stata la volta buona, mentre stavo scrivendo Lo stradone, mi pare.
SR: A me è successo così con L’uomo senza qualità: l’ho iniziato tre volte e sono riuscita a leggerlo soltanto l’estate scorsa.
FP: Dato che non ho una formazione letteraria, non ho mai dovuto leggere niente per forza. Per me è stata molto importante, già dai tempi della scuola media, la letteratura americana. Quando è arrivata in Italia. Negli anni Sessanta avevo quindici anni: Hemingway, Faulkner, Dos Passos, Steinbeck. Tutti in edizione economica. Questa letteratura, in confronto a quella che conoscevo io, italiana, era una specie di boccata di aria fresca. Aveva una forza, una potenza, una semplicità. Ho letto quasi tutto Hemingway, che ha delle cose belle e anche delle cose molto brutte, ma non avevo mai letto Fiesta: l’ho letto un paio di anni fa in una nuova traduzione ed è bellissimo. Ed è un libro del ’26 mi pare.
SR: Ah, io non l’ho mai letto, conosco giusto i più famosi, Per chi suona la campana e Il vecchio e il mare.
FP: Lasciali perdere, sono i peggiori. Devi leggere tutti i racconti e Fiesta, ma anche Morte nel pomeriggio, una specie di saggio sulla corrida. Come dice Edmund Wilson lui non è il migliore scrittore della sua epoca, però è il più importante. In realtà quello di cui ti accorgi della letteratura americana è che non ha un passato aristocratico, è una letteratura che serve a vendere e che deve arrivare a tutte le classi sociali che in genere sono tutte quante più o meno ignoranti. Forse chi lo scrive è ignorante perché non è un letterato diciamo all’europea. Questa è una grande lezione per chi esce dal liceo italiano. Per il resto ho avuto per Gadda un’enorme ammirazione, sono già due volte che ci provo col Pasticciaccio: lo trovo talmente bello che lo devo chiudere. Mi è successo anche con Dostoevskij.
SR: Con cosa di Dostoevskij?
FP: Ho cominciato a leggere Dostoevskij in un momento molto difficile della mia vita: da Memorie dal sottosuolo mi sono sentito talmente sputtanato, nel senso che sembrava fosse scritto per me, che l’ho posato. Mi è successo anche con Nietzsche, mi è successo con molti.
SR: Prima hai citato Faulkner: c’è Faulkner nella Fine del mondo, perché a un certo punto il personaggio che dice io, l’uomo in cucina, afferma che non riesce più a leggere un romanzo perché è sempre immerso nel Flusso: «Niente concentrazione: ieri, per non so quanto tempo, ho letto e riletto la prima pagina dell’Urlo e il furore di Faulkner—che credevo fosse alla mia portata—senza riuscire a capirci niente. È certamente difficile e chiuso: è suo diritto esserlo e quasi lo ammiro per questo. Sono convinto che in una mia vita precedente, non so quanto precedente, l’avrei affrontato senza problemi. Oggi non ce la faccio. Non solo perché sono in età, ma anche, soprattutto, perché ormai sono distratto, anzi travolto dal Flusso». Quindi mi chiedo: sono anni ormai che si dice sempre che il romanzo è morto, però poi si continuano a pubblicare e leggere romanzi. Insomma, è vero che non può più rappresentare questo presente così parcellizzato, così istantaneo?
FP: Guarda, è una domanda alla quale non so rispondere. Posso dirti che quando parliamo di romanzo, fondamentalmente ci riferiamo ancora al romanzo borghese otto-novecentesco, per quanto poi i borghesi si siano fatti carico anche dalla cultura proletaria, quindi hanno scritto romanzi extra-classe: di fantascienza, realistici, surrealisti, borghesi, proletari, piccolo-borghesi soprattutto. Adesso direi che la forma prevalente del romanzo italiano è cetomedioide Un ceto medio che però non racconta tanto sé stesso com’è—sarebbe interessante—quanto come vorrebbe essere: insomma non si auto-analizza, si auto-racconta e basta. Ma sto parlando a sensazione, perché non leggo quasi nulla del presente, tranne alcuni autori che seguo. Questo non tanto perché penso che siano qualitativamente peggiori di quelli che sono venuti prima di loro, quanto perché mi sono stancato di leggere fiction, e anche di vederla sotto forma verbo-visiva. E forse sono anche stanco di scriverla. Forse.
