Susanna Ralaima
pubblicato 11 ore fa in Recensioni

W. di Tiemen Hiemstra

W. di Tiemen Hiemstra

Il giorno più bello della tua vita è alle porte. Un giorno di suprema felicità e massimo appagamento. Hai due possibilità. O lo vivi, dimenticandolo il giorno dopo appena sveglio senza poterlo ricordare mai più; oppure non lo vivi, ma il giorno dopo ti svegli con un ricordo falso e dettagliato del giorno più felice di sempre. Cosa scegli?

Questa è una delle tante domande che un giorno l’enigmatico W. fa ad alcuni conoscenti, al suo migliore amico e a sé stesso. Ovviamente la fa anche al lettore, perché quando mi sono trovata di fronte a questo dilemma ho interrotto la lettura e mi sono presa del tempo per pensarci su: l’ho riletto un paio di volte, ho provato a immaginarmi cosa avrei preferito e sono arrivata a una mia conclusione. Ho ricominciato a leggere. Qualche riga dopo la voce narrante arriva alla sua soluzione, dicendo che «Ricordare non serve a niente, vivere è tutto». Ho di nuovo interrotto la lettura e mi sono presa del tempo per pensarci su, provando a decostruire quello di cui mi ero convinta solo qualche istante prima. Dopo una manciata di minuti ho ripreso a leggere.

W., romanzo d’esordio di Tiemen Hiemstra, pubblicato nel 2023 in Olanda e da domani in Italia grazie ad Adelphi nella traduzione di Dafne Paris, più che un’esperienza di lettura lineare mi è parso un invito a fermarsi di tanto in tanto. Mi sono sorpresa a interrogarmi più volte su alcuni passi, a cercare di cogliere le sfumature di alcune frasi, a decifrare i sottintesi filosofici. È una storia che chiama al raccoglimento e che sollecita continuamente il lettore a mettersi in discussione attraverso la lente della filosofia, senza mai risultare un mero esercizio di retorica; filosofia che permea dall’inizio alla fine il breve libro, soprattutto per merito del professor Staartjes, l’insegnante degli ultimi tre anni di superiori dei due protagonisti, Olaf e W. 

L’amicizia tra i due compagni di classe nasce solo al terzo anno, durante un campo scuola, inaspettatamente e come all’improvviso, nel momento esatto in cui tra gli alberi di un bosco si spegne la luce di una torcia. Un’amicizia così inesorabile che si interrompe con la stessa subitaneità con cui è nata. 

Quando il romanzo si apre infatti sono passati tre anni dall’ultima volta in cui Olaf ha avuto notizie di W.  L’eponimo protagonista è una presenza magnetica e brillante che con grande forza centripeta ha attirato a sé ogni aspetto della vita di Olaf, sia in presenza sia, forse ancor di più, in assenza. Perché W. se ne è andato? È morto? Cosa gli è successo? sono le domande che si è posto Olaf per tutti questi anni. 

Hiemstra ci rivela con lentezza questa inscalfibile e ossimoricamente fragilissima amicizia à rebours attraverso la voce narrante di Olaf: W. quel giorno è stato visto su un tram in un’Anversa sfocata. Glielo ha detto Hilde, figura che ormai anni prima era entrata nell’orbita del duo, a formare temporaneamente un triangolo che per fortuna non ripropone i soliti meccanismi di amore e gelosia girardiana.

Sapere che l’amico è ancora vivo ed è tornato di nuovo nella sua stessa città spinge Olaf a ricominciare – ad avere speranza, a cercare, a vivere – e attraverso i successivi tredici giorni il lettore è portato indietro nel tempo per ricomporre pezzo dopo pezzo il rapporto tra Olaf e W. 

W. è stato definito un romanzo di formazione dell’era digitale, ed è senz’altro vero: pagina dopo pagina l’autore scandaglia dall’interno i legami giovanili, mostrando la bellezza e la fallacia di quelle amicizie che creiamo da ragazzi, ammantate dal più puro idealismo; il mondo di Olaf e W. è fatto di assoluti e simbiosi, sono solo loro due, Olaf-e-W contro tutti gli altri, in un rapporto di amicizia e autenticità che conta più di qualsiasi cosa: «Ci sono stati attacchi di risate in cui non riuscivo più a distinguere tra la sua coscienza e la mia: la diga era crollata». 

