Claudio Musso
pubblicato 1 ora fa in Recensioni

“Bomarzo” di Manuel Mujica Lainez

quando il passato è osservato da un futuro che lo conosce già

“Bomarzo” di Manuel Mujica Lainez

Pier Francesco Orsini, detto Vicino, signore di Bomarzo, racconta la propria vita da un luogo e da un tempo che non appartengono più al mondo di quella vita: una biblioteca senza coordinate, dopo la morte, ammesso che quest’ultima sia davvero riuscita a concludere la sua vicenda. Ecco la prima e più intrigante anomalia di Bomarzo: una voce del Cinquecento che parla da un tempo successivo alla propria esistenza e che, proprio per questo, conosce già ciò che l’uomo prima ignorava. Ne nasce una «confessione retrospettiva» nella quale il narratore può anticipare, trattenere, rimandare un episodio, promettere che qualcosa verrà raccontato più avanti e persino introdurre riferimenti a Freud, Proust, Joyce, Hitler e altri nomi appartenenti a secoli che Vicino non avrebbe potuto conoscere. Non sono semplici anacronismi ma la conseguenza naturale di una posizione privilegiata: chi racconta può guardare la propria epoca dall’esterno e conoscerne gli sviluppi. È allora che la profezia ricevuta da Vicino alla nascita acquista una risonanza i conturbante: «in un tempo che la comprensione umana non abbraccia il duca contemplerà sé stesso». La frase sembra anticipare, con una precisione che il romanzo rende progressivamente più inquietante, la condizione stessa del narratore: Vicino può tornare a dragare la propria esistenza quando è ormai compiuta, sottratta al tempo lineare degli eventi. L’immortalità annunciata dall’oroscopo non consiste forse nel vivere per sempre, ma nella possibilità di tornare a guardare sé stessi quando la propria vita è già finita, attraverso la memoria e infine attraverso la letteratura?

Vicino appartiene a una stirpe che porta con sé papi, cardinali, condottieri e una lunga memoria di imprese gloriose e di violenze indicibili. La nonna Clarice gli consegna quella genealogia senza addolcirla; nelle vicende degli Orsini convivono il potere, il coraggio militare, l’intrigo e la crudeltà. Eppure, proprio dentro questa appartenenza, Vicino avverte continuamente la propria dissonanza. La gobba, nascosta sotto il lucco fiorentino, lo espone alla derisione; il carattere lo allontana dall’ideale virile e guerriero incarnato dal padre che «mi detestava dal momento che rappresentavo esattamente l’opposto del suo coraggio virile principesco». Non è tuttavia un estraneo alla famiglia, ne conosce la storia, ne porta il nome e ne riconosce la grandezza, anche quando quella stessa grandezza gli pesa. È il «buffone degli Orsini, una sorta di Rigoletto senza voce e le credenziali di baritono», scrive, ma proprio questa posizione marginale dentro la stirpe gli permette di introdurvi un canto ulteriore, quello di chi non coincide con il modello ricevuto e tuttavia ne è irrimediabilmente parte. Anche la sessualità è partecipe di questa estraneità:

Nel sedicesimo secolo io fui un tipico uomo della mia epoca, né peggiore né migliore di tanti altri. Entrai nel giardino terribile, colmo di una vegetazione di fitta linfa voluttuosa, senza distinguere le frontiere sessuali.

La sua vicenda si svolge così dentro un Rinascimento lontano da ogni immagine museale, nel quale erudizione, superstizione, arte, desiderio, intrigo e violenza convivono senza mai lasciarsi ricondurre a una sola fisionomia.

Il punto in cui questa identità trova finalmente una forma non è però la genealogia ma la creazione. Il Sacro Bosco di Bomarzo nasce dalla necessità di dare corpo a ciò che nella vita di Vicino è rimasto senza forma: «Avevo raggiunto un punto della mia esistenza in cui era indispensabile che i miei sogni prendessero vita affinché vivessi anch’io». Le sue figure mostruose, i giganti, i draghi, le bocche infernali spalancate sono la traduzione in pietra di una memoria individuale e collettiva, nutrita di Etruria, classicità, Medioevo e immaginario cavalleresco. Vicino sceglie la pietra del luogo e gli artigiani locali e non costruisce un giardino per celebrare la propria appartenenza a una corte, costruisce un’opera che sembra sorgere direttamente dalla terra. «Avrebbe scritto un libro di pietra e lui stesso sarebbe stato l’argomento di questo libro senza pari».

È qui che l’uomo che per tutta la vita è stato quasi un’appendice della propria genealogia tenta di trasformare la genealogia in un’appendice della propria opera. E forse non è casuale che il Bosco continui ancora oggi a essere visitabile: il libro di pietra di Vicino non è soltanto raccontato, resta lì, esposto allo sguardo di chi lo percorre.

