Claudio Musso
pubblicato 16 ore fa in Recensioni

“Verso casa” di Pat Barker

il ritorno del mito alla sua carne nascosta

“Verso casa” di Pat Barker

Con Verso casa (Einaudi, 2026), nella rapsodica traduzione di Carla Palmieri, terzo e conclusivo capitolo della trilogia dedicata alle donne della guerra di Troia, Pat Barker porta a compimento un progetto narrativo che, più che riscrivere il mito, ne interroga le zone d’ombra. La guerra è terminata, Troia è caduta, ma la vera materia del romanzo comincia quando il fragore delle armi si spegne. Resta un ritorno che non coincide mai con la salvezza perché è il momento in cui ciascuno dei protagonisti è costretto a misurarsi con ciò che il tempo, la violenza e la colpa hanno irreversibilmente trasformato.

È questa la modernità della sua scrittura. Il mito non viene desacralizzato per risultare più vicino al lettore, ma piuttosto viene ricondotto alla sua sostanza umana. Gli eroi omerici perdono la postura monumentale ma non la loro grandezza tragica. Parlano una lingua scarna, concreta, antiretorica, attraverso una sintassi che non teme la carne, gli odori, il sangue e la fatica del vivere. È proprio grazie a questa essenzialità che Barker ci fa sentire il respiro delle persone prima ancora di quello dei personaggi. E ciò vale anche per le figure di sua invenzione: non alterano la tradizione ma ne abitano gli interstizi, dando voce a quelle esistenze minime verso cui l’autrice ha sempre rivolto il proprio sguardo, dalle operaie dei romanzi storici ai dimenticati dell’epica.

Non è un caso che la voce narrante di queste pagine sia quella di Ritsa, guaritrice dal carattere ruvido, donna concreta, abituata a misurarsi con le ferite prima che con le idee. Attraverso il suo sguardo il racconto rinuncia spontaneamente a ogni enfasi. Ritsa mal sopporta Cassandra, di cui è l’ancella, la liquida con l’appellativo sprezzante di ’portatrice di puzze’ e tuttavia continua a gravitarle attorno. È un rapporto fatto di insofferenza, di ironia e, quasi contro la volontà di entrambe, di una silenziosa fedeltà. Barker sembra suggerire che i legami più profondi non nascono sempre dall’affinità perché possono prendere forma proprio nell’attrito quotidiano, nella prossimità inevitabile tra due solitudini.

Così anche Cassandra si libera della patina sacrale che il mito le ha depositato addosso. Rimane una creatura marginale, sporca, spesso respinta, ma non è mai una figura oracolare estranea al mondo. Al contrario, lo vede con un’eccessiva chiarezza. I suoi occhi, «gialli come quelli delle aquile di mare», conservano l’attenzione del predatore: non osservano il futuro, penetrano il presente fino a scorgerne le conseguenze. Le sue visioni non assumono mai il carattere dell’apparizione spettacolare, affiorano come un’esperienza interiore, come l’esito estremo di una sensibilità incapace di difendersi dalla verità. Persino nella sua corporeità dimessa continua a esercitare un’autorità inquieta: le sue parole incidono, smascherano, anticipano ciò che altri preferiscono ignorare o nascondere.

Eppure è Clitennestra il personaggio che interiormente viene sondato più a fondo. Barker non attenua l’orrore del delitto che la storia le attribuisce ma ne ricostruisce la lunga gestazione. Dieci anni non rappresentano solo un tempo di attesa, sono il tempo necessario perché l’assenza diventi una nuova forma dell’esistenza. La donna che Agamennone ritroverà non è più quella che aveva lasciato. Ha imparato ad abitare il vuoto, a organizzare la propria vita attorno a una perdita che non cerca più di colmare. Egisto, in questa prospettiva, non assume tanto il volto dell’amante quanto quello di un male necessario, di uno strumento attraverso il quale tentare di governare una realtà ormai sfuggita a ogni possibilità di ricomposizione.

La forza della regina di Micene tuttavia non coincide mai con l’impassibilità. Gli occhi sono ormai privi di lacrime, prosciugate molto tempo prima; eppure, proprio quando ogni decisione sembra definitivamente presa affiorano esitazioni inattese. Il pensiero di Oreste incrina più volte la compattezza del suo progetto; Egisto continua a suscitare una diffidenza che non viene mai del tutto superata; Elettra invece rimane quasi ai margini della sua inquietudine. È in queste oscillazioni che Barker sottrae Clitennestra alla fissità del mito, restituendo non una figura governata dall’odio ma una coscienza che vacilla sotto il peso delle proprie scelte, consapevole che nessuna vendetta sarà mai capace di restituirle la figlia perduta.

E Ifigenia continua a occupare quella casa molto più dei vivi. Il mausoleo che Clitennestra ha voluto innalzarle sul promontorio, affinché sia la prima immagine che accolga Agamennone al ritorno, è insieme monumento funebre e atto d’accusa. Prima ancora di incontrare la moglie il re è costretto a confrontarsi con la figlia sacrificata. Il suo spettro lo accompagna senza tregua, anche durante la traversata in mare da Troia, incrinando l’immagine del comandante invincibile. E attorno a quella presenza sembrano addensarsi anche altre ombre: le voci lontane dei bambini, le impronte di mani e di piedi disseminate nel palazzo rimandano insieme ai figli degli Atridi e ai piccoli precipitati dalle mura di Troia. È come se la guerra avesse trovato nella casa il proprio rifugio più duraturo.

Da qui nasce una delle riflessioni più profonde del testo: la violenza non termina con la vittoria ma sopravvive trasformandosi in eredità. Passa di padre in figlio, di madre in figlia, sedimentandosi nelle parole, nei silenzi e perfino negli affetti. I corvi che attraversano il racconto, con le ali ridotte e ormai incapaci di levarsi in volo, condensano questa immagine di decadenza. Creature nate per dominare il cielo e ora costrette a muoversi rasoterra proprio come i vincitori incapaci di elevarsi al di sopra delle proprie colpe.

È forse questa la ragione per cui Verso casa lascia nell’esperienza di lettura un’impressione tanto profonda. Barker non cerca di riabilitare nessuno e neppure di pronunciare una sentenza. Le interessa qualcosa di più difficile: osservare il punto in cui la responsabilità individuale incontra il peso della storia, ossia dove il male non trova giustificazione e acquista finalmente profondità umana. È uno sguardo severo, lucidissimo e proprio per questo attraversato da una forma di pietà che non coincide mai con l’assoluzione.

Quando Agamennone varca finalmente la soglia della reggia, ciò che lo accoglie non è il fragore della tragedia ma un’apparente quiete. Si lascia guidare attraverso gli ambienti del palazzo, ammira l’ordine ritrovato, la bellezza degli spazi, la luminosa sala da bagno preparata con cura per lui dalla moglie, tra reti, nasse di aragoste, una barca da pesca rovesciata. Qui eccitato come un bambino su una spiaggia, nudo e accompagnato dall’ex principessa troiana, scende i gradini e si immerge nell’acqua cosparsa da fiori di lavanda, una miriade di spighe viola che ruotano e compongono nuove geometrie ad ogni suo movimento. È sufficiente quella stanza, così perfetta e silenziosa, perché il lettore comprenda che il destino, a volte, non ha bisogno di annunciarsi, basta attendere…