I “Giorni futuri” di Gabriella Dal Lago
crescere non ci renderà adulti
E che è implicitamente questa la ragione del suo silenzio: un disallineamento, l’incapacità di viaggiare con la stessa velocità media – che poi è la ragione principale della fine di qualsiasi storia d’amore, nonostante le storie che ci raccontiamo per sopravvivere.
Si fatica a pensare a qualcosa di più codificato, nell’immaginario letterario e cinematografico, della fine di un amore. Le incomprensioni, i tradimenti, il momento esatto in cui qualcosa smette di essere possibile o recuperabile: conosciamo ogni gesto, ogni liturgia dell’addio sentimentale. Ma quante volte siamo stati capaci di dare forma, parole, immagini alla fine di un’amicizia?
Irene e Ottavia sono amiche e non potrebbero essere più diverse: ciascuna, agli occhi dell’altra rispecchia un modo di stare al mondo differente, a tratti invidiabile. Le separano le famiglie da cui provengono, il posto occupato tra i compagni, il modo di immaginare il proprio futuro. Una cresce in una casa accogliente, l’altra accanto a una madre più concentrata su sé stessa che sulla figlia; una rimane nascosta, l’altra diventa popolare durante il liceo; una è determinata a seguire il suo piano per il futuro, l’altra procede per tentativi, trovando solo più tardi la propria strada.
Il romanzo si apre con il ritorno di Irene a Torino, dopo aver lasciato New York, Jaimie e la promessa di una vita insieme. In città tutto è rimasto uguale, ma non è lo stesso. Le strade, le case, certi modi di parlare e di riconoscersi continuano a esistere ma hanno perso quella patina di meraviglia e temporaneità che avevano durante gli anni del liceo. Tornare significa misurare lo scarto tra ciò che si è stati e ciò che si pensava di diventare, tra la vita immaginata e quella che, senza fare troppo rumore, ha preso il suo posto. Irene osserva la città da una posizione laterale:
Non le dispiace quel ruolo da uditrice: seguire le conversazioni ma intervenire raramente, è quello che fanno le persone come lei, le persone che ritornano ogni tanto, che si infilano negli spazi di chi costruisce la propria vita intorno al conforto della quotidianità.
Non è del tutto estranea a quei luoghi e a quelle persone, ma non può nemmeno sentirsi parte della vita che è continuata senza di lei. Brancola negli spazi degli altri, in abitudini che non ha contribuito a costruire e in quella distanza intercetta uno stato d’animo comune a chi ha vissuto in luoghi diversi: la sensazione di appartenere a più vite senza sentirsi davvero interi in nessuna. Neanche il ritorno, infatti, coincide mai con una vera appartenenza; piuttosto costringe a misurarsi con ciò che nel frattempo è andato avanti e con ciò che di sé è rimasto sospeso altrove.
Proprio per questo diventa significativo lo stupore che prova quando viene aggiunta a un gruppo WhatsApp con gli altri amici, il «tepore delle serate passate a giocare ai giochi da tavolo, le cene in cui ognuno porta qualcosa. Sentirsi a casa».
La quotidianità che all’inizio sembrava appartenerle solo di riflesso, come una trama di gesti e abitudini intrecciata dagli altri in cui lei non sapeva ancora inserirsi, diventa accessibile. Dopo anni trascorsi altrove Irene sembra capire che una vita non si misura soltanto dalla traiettoria che prende, dai luoghi in cui conduce o da ciò che permette di lasciare indietro, ma anche dalla possibilità di dividere il tempo con qualcuno, potersi di nuovo riconoscere in una continuità condivisa.
Giorni futuri (Einaudi, 2026) si inserisce in questa fessura, nella soglia tra l’essere adulti e il non sentircisi. Gabriella Dal Lago firma un romanzo generazionale che intercetta la condizione più intima dei millennial: la difficoltà di dare una direzione alla propria vita, mentre l’età adulta arriva come una somma di cose da affrontare – la fine di una relazione, la malattia della madre, il ritorno in una città che non coincide più con i ricordi – quando ancora non si sa bene che cosa significhi essere cresciuti.