Questa sintonia diventa un microcosmo in cui sentirsi liberi e capiti, in cui poter provare a vivere pienamente. Il romanzo si dipana seguendo quell’indeterminatezza tipica della gioventù: ci ritroviamo a vivere l’elaborazione di una perdita che non è propriamente una perdita, l’esperienza di un’amicizia che sarebbe riduttivo definire soltanto un’amicizia, di un amore che non è davvero un amore, con una continua oscillazione tra potenza e atto.

Mi sono chiesta se Gabriella Dal Lago avesse letto questo libro prima di scrivere Giorni futuri, perché al netto delle molteplici differenze, soprattutto stilistiche, c’è un filo comune di temi e narrazioni. Poi ho pensato che è comunque un tema condiviso dalla generazione dei millennial, la diffusa solitudine e la difficoltà di mantenere legami stabili da adulti con le persone che sono state tutto quando eravamo giovani – basti pensare a quel monologo di Zerocalcare in Strappare lungo i bordi: «Me fa paura che ’na persona che è stata così presente nella vita mia, con cui ho condiviso così tanto, a un certo punto sparisce. Come se fosse ’na cometa, no? Che ha attraversato la vita nostra, ti eri abituato a vederla, e poi però sparisce dietro l’orizzonte». A differenza del romanzo di Gabriella Dal Lago, dove le due protagoniste avevano voce in capitolo e il lettore poteva interfacciarsi con entrambe le verità, qui a ricordare è soltanto Olaf e tutto ciò che ci viene raccontato è filtrato dal suo dolore e dalla sua visione parziale di narratore inaffidabile.

Mentre scoprivo la figura di W. mi è venuto in mente Henry David Thoreau con quella parte resa famosa anche da Dead Poets Society: «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e rasoterra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici». Leggendo di W. ho pensato che sarebbe un personaggio perfetto per un racconto di Salinger.

Uno degli aspetti più interessanti di questo esordio è la compresenza naturalissima di levia gravia. L’autore infatti passa senza soluzione di continuità da riflessioni esistenziali a dettagli mondani, così come i giovani si ritrovano a vivere, magari durante la stessa serata, l’aspetto più spensierato dell’adolescenza e dell’inizio della vita universitaria (droghe, feste, rapporti superficiali) e situazioni di confronto solenne, discorsi sopra i massimi sistemi dell’universo. Questa unione pacifica tra aulico e prosastico – niente cozzo montaliano – si rispecchia anche nella gestione dei ricordi di W. da parte di Olaf: nella vita non ci ricordiamo soltanto dei momenti significativi, ma anche di dettagli apparentemente inutili o superflui. La memoria è un archivio pessimo e, proprio per questo, terribilmente umano. Ci attacchiamo a qualsiasi cosa per sentirci ancora vicini a chi se ne è andato: Olaf ripercorre le ultime parole scambiate con W., le ultime volte, quando ancora non sapeva che sarebbero state ultime, per poi rendersi conto che in fondo non è neanche sicuro che le cose siano andate davvero così.

Il romanzo segue questa incertezza: il presente solitario della ricerca di Olaf viene continuamente interrotto dal loro passato condiviso. Accostare le tessere remote del trasferimento da Groningen, delle corse in bicicletta, delle serate insieme ci fa avvicinare a W. e al contempo ci allontana da lui; arriviamo a sfiorarlo, cerchiamo di capirlo, senza riuscirci mai. Olaf ripercorre la sua storia con W. come fa un amante ferito che rimugina su un rapporto dopo che è finito. Torna quasi ossessivamente sulle stesse scene, cambia la prospettiva, ricostruisce immagini e ricerca retroattivamente una spiegazione che forse neanche esiste, ma soprattutto ripercorre, come fossero le briciole di Pollicino, le tracce che W. ha lasciato nel mondo digitale, a partire da una giustapposizione di haiku, meme e riflessioni salvata nel computer con il titolo Il sarcofago dello spasso, che forzando la mano si potrebbe quasi considerare l’Infinite Jest di W. 

E così passano tredici giorni. La fine del libro è spiazzante, bellissima, delicatamente cruda e commovente. Non dà consolazioni né risposte, come d’altronde non fa la vita.