SR: Sempre a proposito di scrittura: che ne pensi dell’intelligenza artificiale?
FP: Non ho grande esperienza, ho avuto pochi rapporti con l’intelligenza artificiale e non ho manco capito bene a che cosa possa servire. Però quelle poche volte che l’ho usato sono rimasto impressionato. Un pomeriggio, mentre stavo riguardando dei miei file, avevo trovato un vecchio progetto degli anni Novanta, gli appunti per un saggio sulla teoria degli oggetti. Allora gli ho chiesto: ma tu come la faresti una scaletta di un saggio di Teoria generale degli oggetti? Prima non sapeva bene che dire, ma io insistevo e piano piano ha tirato fuori una scaletta stupenda. Mi ha anche dato una bibliografia, io ho detto che non sapevo come procurarmi quei testi e che alcuni stavano in America e gli ho chiesto di farmi un riassunto. E me l’ha fatto. Io lì ho pronto questo progetto, che ovviamente devo leggere con attenzione, ma sono rimasto molto colpito. Oppure proprio ieri mi ha scritto una mia amica che lavora a Milano e fa maglieria artigianale e ha chiesto all’intelligenza artificiale di farle degli slogan pubblicitari: mi ha mandato il risultato, che per molti versi ho trovato straordinario. O ancora un amico, forse due anni fa, che insegna informatica umanistica a RomaTre, mi ha raccontato di un esperimento che ha fatto con i suoi studenti: ha chiesto all’intelligenza artificiale di scrivere un racconto nello stile di Francesco Pecoraro. Un disastro. Ma sono sicuro che se lo facesse adesso sarebbe già molto diverso. Poi ci ho provato anch’io ed è uscito fuori anche lì una cosa disastrosa perché si è andato a pescare rapidissimamente una serie di opinioni per farsi un’idea di chi cazzo fossi io. E quindi ha trovato una serie di definizioni ricorrenti e ha costruito una cosa amarissima. Mentre io non sono uno scrittore amarissimo.
SR: No, infatti. Non mi ricordo chi durante un’intervista in radio aveva definito l’ultimo libro molto pessimista e tu invece avevi che non era vero, che non ti senti pessimista, ma realista.
FP: Io non mi sento né comico né pessimista, a dirti la verità. Però mi escono fuori dei pezzi comici e dei pezzi pessimisti. Io credo che nella nostra vita, nel nostro modo di pensare al mondo esista sia il pessimismo che l’ironia, che la comicità.
SR: Invece ti volevo leggere questa citazione da Seminario sulla gioventù di Busi: a me l’incipit è sempre piaciuto molto – più del libro in sé – e volevo rifletterci con te perché il tema della giovinezza attraversa un po’ tutti i tuoi libri: «Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, di essercela tanto presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quando si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato».
FP: L’incipit è molto bello, però non lo condivido, perché ogni dolore della mia vita è presente come se fosse successo ieri. Se ripenso a una gita di amici, quando andavamo a sciare a Monte Livata – ’na cosa de ’na tristezza, io proprio non mi ero mai messo sugli sci in vita mia – e penso alle cose che dissi e quello che feci in quella gita, io ti assicuro che mi viene da fare aaaaaaah e questa cosa mi succede quasi ogni giorno, e riprovo esattamente lo stesso senso di vergogna. La vergogna è più devastante del dolore.