La vicenda di Irene e Ottavia resta prima di tutto la storia di due persone, della loro amicizia, del loro silenzio e del modo in cui provano a ritrovarsi dopo anni. Eppure in questa storia individuale si riconoscono le inquietudini di un’intera generazione: il precariato, l’insicurezza, la sensazione di non avere mai davvero in mano la propria vita, la difficoltà di immaginare il futuro come qualcosa di stabile.
Tra loro non c’è un grande litigio, un momento a cui tornare per dire è successo quella volta, è lì che è finita. Ed è forse per questo che è così facile riconoscersi nella loro storia. Perché spesso dopo aver passato anni insieme, dopo aver condiviso il banco di scuola, dopo aver vissuto in una forma di simbiosi, succede che ci si perde, senza accorgersene. Un parola, un comportamento, una leggerezza che per una non ha peso, per l’altra diventa una scheggia impossibile da togliere; poi, con il tempo, qualcosa di più ingombrante, difficile da spostare.
Il loro ritrovarsi colmo di bene, rabbia e tenerezza pone il lettore di fronte a una verità scomoda: non esiste una memoria comune solo perché si è vissuta la stessa storia. E più si cresce più diventa difficile entrare nello spazio dell’altro, mettersi nei suoi panni, accettare che il nostro ricordo non sia l’unico possibile e che, a volte, per ricominciare è necessario mettere in discussione l’immagine che avevamo di noi stessi.
Nella sua costruzione il romanzo sembra dare seguito a questa idea: non basta una sola voce per raccontare un legame. Dal Lago ci porta progressivamente dentro lo sguardo di Irene, per poi lasciare entrare Ottavia, che non conferma né smentisce l’altra, ma mostra come lo stesso passato possa cambiare forma da una memoria all’altra, portandosi dietro ferite e ricordi che non occupano lo stesso posto. Più avanti anche Pietro – il ragazzo bello e irraggiungibile del liceo – allarga il campo: il suo punto di vista lo sottrae al ruolo di semplice proiezione del passato. Da vicino, il ragazzo desiderato di allora perde compattezza; resta il fascino di ciò che è stato, ma incrinato a un presente meno risolto: un segreto che non riesce a dire, l’impaccio nel rapporto con Irene, una vita più opaca dell’immagine rimasta addosso agli anni del liceo.
L’autrice segue questi spostamenti senza irrigidirli, con una lingua vicina ai personaggi, al loro modo di pensare e di parlare. La terza persona si appoggia di volta in volta allo sguardo di Irene, Ottavia, Pietro, lasciando che ciascuno porti nel racconto il proprio modo di percepire il passato e di difendersi dal presente.
È una lingua viva, mai piatta, capace di restituire il ritmo di una generazione senza trasformarlo in posa. Le conversazione, le chat, il discorso indiretto entrano nella pagina con naturalezza, accanto a momenti più riflessivi, in cui l’incertezza dei personaggi trova una formulazione più nitida:
I suoi desideri, invece, assumevano una forma gelatinosa e instabile, ed era semplice scambiarli più per capricci che per volontà, per passi falsi più che per direzioni da seguire. Se solo fosse stata più determinata; se solo fosse stata più speciale; se solo fosse stata più capace. La storia non si fa né con i se né con i ma, diceva al liceo il loro professore di filosofia. Aveva ragione, però era comunque difficile non tenerli in conto.
I giorni futuri, allora, talvolta tanto agognati, non sono quelli in cui tutto si chiarisce e prende forma. Sono quelli, invece, in cui si scopre che il futuro è già passato da un pezzo; quelli che non hanno la luce netta delle promesse fatte da ragazzi, né la solidità che attribuivamo all’età adulta. Sono i giorni del tempo intermedio, non più abbastanza giovani da poterci assolvere, non ancora sufficientemente adulti da capirci fino in fondo. E forse non resta che questo: smettere di inseguire una versione definitiva di sé e imparare a riconoscersi anche nelle forme mancate, incerte, provvisorie. Quelle che abbiamo cercato di nascondere, quelle che un’amica ha visto ancor prima di noi, quelle da cui, prima o poi, bisogna ripartire.