Federica Ceccarelli
pubblicato 2 ore fa in Recensioni

“I taccuini del coccodrillo” di Qiu Miaojin

“I taccuini del coccodrillo” di Qiu Miaojin

Ho calato l’ascia della crudeltà. Sulla vita, su me stessa, sugli altri. In risposta all’istinto animale, all’etica, all’estetica, alla metafisica e al fulcro che le tiene insieme. Ventidue anni. Virgola.

E Shui-ling, che ne era stato di lei? Era diventata Nüwa, la dea madre, risucchiata nella conchiglia delle mie rimozioni. Nuotava sul fondale tra i coralli, dove si aprono cavità scavate dal tempo e germogli rosa di carne viva, e ancora più giù, fino al midollo umido e nero delle ossa. Ma se, nel mare dell’inconscio, esploravo l’anfratto sbagliato, Nüwa balzava fuori dalla conchiglia e plasmava la mia mente intorpidita dall’alcol, per riparare la membrana sottile che il desiderio dirompente aveva lacerato.

Poche autrici hanno avuto la fama e lo status iconico nella cultura queer sinofona (e non solo) come Qiu Miaojin. Forse perché in soli due romanzi ha raccontato cosa significa essere una donna lesbica in una società ancora patriarcale, ha ritratto gli abissi dell’emotività umana con acume disarmante, ha sperimentato coraggiosamente con stili e riferimenti, forse per tutte queste e altre ragioni, non ultima la sua figura da scrittrice tormentata. Oggi, dopo più di trent’anni dalla pubblicazione originale nel 1994, esce finalmente per Add Editore, nella traduzione di Silvia Pozzi, la sua opera più nota: I taccuini del coccodrillo. E questa è una di quelle notizie che ci emozionano e di cui non potevamo non scrivere.

Gli otto taccuini che compongono il romanzo raccontano gli anni universitari della giovane Lazi (un termine slang per indicare una donna lesbica, diventato popolare anche grazie al libro di Qiu), che si definisce inequivocabilmente “una donna che ama le donne”. Lazi è una studentessa fuorisede a Taipei, e conduce una vita da bohemienne: cambia continuamente casa e soprattutto legge e guarda film stranieri, nutrendosi dei riferimenti culturali più disparati, finalmente disponibili alla popolazione taiwanese dopo la fine della legge marziale nel 1987, anno in cui inizia la narrazione. Lazi acquisisce progressivamente consapevolezza di sé, del proprio corpo e della propria sessualità. La relazione che la segna incontrovertibilmente è quella con la sfuggente Shui-ling: l’impossibilità di questo amore trascina la protagonista in un vortice di pensieri e riflessioni sulla complessità del desiderio e dei rapporti umani. Attorno a loro si alternano personaggi e sentimenti altrettanto significativi, come l’amicizia ambigua con il tormentato Meng-sheng, la storia altalenante tra le compagne Tun-tun e Zhi-rou, la convivenza straziante con Hsiao-fan.

La narrazione in prima persona della formazione emotiva di Lazi è intervallata dal racconto in terza persona delle vicende che vedono protagonista un coccodrillo. Se la cosa appare da subito straniante, nel corso del romanzo lo diventa ancora di più: il coccodrillo gira per la città, guarda le vetrine, ama i bignè e ascolta i notiziari. Il tutto sotto un travestimento da essere umano, per evitare che le persone possano scoprirlo ed escluderlo o punirlo a causa della sua natura. Giuristi, psicologi ed esperti vari propongono servizi e opinioni sui coccodrilli, in preda a una sorta di mania collettiva per la loro diffusione che suscita fascino e repulsione, curiosità e spavento. La metafora del coccodrillo, per quanto giocosa, è un’accusa diretta e feroce. Negli anni della diffusione massiva delle televisioni e delle videocamere, Qiu Miaojin costruisce un’allegoria sorprendente della mediatizzazione dell’omosessualità, della tensione tra marginalizzazione e voyeurismo che oggi, all’epoca dei social, risulta più attuale che mai.

I taccuini del coccodrillo è dunque un pezzo di storia del movimento queer taiwanese, ma relegarlo solo alla sua funzione di critica sociale sarebbe estremamente riduttivo: è anche, e soprattutto, una prova letteraria coraggiosa, un tentativo di sperimentazione tra temi e generi, un omaggio ai riferimenti culturali che lo hanno contaminato. Qiu Miaojin traveste un coccodrillo da Jean Genet e una ragazza lesbica da Derek Jarman, strappando e ricucendo le scene come una regista d’avanguardia, e tessendo una fitta rete di citazioni, richiami e dediche a scrittori e autori cinematografici. Lo stile frammentario ed evocativo abbonda di metafore e cesure che rispecchiano lo stato emotivo di Lazi. Qiu Miaojin scrive un libro che a tratti fa sorridere, ma che non esita a scendere nelle parti più profonde e aspre dei rapporti umani. E questo, suggerisce l’autrice, implica un equilibrio fragile tra le emozioni più positive e quelle più distruttive.

L’opera di Qiu è effettivamente oscura, spesso perfino torbida, lontana dall’immagine gioiosa, sfavillante e colorata di (certi) pride contemporanei. Il suicidio della scrittrice, avvenuto a Parigi quando aveva solo ventisei anni, ha fatto calare su di lei un velo ombroso che ha alimentato la morbosità attorno alla sua figura e l’ha consacrata alla fama di voce inquieta e maledetta della letteratura taiwanese. L’opera di autofiction Ultime lettere da Montmartre, ambientata a Parigi e terminata poco tempo prima della scomparsa di Qiu, è stata anch’essa tradotta da Silvia Pozzi ed è uscita nel 2016 per Calabuig.

In conclusione, I taccuini del coccodrillo costringe il lettore, a prescindere dal suo orientamento sessuale, a interrogarsi su quanto possano essere belli e dolorosi i rapporti tra esseri umani, e quanto profonde le cicatrici che lasciano su di noi, in particolare negli anni della nostra formazione. Articola una descrizione ironica e tagliente di cosa significhi essere una giovane donna che ama altre donne, e lo fa con un acume e una brillantezza che hanno consacrato questo testo come un classico contemporaneo.

Avevo ucciso, uno dopo l’altro, tutti coloro che amavo, e li avevo sepolti dentro di me. Ero la custode delle tombe. Ogni giorno mi rifugiavo laggiù a piangere per loro. Quando nel cielo comparivano le stelle, uscivo a piantare croci; quando non ce n’erano, mi stendevo nella catacomba ad aspettare la morte. La mia Atlantide. Il mio regno sommerso.