Alessandro Di Giacomo
pubblicato 2 mesi fa in Storia

Alfonso Felici: the fighting paisano

Alfonso Felici: the fighting paisano

La Storia che studiamo sui libri si concentra sui grandi eventi, contestualizzati nel tempo e nello spazio. La Storia, però, ha luogo anche e soprattutto grazie a una miriade di sconosciuti che, con le loro azioni, sono partecipi dei grandi eventi. Questa è la storia di Alfonso Felici, uno dei tantissimi ragazzi italiani che, nel giugno del 1940, si ritrovarono coinvolti nel Secondo conflitto mondiale: ma a differenza dei più, nel corso di quella guerra, vide ciò che mille vite insieme non avrebbero potuto vedere, combattendo su più fronti, cambiando casacca e diventando il soldato italiano più decorato dell’intero conflitto.

Alfonso Felici nasce a Villa Santo Stefano, in provincia di Frosinone, il 23 gennaio 1923. Ad appena quattordici anni, con lo scoppio della guerra in Etiopia, prova a imbarcarsi al seguito delle truppe dei Legionari diretti a Massaua, ma scoperto dai carabinieri viene rispedito a casa. Decide allora di cercare un lavoro: si iscrive alla scuola di avviamento professionale e diventa tuttofare e cameriere nella scuola Sottoufficiali della Guardia di Finanza.

Nel maggio del 1940 partecipa alla “marcia della Giovinezza” con il battaglione delle Gil (Gioventù Italiana del Littorio) che partendo da Imperia attraversa la Liguria, la Lombardia e il Veneto. Sono giorni complessi nelle stanze del potere: la Germania di Hitler aveva dichiarato guerra alla Francia e i panzer avanzavano nelle campagne al confine fra i due paesi. Per Mussolini era l’ora delle decisioni irrevocabili. Mentre il battaglione Gil arrivava a Padova, ultima tappa della marcia, giunge la notizia dell’entrata in guerra dell’Italia. Vista l’età e la totale mancanza di esperienza bellica, l’ordine che viene impartito per i giovani legionari è quello dell’immediato rientro a casa.

Il 12 giugno 1940 però, mentre attende il treno per Roma, Alfonso vede un convoglio speciale della divisione di alpini Julia, diretto verso il fronte greco-albanese. Prende allora una decisione avventata che darà inizio alla sua incredibile avventura: sale furtivamente sul treno e si nasconde fra le divise verdi. Alfonso racconta così quella giornata:

M’infilai nella tradotta e, ad alcuni di loro che mi chiesero cosa facessi lì, risposi: “Voglio venire a combattere con voi in Albania”. Dopo tante trattative con i sottufficiali ed alcuni ufficiali mi presero in forza come “mascotte” all’insaputa del Colonnello.

Il giovane soldato Felici riesce a partire con gli alpini e conosce così gli orrori della prima linea fra compagni dilaniati dall’artiglieria nemica, fame e difficoltà nelle comunicazioni. Inizia anche a rivedere le sue idee sul fascismo:

Allora capii la propaganda fascista. Noi non eravamo armati come loro ci facevano credere, avevamo solo baionette e vecchi fucili mod. 91, e con quelli dovevamo combattere contro un nemico molto più armato di noi.

Nel novembre del 1940, cinque mesi dopo quel salto sul treno, Alfonso ha maturato una buona esperienza in battaglia. Durante l’offensiva di Sella Pelikani riceve la sua prima medaglia d’argento e viene promosso caporal maggiore per meriti sul campo. Durante l’inverno Alfonso viene trasferito in ospedale, prima a Piacenza, poi a Udine, per un grave congelamento dei piedi. Il 14 settembre viene richiamato in servizio per il trasferimento a Vienna dove si sta radunando il contingente italotedesco in partenza per l’Unione Sovietica: Alfonso può visitare le meraviglie della città di Strauss che ammira da giovane diciottenne per la prima volta all’estero. Purtroppo, fra le bellezze del Ring e del Prater, viene a contatto con uno degli eventi più drammatici della storia contemporanea, la persecuzione ebraica e l’Olocausto:

Ebbi modo d’incontrare Myriam una ragazza bionda, giovanissima, di circa 18 anni. Mentre attraversava uno dei ponti io la rincorsi cercando di fare una chiacchierata con lei, sperando di passare la serata insieme. […] con decisione, mi misi davanti a lei e notai, sulla sua blusa azzurra, un distintivo con la stella di Davide, e con sopra scritto “Jude” […] mi parlò della persecuzione nazista contro l’intera comunità ebraica. Mi raccontò che per strada le sputavano in faccia spingendola contro il muro.

