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pubblicato 10 ore fa in Interviste

Net Slov, il portale delle parole intraducibili

un'intervista a Jo Violet Hart

Net Slov, il portale delle parole intraducibili

Abbiamo scoperto Net Slov per caso e ci ha incuriosito subito, un po’ come tutte le realtà fatte di parole, tra significanti e significati, forme e contenuti, per quanto si tratti di dimensioni inscindibili. Partiamo da una domanda scontata: che cos’è Net Slov? Come nasce?

Nasce da una ricerca molto personale, quasi terapeutica. Cercavo parole che dessero forma a quello che mi accadeva dentro: cercavo in italiano, in russo, in inglese. Strada facendo, ho scoperto che esistevano termini per cui nessuna lingua aveva una traduzione diretta. Non perché quel sentimento fosse alieno agli altri (il sentire è comune a tutti) ma, se un’emozione non viene nominata da una cultura, resta in qualche modo inaccessibile, perché non ha ancora una forma, un corpo. Ho iniziato a salvare questi termini ovunque: articoli trovati qua e là sul web, spesso in inglese, appunti sparsi, frammenti rubati ai libri.

Il momento zero è arrivato nel 2016, durante un corso di web design. Dovevo presentare il progetto finale e, mentre tutti si aspettavano un feedback su codice, responsive design e user experience, l’esaminatore ha guardato lo schermo e mi ha chiesto: «Ma perché hai fatto questo? A cosa serve?».

È una domanda che mi ha colpita, perché implicitamente mi diceva che avevo creato qualcosa senza una funzione pratica immediata. Insomma, qualcosa di inutilmente necessario. Ma proprio da quella provocazione ho capito che lo spazio che cercavo non esisteva ancora e che c’era bisogno di creare una rete di accesso libero, una sorta di Wikipedia delle parole intraducibili.

Anche il nome e il sottotitolo sono nati lì. Net Slov (Нет Cлов) in russo significa letteralmente «senza parole»: è un omaggio alle mie radici, ma descrive anche quella sensazione che ti toglie il fiato, quando le parole non bastano più. «Portale delle parole intraducibili», invece, gioca su due piani. Da un lato c’è l’accezione tecnica legata al web, una porta d’ingresso da cui gli utenti iniziano la navigazione. Dall’altro mi piaceva l’idea del portale come soglia, un passaggio verso una dimensione culturale fino a quel momento sconosciuta.

All’epoca c’erano forse trenta lingue e alcune illustrazioni. Il focus era costruire lo spazio in sé, la struttura. Le parole e la catalogazione sono arrivate dopo, nel tempo, con la ricerca.

La storia della torre di Babele è forse una delle più solenni e perturbanti che l’uomo abbia mai concepito. L’esistenza di molte lingue – alcune delle quali morte, sconosciute, impossibili – è una grande ricchezza, benché secondo la Bibbia sia un castigo divino e comporti un’incomunicabilità radicale. Parlando lingue diverse, le persone si possono capire davvero? Come pacificarsi col fatto che qualcosa resta sempre inespresso, o che si perda qualcosa, o che possano nascere equivoci, malintesi, incomprensioni?

Prima di rispondere, mi viene spontanea una domanda: le persone che parlano la stessa lingua si capiscono davvero?

La torre di Babele mi ha sempre affascinata per quello che racconta al di là della superficie. Per come la vedo io, non è una storia sulla lingua, è una storia sulla perdita del contatto. Nel mito, gli uomini sono tutti rivolti verso la torre e verso il cielo, non gli uni verso gli altri. Il progetto grandioso, con l’unico obiettivo di arrivare in alto, toccare Dio e dimostrare di poter bastare a se stessi, prende il posto della relazione. La superbia, in questa lettura, è l’illusione dell’autosufficienza: il credere di poter arrivare ovunque da soli, senza riconoscere che esistiamo sempre in relazione all’ambiente e a chi ci abita. Questo ripiegamento su se stessi finisce per restringere il campo dell’ascolto fino a chiuderlo del tutto.

Dagli studi in gestalt terapia ho vissuto qualcosa che risuona con questa lettura. La comunicazione (dalla radice latina communicare, mettere in comune) non è un semplice scambio di parole, ma un processo che accade in modo spontaneo, spesso senza che ce ne rendiamo conto: un silenzio, una tensione nel corpo, uno sguardo, un’esitazione. Tutto comunica, anche quando non parliamo. E accade al confine di contatto, quella soglia dove io e l’altro ci incontriamo. Lì emerge uno spazio che non appartiene né all’uno né all’altro; in gestalt lo chiamano il «tra»: il campo che può nascere solo nell’incontro, come la musica che esiste solo finché qualcuno suona e qualcuno ascolta.