SR: Nell’ultimo romanzo, La fine del mondo, c’è una parte che mi ha fatto sorridere. Il personaggio che dice io ha una parola preferita, quella «che pronunciava più spesso: aveva una sua forza, come se fosse capace di tagliare, ferire la realtà, una forma di difesa dall’ignoto incombente». E volevo chiederti qual era la tua parola preferita, se coincideva con questa oppure se era un’altra.
FP: Guarda, io ce ne ho parecchie di parole preferite. Quando abbiamo fatto un’antologia delle parole preferite degli scrittori, ho fatto la voce ‘scrauso’. Scrauso per tanto tempo è stata la mia parola preferita. Adesso non saprei dire qual è.
SR: E invece architettonicamente qual è la tua città preferita?
FP: In genere la città ci piace per gli edifici, per le persone, per il clima meteorologico, per quello sociale, per la cordialità, insomma, ci piace per una serie di motivi. Quindi è difficile estrapolarne solo l’architettura. Io dico sempre che le città sono tutte belle. Anche Pomezia. Perché, insomma, se hai l’occhio, ci vedi molte cose: nelle città c’è scritto tutto. Sta scritto sulle facciate dei palazzi chi sono gli abitanti, che cosa sono stati, eccetera. Anche la Roma schifosa di cui parlo spesso nei miei libri in realtà mi piace. Mi piace perché mi dice qualcosa.
SR: Rimaniamo sempre sulla scia di queste curiosità. Non abbiamo parlato mai di Grecia oggi, che è onnipresente nei tuoi romanzi: volevo chiederti se hai una divinità greca preferita.
FP Mi stanno immensamente tutte sul cazzo. A me sono piaciuti molto i poemi omerici, quando li ho fatti a scuola, poi li ho riletti, e li ho sempre continuati a leggere. Adesso la casa editrice mi ha regalato l’Iliade di Ventre, che fa una traduzione molto barbarica. Mi stavo riguardando proprio ieri sera l’Odissea della Rai con Bekim Fehmiu, la trasposizione più bella tra quelle che ho visto.
SR: Quindi del pantheon greco non salviamo proprio nessuno?
FP: No, vedi, se io vado in Grecia, non ci vado perché ci sono stati gli dèi. La Grecia per me è un’altra storia. Quando parlo di Grecia parlo dell’isola, esclusivamente della mia isola, che è molto grande e dove c’è un villaggetto dove vado tutti gli anni, da tanti anni, dove sto bene e dove in passato ho trovato la felicità. E ancora provo qualche sprazzo di felicità quando sono lì, nell’acqua.
SR: Torniamo ai tuoi libri senza lasciare la Storia, il passato: all’inizio della Vita in tempo di pace, Ivo Brandani dice che non riesce mai «a farsi una ragione della caduta di Bisanzio»; qual è l’evento storico di cui Francesco Pecoraro non riesce a farsi una ragione?
FP: Questa è una frase che ho copiato da uno scrittore sudamericano che però non ricordo chi è, e dice che non si è mai potuto consolare della perdita di Bisanzio da parte della cultura occidentale. Secondo me è una buona affermazione, l’ho trasferita nel libro e l’ho fatta diventare un rimpianto di Brandani. Per quanto mi riguarda è la Prima guerra mondiale. È quasi insostenibile per me occuparmi di quella cosa lì, è stata uno sterminio. È vero che sono mancati i grandi bombardamenti urbani e la guerra contro i civili, perché chi stava al fronte stava al fronte, mentre gli altri facevano la loro vita. Questo è cambiato perché adesso la guerra è sempre contro i civili. Guarda quello che è successo a Gaza e guarda quello che è successo in Ucraina. Si cerca di fiaccare il paese e il suo corpo sociale civile, il che è orribile. In questo periodo sto cercando di scrivere una cosa sulle distruzioni delle case. È veramente una profanazione terribile, perché la casa è come se fosse una seconda pelle, dove regna il senso dello stare dentro, dell’intimità, della domesticità, cioè della protezione fisica dal resto del mondo. Io disegno da tanto tempo, e ultimamente cioè dai primi tempi del Covid facevo delle cose non figurali, però dotate, forse mio malgrado, di un certo ordine. Poi c’è stata un’esposizione continua della distruzione delle città ucraine, poi Gaza, prima sventrata e poi completamente polverizzata. Io non sono riuscito più a fare cose intere. Sempre pezzi. Mi sono messo un po’ a disegnare Gaza e un po’ a disegnare cose destrutturate. Adesso sto cercando di recuperare, ma non so se ne sono in grado. È come se in testa mi si fosse frantumata l’idea della città come permanenza oltre l’uomo, alimentata, credo, dall’essere nato e vissuto nella compresenza dell’Antico col Contemporaneo.