Dopo aver passato la serata insieme la ragazza si congeda, con la consapevolezza che quella serata con “il nemico” sarebbe stata unica:

Mi diede un bacio sulla guancia e mi salutò con un: “Addio mio principe azzurro, il sogno è stato bellissimo!”. L’incontro con Myriam mi rattristò tanto.

Il 19 settembre Alfonso parte per il fronte russo. A ottobre, combatte nella battaglia di Karkow in cui i soldati italiani riescono a ottenere una parziale vittoria e a rinforzare le loro posizioni. Alfonso e gli alpini devono però incontrare ancora il nemico più potente, tanto da vincere Napoleone e tanto determinante da cambiare il corso delle battaglie: il Generale Inverno. Gli italiani, impantanati nel fango e nella neve, subiscono una cocente sconfitta a Christochenaja, nel Natale del 1941, quando Stalin lancia una delle ultime cariche di cavalleria della storia bellica: sono i cosacchi dell’Armata Rossa che, in arcione e arma bianca alla mano, colpiscono duramente la linea degli alpini. La divisione viene quasi annientata, i feriti abbandonati, i pochi sopravvissuti fatti prigionieri e deportati in Siberia.

Alfonso riesce ad evitare questo triste destino e si ricongiunge con i superstiti di altre compagnie in ritirata. Nei mesi invernali, l’Asse subisce una serie di battute d’arresto, ma fra marzo e giugno 1942 inizia una nuova offensiva sulle sponde del Don. Qui nei momenti di tregua Alfonso ascolta la voce di Palmiro Togliatti che, insieme agli altri rappresentanti del Partito Comunista italiano, si trova in Unione Sovietica per convincere i soldati italiani a deporre le armi. Durante l’offensiva del Don riceve la seconda medaglia d’argento. Sono mesi difficili per le forze dell’Asse, non sconfiggere il nemico fra il Don e Stalingrado prima del nuovo inverno può significare la sconfitta.

A dicembre, la divisione Julia riesce a resistere a un violento attacco sovietico e l’Alto Comando del Reich la definisce “la divisione del miracolo”: Alfonso, fra i più coraggiosi quel giorno, riceve l’incredibile onore di una medaglia da parte di un altro esercito, la Croce di Ferro di seconda classe. Il 24 gennaio 1943, Alfonso è coinvolto nella battaglia di Nikolajewka, il massacro per le truppe italotedesche che diede inizio alla tristemente nota ritirata, a piedi, per centinaia di chilometri. Circa 40000 uomini rimasero indietro, uccisi, dispersi o catturati. Alfonso è fra i fortunati che riescono a tornare a casa: riceve la sua terza medaglia d’argento e viene ricoverato al Celio, cinque mesi, per le ferite riportare al fronte.

La sera dell’8 settembre 1943 è in un locale di Trastevere, con i suoi amici, quando giunge notizia dell’armistizio e della fine della guerra: i soldati e il popolo italiano festeggiano, inconsapevoli che la fase più dura del conflitto avrà inizio entro pochi giorni. I tedeschi si mobilitano per occupare la Capitale e i soldati italiani, nel caos e senza ordini, si ritrovano a combattere contro i loro vecchi alleati senza una vera e propria strategia. Alfonso combatte il nemico fra la zona di Tor Carbone e l’Appia Antica ma viene circondato dai paracadutisti teutonici e fatto prigioniero:

Con loro c’era un giovane ufficiale che mi apostrofò: “Guarda quante medaglie, perfino una Croce di Ferro tedesca e la campagna di Russia… non male per un “maccheroni”. Ed ora il nostro eroe combatte contro i suoi camerati tedeschi. Verater! (traditore)”. L’ufficiale arrabbiato, mi strappò il nastrino della Croce di Ferro tedesca, cucita sull’asola della mia giubba, e gridò dandomi un calcio: “Portatelo con gli altri!”. Fui accompagnato giù nella strada dove altri soldati italiani catturati aspettavano di essere caricati sui camion.

