Susanna Ralaimaroavomanana
pubblicato 1 ora fa in Recensioni

“Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale” di Gabriel Kuhn

“Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale” di Gabriel Kuhn

Se nella sua rivoluzione Emma Goldman vuole ballare, altri dovrebbero avere il diritto di giocare a pallone.

Seguo il calcio da quando ne ho memoria: ne parlavo a mensa alle elementari, a casa con mio fratello, poi crescendo in piazzetta con gli amici, oggi con i miei studenti. Mi sono sempre chiesta come poter far convivere questa passione con le mie ideologie politiche, come pacificarmi con il fatto che seguissi con così tanto interesse uno sport fortemente imperniato su un sistema razzista, classista, maschilista, omofobo, elitario, capitalista. Le stesse domande se l’è poste nel 2011 Gabriel Kuhn con Soccer Vs. the State: Tackling Football and Radical Politics, tradotto in italiano quest’anno per eleuthera da Emanuele Giammarco con il titolo Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale.

L’autore austriaco è un ex calciatore semiprofessionista che prova a esaminare questa contraddizione di fondo e a ridisegnare una genealogia alternativa del calcio, sottraendolo alle narrazioni dominanti che lo vedono come miliardaria industria globale per riportarlo invece anche a una dimensione popolare e metterne in luce la valenza politica.

In questo volume infatti il calcio viene presentato come un possibile antagonista al potere, e il titolo della versione italiana sintetizza in maniera ironica la dimensione ludica e insieme sovversiva del gioco, che è la teoria quasi bachtiniana alla base dell’intero libro. Il primo capitolo in una prospettiva storica affronta la verità e i miti sulle origini proletarie del calcio, senza lasciarsi andare a una nostalgia sterile per un calcio “autentico” e ormai perduto: si parte dalle origini più antiche fino al caso specifico dell’Inghilterra ottocentesca, momento in cui è avvenuta la separazione tra il calcio che «divenne il passatempo preferito dei lavoratori, mentre il rugby si trasformò nel gioco prediletto delle classi più agiate».

Il secondo e il terzo capitolo costituiscono il cuore del lavoro e si incentrano sui fitti rapporti tra politica e calcio. Kuhn costruisce il suo discorso attraverso una costellazione di episodi storici, esperienze collettive e pratiche di resistenza che solcano il Novecento a diverse latitudini e arrivano al presente. Non è una narrazione lineare, né un’analisi sistematica; ci troviamo invece a sfogliare un archivio militante, una raccolta di storie che si oppongono alla progressiva colonizzazione del calcio da parte del capitale e delle istituzioni statali, arricchite da stralci di articoli di anni e paesi diversi (basti citare a titolo d’esempio «Le Miroir du Football», vicino al Partito comunista francese). Ovviamente l’autore si sofferma a lungo sull’aspetto economico e la finanziarizzazione dei club: esemplificativo in tal senso è il caso del Sudafrica e dei mondiali del 2010, denunciato dal Zabalaza Anarchist Communist Front come «una farsa totale», «un grande banchetto per le élite dirigenti sudafricane e per il capitale nazionale e globale» che avrebbe avuto «un impatto devastante sui meno abbienti e sulle classi lavoratrici del paese». A proposito di mondiali vengono subito in mente l’edizione in Qatar – ben fotografata dal volume La coppa del morto. Storia di un Mondiale che non dovrebbe esistere di Valerio Moggia, che gestisce l’interessantissima realtà di Pallonate in faccia – o l’ultima edizione giocata tra Canada, Stati Uniti e Messico, strettamente intrecciata alla figura di Donald Trump, sia prima con le vergognose dichiarazioni di Gianni Infantino e le foto sorridenti alla Casa Bianca, sia per il caso di Balogun. Insomma, è scontato: il calcio è sempre politica – come d’altronde un po’ tutto –, e il Mondiale mostra in maniera ancora più lampante questa connessione.

Un punto di forza di Un calcio al potere è che non è un saggio accademico e non pretende di esserlo. Anche se in alcuni punti si sente la mancanza di un più rigoroso affondo teorico, la scelta di lasciare spazio a numerosi esempi fa sì che il testo sia godibilissimo e leggibile per tutti i lettori, che in questo carosello di storie possono trovare testimonianze virtuose di questo sport dal passato o prospettive future, che lo stesso autore tuttavia nei tempi brevi considera difficilmente realizzabili.

Questa asistematicità della trattazione e la sua natura composita diventano quindi una risorsa del volume, che nella versione italiana presenta alcuni aggiornamenti rispetto all’edizione originale. Ricchissima e tutta da scoprire è senz’altro la panoramica su alcune grandi personalità notoriamente associate alla sinistra – su tutti Sócrates e la democrazia corinthiana, Ippig e Cristiano Lucarelli, calciatore da me molto amato in gioventù – e su alcuni club che nel corso del tempo si sono fatti più o meno portatori di istanze politiche, per quanto risulti difficile trovare ancora oggi delle connessioni stringenti a un’ideologia radicale di sinistra o anche soltanto progressista (ne è un esempio il Barcellona, baluardo dell’indipendentismo catalano, dell’opposizione al franchismo, Més que un club che oggi accetta sponsorizzazioni dalla Repubblica Democratica del Congo).

La parte del saggio che mi ha incuriosita di più è forse però quella dedicata al tifo organizzato, dato che nel nostro presente è facile associare i movimenti dei tifosi ai fenomeni di estrema destra, vista la pervasività dei fascisti all’interno delle curve – ahimè anche in quella giallorossa. Kuhn dà invece spazio a tutte quelle rivendicazioni dei tifosi che vanno ben oltre il perimetro dello stadio: dalla lotta contro il razzismo fuori e dentro il campo alla difesa degli spazi urbani del celebre caso del St. Pauli, fino alla critica delle logiche neoliberali che governano il calcio contemporaneo e alla nascita della cultura calcistica underground, fenomeno di cui ero completamente all’oscuro.

Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale è un libro che mi sento di consigliare a occhi chiusi, visto che ci sono ancora personaggi che credono che chi si occupa di sport non debba occuparsi di politica – uno degli ultimi di questa purtroppo lunghissima lista è Hans-Dieter Flick, l’allenatore del Barcellona che ha criticato il gesto di Yamal di sventolare la bandiera palestinese dopo la vittoria della Liga trincerandosi dietro un «Noi ci dedichiamo a giocare a calcio e dobbiamo tenere conto di ciò che il pubblico si aspetta da noi». Kuhn riesce a dimostrare, con una certa ostinazione, che il calcio non è mai neutrale, perché è sempre già politico, nel bene e nel male, e che a maggior ragione diventa fondamentale per la sinistra riappropriarsi di questo spazio di negoziazione simbolica e materiale.

Quindi viva sempre i giocatori come Vinícius Júnior, Khvicha Kvaratskhelia, Héctor Bellerín o gli allenatori come Pep Guardiola, viva sempre chi si schiera, partigianamente, perché crede nell’importanza di cambiare anche grazie allo sport più bello del mondo.