SR: Hai detto che per il momento non vuoi scrivere altro, che non hai progetti per il futuro.
FP: Per adesso ho un saggio molto breve da scrivere e sto nicchiando perché non ho un’idea. Sto studiando, ma non mi va di studiare, non voglio studiare.
SR: E invece tornando alla letteratura che rapporto hai con la forma del racconto?
FR: Ma sai, io mi ero bloccato sulla Vita in tempo di pace, non sapevo bene come andare avanti finché il mio amico Tommaso Pincio mi disse «guarda che…» – o lo disse qualcuno, non mi ricordo, insomma fatto sta che io lo attribuisco a lui –: «mentre un racconto deve essere perfetto, non chiediamo al romanzo di essere perfetto, anzi, al contrario, no? Il romanzo può essere pieno di variazioni, di casini, anche di ripetizioni…».
SR: Sì è vero, un romanzo può avere anche parti più deboli, a un romanzo lo possiamo perdonare, il racconto deve essere proprio…
FP: Il racconto deve essere tirato, capito? E io tutte le volte che penso a questa frase, penso pure al Grande Gatsby di Fitzgerald, che invece è un romanzo scritto come fosse un racconto, praticamente perfetto, ed è impressionante, perché pochi altri l’hanno fatto, non so adesso, magari se ci pensiamo qualcun altro ci viene, ecco per esempio anche Fiesta di Hemingway è scritto come fosse un racconto.
SR: E come autori di racconti chi consiglieresti?
FP: Io adoro i racconti, li ho sempre adorati. Mi piacevano moltissimo i racconti di Verga e anche quelli di Pirandello. Mi piacevano moltissimo i racconti francesi, come quelli di Maupassant. Poi i racconti americani. Direi che gli americani e i francesi hanno portato qualcosa di nuovo al genere e hanno insidiato l’egemonia del romanzo. Mi piacevano molto i racconti di fantascienza anche se alcuni erano brutti, scritti male, ma con dei contenuti interessanti. Il racconto è una forma breve che ho sempre frequentato, tra gli italiani un autore per me fondamentale è Fenoglio. L’ho letto quasi tutto, e trovo i suoi racconti molto belli. Tra l’altro è uno dei pochissimi autori su cui ho scritto qualcosa, un saggio su un numero monografico di una rivista.
SR: Un mio professore dell’università mi aveva detto che chi ama i racconti poi ama anche la poesia, perché chi cerca in qualche modo la narrazione breve ama anche i versi. Tu che rapporto hai con i poeti?
FP: La poesia è la prima cosa che ho cominciato a scrivere. Il libretto di poesia che ho scritto, Primordio vertebrale, oggi non lo scriverei così, lo scriverei in maniera molto diversa, mentre lo stesso non posso dire di un romanzo. Un testo semi-poetico che non rinnego è Nodulo (Tic edizioni, 2021), che parte dall’esperienza di una malattia. Non sono d’accordo con questo parallelismo tra poesia e forma breve, secondo me non hanno nulla a che fare uno con l’altro. Per me l’introduzione alla poesia fu Sandro Penna, che trovo ancora straordinario. In generale la poesia mi piace. Anche se non è un genere che leggo spesso, il titolo di un mio romanzo è il verso di una poesia di Sereni che inizia così: «Solo vera è l’estate e questa sua/ luce che vi livella». Per me conta solo l’estate.