Approfittando di un momento di distrazione della guardia tedesca, Alfonso riesce a scappare dalla prigionia e dopo sei giorni di cammino senza provviste si nasconde nella sua cittadina natia.

Fino a questo punto la storia di Alfonso è simile a quella di altri soldati italiani pluridecorati durante la guerra, ma i passi successivi rendono questa vicenda davvero incredibile.

A Villa Santo Stefano, Felici inizia a frequentare Anna Battistini, figlia dell’amico di famiglia Umberto. Battistini aveva come socio Angelo Leoni, un altro conoscente di Alfonso. I due contrabbandavano merci e cibo per la popolazione e armi per un gruppo partigiano del centro Italia. Durante uno dei loro viaggi vengono scoperti e arrestati. Alfonso decide di andare a conoscere il responsabile del contrabbando delle armi, il dottor Ailati, che scopre essere in contatto con il Comitato di Liberazione Nazionale, pronto a sostenere la difesa dei due contrabbandieri. Alfonso, però, decide di andare oltre: a casa ha un’uniforme tedesca, ricevuta a Vienna, e l’attestato di assegnazione della Croce di Ferro. Decide così di tentare una folle operazione di salvataggio: si traveste da soldato del Reich e, con l’aiuto dei falsificatori di documenti del Cln, finge di essere un portaordini con il documento di scarcerazione dei due amici, per mancanza di prove. Grazie alla freddezza di Alfonso, il piano riesce e i tre riescono a dileguarsi nel Nord Italia poco prima di essere scoperti e braccati dalle SS e la Gestapo.

L’azione solitaria del soldato Felici non passa inosservata agli agenti americani dell’Oss (Office of Strategic Services), che gli propone di entrare nella sua rete di spionaggio: Alfonso, ancora ricercato speciale delle SS, decide di accettare e viene trasferito per l’addestramento prima in Nord Africa e poi negli Stati Uniti. Dopo aver sostenuto l’interrogatorio finale riceve una notizia inaspettata: secondo le indagini del Dipartimento di Stato, suo padre, partito per l’America molti anni prima in cerca di fortuna, prima di morire era diventato cittadino americano e, secondo il “Legislative Act of Congress”, lo era anche lui.

Viene allora addestrato per le operazioni speciali e inviato in missione in Italia dove compie atti di sabotaggio, paracadutandosi dietro le linee nemiche. In questo periodo Alfonso opera nuovamente sotto copertura in diverse circostanze: si traveste da operaio per liberare gli ufficiali americani detenuti in un campo di concentramento; rispolvera la divisa tedesca per fotografare clandestinamente gli armamenti del Reich a Frosinone e sabota campi minati e armamenti; fa saltare quattro ponti strategici sul fiume Po a bordo di una nave battente la bandiera con la svastica.

Queste missioni sono solo il preludio delle operazioni belliche di Alfonso con l’esercito statunitense: il generale Clark, fra i principali artefici delle operazioni militari in Italia, ha bisogno di un soldato che conosca il territorio del basso Lazio e che parli i dialetti ciociari per una missione di grande importanza: dopo aver sentito la storia di Alfonso, lo sceglie per guidare le truppe durante lo sbarco di Anzio-Nettuno del gennaio 1944. Ormai conosciuto al comando Usa, viene intervistato e la sua avvincente storia finisce sul periodico The Stars and Stripes con il soprannome “The fighting paisano”.

Sulla strada per Roma Alfonso entra in contatto con la difficile situazione della guerra civile. Se da una parte il popolo e i partigiani lo salutano da liberatore, i soldati della Repubblica Sociale sono un nemico da combattere e, quando necessario, uccidere, non senza rimorsi:

Nei pressi di Cisterna, in mezzo ad una vigna, trovai la salma di un italiano membro della Decima MAS che combatteva al fianco dei tedeschi. Nel vederlo rimasi angosciato, ma non potei dargli degna sepoltura perché avanzavo con gli altri compagni. Dissi solo una preghiera, mentre pensavo a tutti quegli italiani che combattevano per la nostra patria, scegliendo magari bandiere diverse, ma sempre in buona fede e con coerenza con loro stessi.

