Federico Musardo
pubblicato 9 ore fa in Storia

Bulgaria 1985: Cska vs Levski

Bulgaria 1985: Cska vs Levski

Chi pensa che il calcio sia soltanto un gioco si sbaglia. È un alfabeto, anzi una lingua parlata da milioni di persone, al di là dell’assurda quantità di denaro che muove. È un teatro, una messinscena i cui attori condizionano i discorsi, il morale e l’umore delle persone, con buona pace di chi crede che non siano altro che un manipolo di uomini che corrono dietro un pallone in calzoncini. Attraverso il calcio affiora un rimosso più o meno censurato, si può esprimere il proprio dissenso, fare catarticamente esperienza della rabbia, della gioia inconsulta di una massa e di quella segreta del singolo tifoso. Il calcio è un popolo, un insieme di emozioni, un’ideologia.

Nella Bulgaria socialista come altrove le partite infatti significavano ben altro, le manifestazioni sportive potevano diventare espressione indiretta dello stato e alcune squadre erano propaggini, tentacoli di ministeri, industrie e apparati pubblici. I club chiamati “Lokomotiv”, per esempio, dipendevano dalla compagnia ferroviaria; altre squadre erano legate a settori produttivi specifici o a organizzazioni sindacali. I tifosi insomma riflettono più o meno consapevolmente le spaccature ideologiche della società.
Se il CSKA Sofia – acronimo di “Club Sportivo Centrale dell’Esercito” – era originariamente la squadra delle forze armate e da un punto di vista simbolico incarnava disciplina e gerarchia, il Levski Sofia era connesso al Ministero dell’Interno, dunque agli apparati di sicurezza. Sembra però che questa simmetria non si traducesse in una percezione popolare così manichea, anzi: questa rivalità era uno spazio politico, scardinato dalla comunità dei tifosi, dove emerge una crepa significativa tra struttura ufficiale e immaginario collettivo.

Il CSKA veniva spesso percepito come il club più vicino al potere politico, quasi una sua emanazione privilegiata, mentre il Levski proiettava un’altra immagine di sé, più sfuggente. Fondato prima dell’avvento del socialismo e intitolato all’eroe nazionale Vasil Levski, “l’Apostolo della Libertà”, il Lesvki conservava una memoria storica che era impossibile irreggimentare in una narrazione ufficiale, al crocevia tra continuità col passato monarchico e spinte endogene di persone più emancipate dai dettami di partito se non proprio eversive, tanto che da alcuni era considerato un club d’opposizione. Più il regime tentava di controllare i pensieri disallineati, più i tifosi si proiettavano verso i simboli.

Nella Bulgaria degli anni Ottanta, governata da uno dei più longevi e ortodossi comunisti dell’Europa e forse del mondo, Živkov, segretario Generale del Partito Comunista Bulgaro dal 1954 al 10 novembre 1989, ha luogo un evento in cui convergono tutte queste dimensioni, una detonazione che può far riflettere sul nesso indissolubile tra calcio e politica e che sgombra il campo – non a caso – dalla mistificata visione, romantica e un po’ nostalgica, di uno sport che sia solo popolare.
La finale della Coppa di Bulgaria tra CSKA Sofia e Levski Sofia del 1985, il derby eterno, ancora più di altre partite, trasformava la massa euforica degli spettatori in un soggetto politico. Sempre a proposito di calcio e ideologie vale la pena aggiungere che di lì a poco, sconfiggendo il Barcellona ai rigori, lo Steaua Bucarest sarebbe diventata la prima squadra oltre la cortina di ferro a vincere la Coppa dei Campioni.

Le partite e soprattutto i derby trascendono il campo di gioco e vanno, come del resto accade sempre quando c’è di mezzo il calcio, dagli spalti ai luoghi di lavoro, nelle case degli operai, nelle riunioni del partito. Il calcio diventa insomma terreno di interazione, se non proprio di negoziazione, tra società e istituzioni.

Ogni sistema che vuole incanalare l’emotività di una massa rischia però di perdere il controllo, come durante la finale del 1985, quando per ragioni politiche più che agonistiche la partita degenera in una rissa tra i giocatori, con falli di mano, simulazioni, spinte all’arbitro e pugni in faccia.

È uno sbandamento che mina l’ordine, ha un potenziale sovversivo, destabilizzante. Vedere professionisti – per di più rappresentanti di istituzioni statali – perdere le staffe significa mettere in discussione l’immagine stessa del potere. Non sorprende allora che le autorità reagiscano tanto tempestivamente: diversi giocatori vengono squalificati, alcuni addirittura radiati. Il CSKA e il Levski vengono formalmente sciolti e poi rifondati con nuovi nomi, nel tentativo di segnare una discontinuità radicale con quanto accaduto (anche se col tempo molte delle sanzioni verranno attenuate e i giocatori a poco a poco scenderanno di nuovo in campo).

Naturalmente è un gesto politico: non si tratta solo di punire i calciatori protagonisti della vicenda ma di riscrivere la partita e in fondo la storia, di andare oltre. Eppure questi provvedimenti smascherano un paradosso. Se il popolo si fidasse del partito e il potere fosse davvero assoluto, non avrebbe bisogno di azioni come questa per ribadire la propria autorità. La rissa di quella finale dimostra che il calcio, un po’ come il carnevale, le feste e gli altri rituali di una società, non si lascia disciplinare del tutto e può creare significati anche imprevedibili. La rissa del 1985 è un momento in cui il linguaggio del calcio varca i confini semiotici di chi vorrebbe governarlo. E una partita, a seconda dei contesti, si trasforma di volta in volta in uno strumento di legittimazione politica o economica, in una rappresentazione teatrale dell’autorità, in un’adunata propagandistica, in un luogo disseminato di contraddizioni, dove tuttavia il potere vacilla.