Lainez ha una scrittura capace di indugiare senza perdere il filo. Il suo sguardo si posa sui dettagli con la pazienza di certe pitture fiamminghe nelle quali anche ciò che sembra marginale conserva una propria presenza, un oggetto, un volto, un animale, un odore, una piega del paesaggio. Le digressioni palpitanti non hanno una funzione ornamentale e costruiscono lentamente l’architettura del racconto introducendo figure, preparando eventi, trattenendo informazioni che acquisteranno senso più avanti. È un amabile indugio attraverso il quale Lainez accompagna il lettore per poi lasciarlo a tu per tu con gli eventi e con le persone che ha appena portato sulla pagina. Lo stesso Vicino offre una possibile immagine di questa poetica quando scrive che chiunque riesca, come lui, a riconquistare nella favolosa lontananza del tempo il proprio perduto passato, sarà simile a un pescatore fortunato che ha scoperto un prezioso nascondiglio di perle e le va mostrando una per una. La scrittura di Lainez procede proprio così: recupera queste perle dalla profondità della storia e le offre una alla volta lasciando che sia il lettore a stabilirne consistenza, opacità, lucentezza.

Ma il Rinascimento di Bomarzo non è soltanto quello della cultura e delle meraviglie artistiche, tra la Firenze de I Medici, la Roma dei Colonna, la Venezia del doge, tra l’incoronazione di Carlo V e la battaglia di Lepanto, contesti che pure Vicino esperisce di prima mano ma sempre un passo indietro. È un mondo nel quale la parola può essere un’arma, la medicina confinare con l’occulto, la fede con la superstizione, il desiderio con il potere. Pietro Aretino e Paracelso attraversano queste pagine come figure esemplari di una civiltà in cui non esistono confini netti fra il sapiente, il ciarlatano, il cortigiano e il visionario. Anche la guerra, alla quale Vicino è legato per nascita ma non per vocazione, rivela la distanza fra l’immagine eroica e la realtà. Vi entra «sfavillante come Perseo nell’armatura più stupenda del mondo» e ne esce travestito da zingaro. Altrove il confronto implicito con Ippolito d’Este e con la sia villa di Tivoli restituisce due modi diversi di immaginare il rapporto fra uomo e natura: l’acqua, la magnificenza e il cosmopolitismo da una parte; la pietra, la terra e una dimensione più arcaica dall’altra. Perché la storia non fa da semplice sfondo alle vicende di Vicino, ne determina continuamente il modo di guardare il mondo.

Anche l’amore, in fondo, rivela la difficoltà di Vicino a raggiungere ciò che desidera senza trasformarlo in immagine. Lo dimostra la sua sposa Giulia Farnese, appartenente a una famiglia in ascesa, che è insieme donna considerata, figura idealizzata e presenza dinastica. Amata davvero prima del matrimonio, quando non gli era consentito vederla, e amata di nuovo dopo la sua morte, quando non può più vederla. La distanza sembra essere la condizione stessa del suo sentimento: «Ciò che amai di lei era ciò che rappresentava, ma l’essere di carne e ossa mi intimidì sempre». Vicino tende infatti ad amare ciò che può contemplare, immaginare, trasformare in simbolo, forse perché davanti a ciò che è reale avverte tutta la propria fragilità. Persino il proprio volto sembra diventare oggetto di questa operazione: egli ama «il Pier Francesco Orsini perfetto che adorai». È una forma di narcisismo, certo, ma anche il tentativo disperato di costruire un’immagine di sé abbastanza forte da resistere allo sguardo altrui. Da qui nasce il bisogno dell’opera: «mi abbandonai completamente, come se stessi annullando ogni altra scintilla della mia volontà al sortilegio dell’ispirazione». Il Sacro Bosco di Bomarzo invece di essere il monumento di un uomo già compiuto è il luogo in cui Vicino tenta di diventare finalmente reale, mentre gli Orsini perdono progressivamente posto in società.

Nella nuova edizione SUR, nella storica traduzione di Cesco Vian riveduta da Chiara Gualandrini, Bomarzo torna a imporsi al lettore italiano nella sua singolare ampiezza e nella sua natura difficilmente classificabile: romanzo storico, autobiografia immaginaria, memoria postuma, invenzione fantastica. La sua forza sta anche nel modo in cui Lainez recupera un personaggio storico e, senza cancellarne la scarsa realtà documentaria, gli costruisce intorno una seconda esistenza, affidandogli una voce che attraversa i secoli. In questo senso il possibile confronto con Orlando di Virginia Woolf può essere evocato più come consonanza letteraria che come rapporto di derivazione: anche Orlando attraversa il tempo e cambia insieme a esso, mentre Vicino lo attraversa con i remi della memoria e della parola. Ma se Woolf immagina l’immortalità come trasformazione continua dell’esistenza, Lainez sembra cercarla nella possibilità di raccontarla dopo che tutto è accaduto. Ed è forse qui che la profezia iniziale si fa realtà: il duca può contemplare sé stesso perché qualcuno, secoli dopo, gli ha restituito uno sguardo. Il vero immortale allora potrebbe essere proprio Lainez, che nella vita fu un personaggio crogiolo di eccentricità, che ha raccolto la vita di Vicino come una delle sue perle più preziose e l’ha consegnata a un altro tempo, il nostro. A ben guardare il libro di pietra e quello di parole finiscono così per rispecchiarsi: l’uno cerca di sottrarre Vicino all’oblio attraverso la materia, l’altro attraverso la voce. E quella voce, una volta terminata la lettura, continua a parlare da quel luogo senza coordinate in cui il tempo, almeno nella letteratura, sembra non avere più l’ultima parola…