Da questa prospettiva, l’incomunicabilità non nasce dalla diversità delle lingue. Anche chi parla la stessa lingua può restare murato dentro se stesso. Quello che rende possibile la comprensione è la capacità di entrare in contatto autentico, il che non significa fondersi con l’altro, annullare le differenze o capire tutto. Significa abitare la relazione senza difese, permettendo all’altro di raggiungerci davvero.

Se il contatto autentico è lo spazio in cui l’incontro può accadere, l’empatia è uno dei modi più profondi di abitarlo e compie il percorso opposto alla superbia. Laddove la superbia alza i muri dell’arroganza e della presunzione, l’empatia si fa accoglienza: non cerca di assimilare l’altro o di ridurlo a qualcosa di già noto, ma fa spazio a ciò che in lui resta vivo, mobile, oltre la nostra comprensione. È proprio in quel fare spazio, senza la pretesa di possederlo, che l’incontro diventa possibile. La superbia dice «non ho bisogno dell’altro». L’empatia risponde «non posso essere pienamente me stessa senza l’altro». La prima è un monologo che si esaurisce in se stesso. La seconda è un dialogo che avviene sulla soglia.

Forse la vera risposta a Babele non è trovare una lingua universale. È coltivare quella capacità profondamente umana di incontrarsi al confine, là dove il significato non viene imposto da uno solo ma emerge dalla relazione. Le parole intraducibili, in fondo, nascono esattamente lì. Qualcuno ha sentito qualcosa al limite del dicibile e ha deciso di dargli un nome. Nominare il sentire è già un gesto verso l’altro.

Creare un glossario di parole che non hanno un corrispettivo in un’altra lingua vuol dire anche interrogarsi implicitamente sull’essenza del passaggio da una lingua all’altra: tradurre è sempre tradire?

Dipende a cosa scegliamo di essere fedeli. Se per fedeltà intendiamo il letteralismo, ovvero la pretesa di trovare un’equivalenza esatta tra due vocaboli, allora sì, ogni traduzione rischia di essere una forzatura. Ogni lingua è un sistema di segni che organizza il mondo a modo suo e traccia confini diversi intorno alle esperienze. Cercare un corrispettivo esatto è come pretendere che due mappe disegnate su territori vissuti diversamente coincidano punto per punto. È il tentativo di traslocare un oggetto in una casa che non è stata costruita per contenerlo.

Mi sento molto vicina alla visione di Boris Pasternak. Quando ha tradotto Shakespeare in russo, ha cercato di restituire il nervo, la forza viscerale, quello che lui chiamava «l’impressione della vita vera» contro la «morta letteratura». Diceva che la precisione letterale uccide lo spirito del testo. Il traduttore non è un copista: è qualcuno che abita così profondamente l’originale da poterlo far nascere di nuovo. Tradurre, in questo senso, diventa un mezzo di comunicazione tra culture.

È un po’ quello che succede con i grandi doppiaggi nel cinema. Quando un doppiatore riesce a ricreare l’anima di un personaggio (non solo le parole, ma anche il modo in cui respira o esita) quella voce ci raggiunge così in profondità da diventare inseparabile dal personaggio stesso. Il risultato, a volte, tocca corde persino più intense dell’originale, perché è pienamente vivo nel nuovo spazio relazionale. Più che un tradimento, per me è un profondo atto di ospitalità.

Le parole intraducibili sono quelle che si rifiutano di farsi addomesticare in un sinonimo forzato e non trovano una casa altrove. Su Net Slov, e soprattutto nel blog, si accetta lo scarto e si costruisce una stanza intorno a ogni termine, per raccontare l’esperienza che porta dentro.

Come si può scrivere la definizione di una parola “intraducibile”?

Prima di scrivere e definire, bisogna sentire. Lasciarsi attraversare richiede qualcosa di preciso: fermarsi, ascoltare con presenza, permettere che la parola emerga nella sua interezza prima di tentare di descriverla. È un atto di empatia verso una cultura che ha dato nome a una sfumatura dell’esperienza che altrove rimane ancora senza contorni precisi.

