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pubblicato 1 mese fa in Girard gruppo studi \ Letteratura

Atticus Finch e lo Spirito Santo

Atticus Finch e lo Spirito Santo

Atticus Finch, per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, è uno dei personaggi principali di quel capolavoro letterario che è Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockinbird), di Harper Lee: Atticus è un avvocato che si trova a dover difendere d’ufficio un uomo di pelle nera, accusato di stupro, nella profonda America razzista della prima metà del Novecento, e che nel corso del romanzo si convince sempre più dell’onestà dell’uomo fino a fare del processo una battaglia di civiltà e giustizia.

Lo Spirito Santo, invece, tutti più o meno sappiamo chi o cosa sia, o cosa nella Bibbia si dice che sia.

Girard però ci dice qualcosa di più, o meglio qualcosa di più “nascosto”, sullo Spirito Santo: alla fine de Il Capro Espiatorio, nel capitolo La Storia e il Paracleto, il nostro antropologo del sacro si sofferma proprio sull’attributo “Paraclito” o “Paracleto”, con cui nel vangelo di Giovanni si qualifica Cristo stesso, ma soprattutto lo Spirito di Verità che Egli manderà agli uomini dopo essere tornato al Padre.

Se Satana è essenzialmente l’Accusatore, la personificazione della persecuzione vittimaria violenta, lo Spirito Santo è il suo esatto opposto: «In greco – scrive Girard –, parakletos è l’equivalente esatto dell’italiano avvocato, o del latino ad-vocatus. Il paracleto è chiamato presso l’imputato, la vittima, per parlare al suo posto e in suo nome, per servirgli da difensore». Questa funzione “giuridica” ha per Girard una portata rivelativa, nella misura in cui, a partire da Cristo e poi nella storia, ogni condannato a morte diviene un martire (letteralmente un “testimone”) dell’ingiustizia mistificante che soggiace od ogni processo vittimario.

Ecco che allora Il buio oltre la siepe diviene una parabola, e Atticus Finch è il paraclito, l’avvocato difensore che non solo difende una vittima ingiustamente accusata, ma la verità stessa contro la mistificazione violenta, che in questo caso assume la forma del razzismo sociale.

Come tutte le parabole, però, il romanzo è costretto a usare a volte un linguaggio persecutorio e violento proprio per tentare di disinnescare il circolo vittimario. A riguardo, ci sono due scene emblematicamente girardiane, nel racconto. Atticus da bambino era stato addestrato a tirare col fucile regalatagli da suo padre, ma adesso non lo usa più: «Me lo ricordo quando mio padre mi regalò quel fucile; mi disse […] di ricordarmi che era peccato sparare a un usignolo». Dobbiamo sottolineare che in realtà l’uccello menzionato nell’originale inglese non è un usignolo, ma un mockingbird, perché alla fine ci torneremo. Ad ogni modo, nonostante il suo allontanamento dal fucile, ci sono due scene in cui Atticus in qualche modo se ne serve: la prima è con “Tim”, la seconda con “Tom”.

Tim Jhonson è un vecchio cane che vive vicino alla casa di Atticus e dei suoi figli, e che all’improvviso contrae la rabbia. Viene visto aggirarsi per il quartiere, storto, zoppicante, tanto da far dilagare la paura nel vicinato: tutti correndo si serrano in casa, si crea un’atmosfera di silenzio carico di attesa, «gli alberi immobili, i passeri silenziosi», finché arriva Atticus in macchina, preavvertito telefonicamente, con un fucile. Atticus e il cane, soli l’uno davanti all’altro: Atticus prende la mira e spara, il cane cade a terra esangue, «le porte si aprirono una alla volta e il quartiere tornò lentamente a vivere». Eliminato colui che porta su di sé il male, la vita può riprendere il suo corso.

Tom Robinson invece è l’uomo accusato di stupro che Atticus difende. La sera prima del processo Tom è condotto nelle piccole carceri locali, e Atticus, temendo una rappresaglia violenta da parte degli uomini del posto, si apposta di notte davanti alla cella con una sedia, una lampada e un libro. Nient’altro. Tuttavia, si scoprirà poco dopo, da una finestra un suo amico è di guardia con un fucile, per ogni evenienza. A un certo punto, arrivano quattro macchine piene di uomini armati, decisi a far fuori Tom: «avevano le facce torve, e l’aria assonnata di chi non è avvezzo alle ore tarde». Finch, senza perdere la calma, intima loro di tornarsene a casa, perché la giustizia sarà esercitata nelle aule del tribunale, e non per mezzo di vendette private. A questo punto c’è un colpo di scena: da dietro una siepe escono i figli di Atticus, che lo avevano seguito preoccupati, e in particolare esce la figlia Scout, voce narrante del romanzo. Atticus, colto da timore per la vita dei figli, intima loro di tornarsene subito a casa, ma Scout, nella sua bambinesca innocenza, risolve la situazione: «cercai di scorgere in mezzo a loro un volto familiare, e al centro del semicerchio – (come non pensare a un circolo vittimario?) – finalmente ne trovai uno». Scout si rivolge a quell’uomo particolare, a quella persona con quel volto, chiedendogli semplicemente come sta, come sta suo figlio compagno di scuola, e come va con i suoi problemi economici. Basta questo, basta aver rotto il circolo indifferenziante per far sentire quell’uomo interpellato non da una bambina, ma dalla sua stessa responsabilità, ricondotto a se stesso: l’uomo chiede scusa a Scout, e convince tutti a tornare a casa.

Come si vede, la prima scena ci mostra un Atticus nei panni di un giustiziere violento, mentre la seconda ha una portata maggiormente rivelativa, e ci mostra la verità della prima scena stessa: il fucile non serve più, non risolve niente, anzi è mimetico rispetto a quello portato dai potenziali assassini; si capisce dunque che quando Atticus uccide il cane rabbioso non uccide tanto un simbolo vittimario, quanto la rabbia stessa, la paura che diventa violenza indifferenziante, e che stava dilagando nella cittadina come una malattia.

Sarà sicuramente un caso, una fortunata coincidenza, o al massimo un dato inconscio della scrittrice, ma l’uccello che dà il titolo al romanzo, il mockingbird, è il mimo, il mimus polyglottos: tanto che il titolo stesso, in italiano, potrebbe suonare come “uccidere l’uccello mimetico”…

Articolo a cura di Damiano Bondi

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Delle cose nascoste, un blog che dalle idee di René Girard cerca di dare una nuova chiave di lettura sia della società che dei suoi prodotti culturali. Abbiamo voluto pubblicare questa rubrica perché crediamo che il pensiero di questo studioso, un intellettuale sorprendente che ha dato un contributo originale nei campi di studio più disparati (si spazia dalla letteratura all’antropologia, dalla sociologia alla storia delle religioni) sia di fondamentale importanza per coltivare una visione critica sul mondo, soprattutto sulla nostra contemporaneità.

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