In quel momento Alfonso è molto vicino alla sua casa, a sua madre che non può vedere o sentire da quando si è dovuto nascondere dai nazisti, ai suoi amici e a persone care, lasciate tempo prima. Qui entra in contatto con un altro orrore della guerra: gli stupri perpetrati dai soldati francesi sulla popolazione ciociara. Alfonso racconta, nella sua biografia, scene raccapriccianti viste in prima persona, e di aver personalmente sparato e ucciso due soldati nordafricani colti sul fatto. In questi stessi giorni, però, agli orrori si alterna la gioia: Alfonso arriva, da liberatore, a Villa Santo Stefano e, dopo più di un anno, può abbracciare nuovamente sua madre. Poche settimane dopo, il 4 giugno 1944, entra a Roma a bordo di una jeep e festeggia la liberazione a fianco degli italiani.

La guerra in Italia sta giungendo al termine, almeno per i battaglioni impiegati nella liberazione della Capitale, ma Alfonso è ancora un soldato statunitense e viene inviato a combattere nella Francia meridionale, contro le truppe del governo filonazista di Vichy e del Generale Petain. Dalla Francia, si congiunge con la III armata del generale Patton che sta avanzando verso il Reno e i confini del Reich tedesco; anche Patton, stupito dalla sua storia, lo vuole incontrare e, vedendolo, dice:

Tu mi ricordi Giuseppe Garibaldi. Ebbene ti voglio autorizzare a combattere con la mia Armata, tanto più che hai già combattuto con una mia Divisione, la Terza che io comandai in Tunisia ed in Sicilia.

Con Patton avanza oltre il Reno, lungo la Linea Sigfrido, e vede in prima persona i tesori depredati di Hitler: nella città di Merkers, in una grande miniera di sale, sono nascosti i lingotti d’oro del Reich e quelli rubati alle altre nazioni, compresi quelli della Banca d’Italia. L’avanzata in Germania è tanto rapida che Alfonso giunge fino ai confini cecoslovacchi e vede, per la prima volta da alleati, i soldati sovietici.

In Germania la guerra finisce, ma Alfonso non può tornare a casa: nell’esercito statunitense per essere congedati serve un certo numero di punti maturati in missione e Felici, avendo combattuto solo metà della guerra con gli alleati, non li ha. Decide così di chiedere il trasferimento sul fronte del Pacifico dove i giapponesi stanno continuando le ostilità con sempre maggiore ferocia.

Nel corso della sua prima missione in Giappone, Alfonso viene catturato e perquisito: i nipponici sono increduli davanti ai suoi documenti, non riescono a capire che tipo di soldato sia Felici, alcuni pensano a una spia, altri a un infiltrato italiano. Decidono di mandarlo a Tokyo per essere interrogato da un ufficiale della marina, precedentemente dislocato all’ambasciata di Roma:

L’ufficiale della marina giapponese alle prime fu molto gentile. Mi parlò di Roma, delle fettuccine di Alfredo, di Frascati, di Ostia. Lui mi parlava in italiano mentre io gli rispondevo in inglese perché gli spiegai che ero nato in Italia, ma all’età di 14 anni ero emigrato in America con mio padre e con le bugie cercavo di sviare le sue, più che certe, intenzioni. Mi sentivo sicuro perché non esisteva più l’Ambasciata giapponese a Roma e le indagini su di me sarebbero state difficili.

Alfonso viene internato ma la sua prigionia dura poco: l’attacco atomico su Hiroshima e Nagasaki costringe i giapponesi alla resa; Alfonso viene portato in ospedale a San Francisco e, anche per lui, la guerra ha fine. Con gli americani riceve la Stella d’argento per le operazioni a Volterra, la Bronze Star per la battaglia di Anzio e la “Solemn Encomium” per la campagna di Germania.

Alfonso Felici ha vissuto una storia incredibile nel corso della Seconda guerra mondiale. Negli anni successivi vivrà fra l’Italia e gli Stati Uniti fino al 21 gennaio 2018 quando, circondato dall’affetto della sua famiglia, muore serenamente a Villa Santo Stefano.

Le Fonti

Libri:

Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, Mondadori, Milano 2009 (ristampa)

Video:

World War Two: la guerra degli italiani, docu-film di Davide Savelli, History Channel, Italia 2010. (cinque episodi).

Collegamenti esterni:

http://www.villasantostefano.com/villass/alfonso_felici/fighting_paisano_com/cronologia.htm

http://www.villasantostefano.com/villass/alfonso_felici/fighting_paisano_com/sommario.htm

http://www.dalvolturnoacassino.it/asp/doc.asp?id=061