Solo dopo, quando si è creato quello spazio, la definizione può emergere. Non come traduzione, non come equivalente, ma come accompagnamento. Non si porta la parola verso di noi. Si accompagna il lettore verso di lei.

Conosci il libro Lost in translation di Ella Frances Sanders (trad. di Italia Piperno, Marcos y Marcos)? Navigando tra le voci di Net Slov ci è subito venuto in mente.

Lo conosco, sì. Quando si inizia a cercare e a viaggiare tra le parole intraducibili sul web, è un titolo che si incrocia molto facilmente.

A dire il vero non l’ho mai comprato. L’ho incontrato e sfogliato online, e alla fine ho deciso di inserirlo tra le risorse del sito perché è un lavoro molto curato, visivo, ed è un tassello prezioso per chiunque ami perdersi in questo mondo.

Mi ha colpita la parola che usa per descriverle: grimaldelli. È esatta. Le parole intraducibili sbloccano serrature che non sapevamo di avere, aprono l’accesso a emozioni che esistevano già, ma che non avevamo ancora il modo di nominare. È esattamente per questo che continuano ad affascinarmi.

Che poi il libro sia venuto in mente navigando su Net Slov, mi fa davvero molto piacere.

Al momento il portale ospita 274 voci da 74 lingue. Come trovi le parole che finiscono su Net Slov?

La ricerca è cambiata nel tempo. All’inizio è nata da un viaggio personale, esplorando articoli sparsi sul web, frammenti rubati ai libri o spunti nati da raccolte come Non ho parole. Espressioni curiose da tutto il mondo di Yolande Zauberman e Paulina Mikol Spiechowicz. Il materiale esisteva già, ma era disperso, senza una casa unica.

Oggi che il portale ha una base solida, la ricerca è diventata più mirata. Spesso vado a caccia delle geografie mancanti: guardo la mappa di Net Slov, cerco le lingue che non sono ancora presenti e inizio a scavare. Oppure faccio il percorso inverso: se leggendo un libro o un articolo incontro la descrizione di una sfumatura emotiva particolare, cerco se in qualche parte del mondo esista già una parola per nominarla. E poi c’è la bellezza della rete relazionale: a volte sono le persone interessate a suggerirmi dei termini, com’è successo di recente per l’esperanto.

Sul web si trova tantissimo materiale, ma non tutto è adatto. Quello che guida la scelta è la profondità del contesto: spesso è difficilissimo risalire alle radici culturali di un termine, e se una parola rimane piatta, come una fredda voce di dizionario, preferisco lasciarla andare. Porto su Net Slov solo quelle parole che hanno una storia viva dietro, quelle che permettono di offrire al lettore più contesti, più sfumature, più immagini per abitarle. Se posso costruirle intorno una stanza accogliente, allora quella parola ha trovato la sua casa.

Qual è la tua parola preferita? Perché? Ci ha colpito Kodawari, ovvero «la dedizione meticolosa a un compito o un’arte per soddisfare uno standard personale — non per approvazione esterna ma per rispetto verso sé stessi e il proprio lavoro».

Scegliere una parola preferita è un po’ come scegliere una canzone preferita: dipende dal periodo, dallo stato emotivo, da quello che si sta attraversando. Adesso, in questo momento di ritorno, non c’è una sola risposta. C’è piuttosto una costellazione di parole che sento vicine, quasi come un orientamento interiore.

Sento il bisogno di abitare lo spazio delle relazioni attraverso Ubuntu e di mettere una cura intima, una parte di me, in tutto ciò che faccio, come insegna Meraki. Ma soprattutto, in questo momento mi risuona profondamente Sozidatel’nost’ : la scelta consapevole di orientare i propri pensieri e le proprie azioni verso la creazione di un bene, verso il miglioramento di ciò che ci circonda e, in fondo, verso la conoscenza di se stessi. È un cammino che si alimenta dell’abbraccio quotidiano di Hygge e che impara a muoversi grazie a Gönül, quel cuore profondo che percepisce oltre le parole.

In questa mappa, Kodawari, che avete citato voi, è una bussola silenziosa: descrive esattamente il modo in cui vorrei muovermi, per rispetto verso ciò che si sta creando e non per soddisfare aspettative esterne. È il mio modo per rimanere consapevole, per fare scelte autentiche che nascono dal cuore e non dalla paura, proteggendomi dal rischio di scivolare nel Lìtost.